Droghe, la Toscana si appella

Fermate quella legge. I primi ricorsi contro le nuove norme Fini sulle droghe cominciano in questi giorni ad arrivare alla Consulta, alla quale si chiede di stabilire l’eventuale incostituzionalità del testo approvato in fretta e furia dal parlamento negli ultimi sgoccioli di legislatura. La prima ad avanzare dubbi sulla legittimità del provvedimento che azzera ogni distinzione tra droghe leggere e pesanti è stata, il 10 aprile scorso, la regione Emilia Romagna ma, vista la coincidenza con le elezioni, per evitare polemiche l’iniziativa non è stata pubblicizzata più di tanto. Ieri ad appellarsi alla Consulta è stata invece la Giunta regionale della Toscana.
In attesa che il nuovo governo dell’Unione mantenga la promessa fatta agli elettori di cancellare la legge che punisce soprattutto chi fuma spinelli, è cominciata dunque la battaglia dei ricorsi. Quello presentato dalla Toscana prende di mira in particolare tre punti della legge che contrasterebbero con la Costituzione. Il primo riguarda la mancata consultazione delle Regioni da parte del governo. Come si ricorderà, nella fretta di farlo approvare, la maggioranza inserì il provvedimento in un decreto omnibus riguardante, tra l’altro, la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Torino. Una decisione che impedì al parlamento di discutere la legge, già sottratta in precedenza a un esame delle Regioni. «Lo Stato avrebbe dovuto acquisire obbligatoriamente l’intesa con le Regioni», spiega invece il ricorso presentato dalla Toscana, almeno per quanto riguarda la definizione dei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, a cui si fa riferimento nella nuova normativa. Questo invece non solo non è stato fatto, denuncia sempre la Toscana, ma le nuove norme «interferiscono con materie regionali e, segnatamente, con la materia della tutela della salute». Perdipiù la mancata consultazione lede, si legge nel ricorso, il principio di «leale collaborazione» che dovrebbe essere alla base del rapporto tra i vari livelli dell’organizzazione statale.
Il secondo punto di cui si mette in dubbio la costituzionalità riguarda invece l’equiparazione tra strutture pubbliche e private, a tutto vantaggio di quest’ultime visto che la nuova legge assegna loro compiti che in precedenza erano di competenza dei Sert. Tra questi la possibilità di poter accedere direttamente in un struttura privata autorizzata e accredita senza che ci sia più il filtro di un medico del servizio sanitario nazionale. I privati, inoltre, vengono abilitati alla diagnosi dello stato di tossicodipendenza e alla definizione di programmi riabilitativi senza alcun controllo da parte delle Asl. Tutte opportunità, spiega il ricorso, che comportano «una palese violazione dell’autonomia di spesa delle Regioni» che in questo modo si vedono da una parte comprimere l’attività normativa e di programmazione per quanto riguarda prevenzione, cura e riabilitazione delle tossicodipendenze, e dall’altra devono pagare le spese di prestazioni decise dalle strutture private senza alcun filtro né controllo da parte delle Asl. Una «subordinazione» vista anche nel terzo punto preso in considerazione, e che prevede che la certificazione per ottenere la sospensione dell’esecuzione della pena e l’affidamento in prova al servizio sociale possa essere rilasciata anche dalle strutture private accreditate e non esclusivamente dai Sert, come previsto finora.
D’accordo con il ricorso presentato dalla Toscana si è detto anche il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani che contesta la mancata consultazione delle regioni da parte del governo. Già in passato, ricorda Errani, la Consulta ha stabilito che «i livelli essenziali di assistenza sono determinati di intesa tra regioni e governo e qui, in un altro contesto, ci troviamo di fronte a una vera iniziativa unilaterale del governo». Consensi anche da parte di Giuseppe Bortone, responsabile tossicodipendenze della Cgil, per il quale con la legge Fini «non si vogliono riconoscere alle regioni le loro competenze così come non si sono voluti ascoltare gli operatori, le forze sociali e le associazioni di consumatori di sostanze sui temi della cura, della prevenzione e dell’informazione: i risultati sono stati disastrosi – conclude Bortone – ed è urgente e possibile a questo punto che si cominci a percorrere una strada diversa».