Droghe, i giudici rifiutino le tentazioni autoritarie

La nuova disciplina sulle sostanze stupefacenti presenta delle caratteristiche che destano fondate perplessità.
La prima riguarda l’assimilazione delle droghe leggere e di quelle pesanti, sulla base di una non convincente esigenza di aderire alla tesi secondo cui il principio attivo di alcune sostanze stupefacenti è notevolmente aumentato. Per la cannabis indica si sostiene che, grazie alle mutate modalità di coltivazione, il principio attivo, negli ultimi anni, è passato dallo 0,5-1,5 ai valori attuali del 20-25%.

Non presenta, poi, alcuna giustificazione la incriminazione della coltivazione, di “erba” anche di modesta entità, senza possibilità di dare rilevanza all’uso personale. Questa ingiustificata disparità di trattamento tra condotte di uguale pericolosità presenta caratteri di irragionevolezza, rilevabili in sede di questione di legittimità costituzionale.

Per meglio comprendere i problemi interpretativi della parte centrale della nuova disciplina (distinzione tra detenzione per uso personale e detenzione a fini di spaccio), occorre riportare brevemente la situazione creata dal referendum abrogativo del 18 aprile 1993. L’esito del referendum aveva creato il presupposto per l’eliminazione (formalmente realizzata con il decreto del Presidente della Repubblica n.171/93) di una linea di demarcazione rigidamente obbligatoria per tutti, costituita dalla “dose minima giornaliera” fissata dal ministro della Sanità. Superata questa soglia, scattava comunque la sanzione penale.

Con l’abrogazione di questo rigido criterio esclusivamente quantitativo, la detenzione pura e semplice di una sostanza stupefacente, anche di quantitativi rilevanti, non costituiva di per sé reato, una volta che tale quantità risultasse proporzionata al bisogno personale del possessore per un ristretto arco di tempo.

Il peso della sostanza detenuta è divenuto, nell’interpretazione quotidiana dei giudici, solo uno degli elementi sui quali fondare la valutazione, la decisione sulla esistenza o meno del reato. Salvo i casi di detenzione di quantitativi oggettivamente alti, logicamente incompatibili con l’esclusivo uso personale, per giungere alla condanna per detenzione a fini di spaccio è stata ritenuta necessaria la dimostrazione di altri elementi (divisione in dosi confezionate per la vendita, strumenti per la confezione “commerciale”, detenzione di sostanza da taglio, esistenza di contabilità delle entrate e delle uscite e simili). In assenza della dimostrazione di questi elementi, da parte dell’accusa, l’unica conclusione corretta era quella dell’assoluzione.
L’abrogazione del parametro tabellare della dose media giornaliera, per effetto della normativa postreferendaria, imponeva, quindi, al giudice di accertare, caso per caso, la destinazione reale della sostanza.

Sia pure con alti e bassi, con progressi e regressi, si era creata una interessante simbiosi culturale tra collettività e magistratura nella direzione e nella prospettiva della tolleranza e della accettazione di un fenomeno di massa, al di fuori di un proibizionismo cieco e socialmente dannoso.

La volontà espressa dalla maggioranza di centrodestra è apparsa, nelle premesse generali divulgate tra la pubblica opinione, diretta a eliminare questo potere discrezionale del giudice, e quindi a imporgli di giungere meccanicamente alla condanna in caso di superamento, anche minimo, dei limiti imposti con le tabelle. Apparentemente ha escluso rilevanza alle condizioni soggettive dell’imputato (tossicodipendente, assuntore abituale o occasionale).

In realtà la formula adottata dalla norma (art. 73 comma 1 bis, lettera A) è frutto di un compromesso, in quanto conserva un ampio margine di valutazione del giudice, che è chiamato ad esaminare, in caso di superamento dei limiti massimi fissati dalle tabelle, “le modalità di presentazione” della sostanza e “altre circostanze dell’azione”, da cui possa ricavarsi l’apparenza di un uso “non esclusivamente personale”.

Ciò vuol dire che, in caso di violazione dei limiti, il detentore può vincere la presunzione di destinazione allo spaccio della sostanza adducendo quegli elementi – oggettivi e soggettivi – idonei alla dimostrazione della destinazione della sostanza a uso personale, elaborati dalla giurisprudenza libertaria. Sulla validità “liberatoria”di questi elementi il giudice è tenuto, anche oggi, a soffermarsi in sede di motivazione della sentenza
In altri termini questa interpretazione “permissiva” dei giudici, di cui è stata propagandata la cancellazione, in realtà è pianamente utilizzabile anche nell’applicazione delle nuove norme.

Secondi alcuni interpreti, rimane anche la estensione della liberalizzazione dell’uso individuale di stupefacenti all’uso di gruppo, impostata da una giurisprudenza – iniziata con una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione – che ha escluso il reato per chi acquisti un quantitativo per conto e nell’interesse di altri consumatori. Questa giurisprudenza può ancora trovare applicazione in quanto giustifica la non punibilità in base ad una ideale attribuzione della sostanza a ciascun componente del gruppo, escludendo ogni forma di cessione.

Ferma restando, quindi, la critica all’impostazione generale della nuova disciplina voluta dall’attuale maggioranza, deve mettersi bene in chiaro che la cultura della tolleranza ha manifestato tanta forza che ha resistito alle ambizioni ciecamente repressive della parte più retriva della classe politica.

In attesa di una nuova situazione, spetta all’interprete di mantener ferma questa cultura e di utilizzare i margini di razionalità e di realismo lasciati aperti dal compromesso a cui è stato costretto il vecchio legislatore.

*direttore di Critica del diritto