Drammatica solo la noia

Qualcuno ci dice che quelle di oggi sono elezioni molto drammatiche. In realtà sono le più noiose e più apatiche di tutte le altre precedenti. In generale il sistema politico israeliano ha sempre evitato i problema reali del paese, ma questa volta il fenomeno risulta ancor più chiaro. Non è ancora certo quale sarà la distribuzione dei seggi nel prossimo parlamento, però già si può indicare uno dei fattori più tragici di un sistema politico israeliano in crisi: fra 90 e 100 dei nuovi deputati (sui 120), si riconoscono sulla linea degli ultimi anni che assicura che non c’è un partner palestinese per negoziati di pace. Quello israeliano è un sistema paralizzato dalla paura di confrontarsi con le necessità vitali del paese. Ieri un generale super-falco era l’esempio incarnato della tragicità della situazione. Il premier designato dai palestinesi, Ismail Haniyeh, ha detto che i palestinesi non sono interessati a un confronto e cercheranno di arrivare a un accordo con gli israeliani? Subito a Gerusalemme ci si è affrettati a rispondere che questa è la prova della «trappola dolce» preparata da Hamas: «Vogliono nascondere dietro la retorica conciliante le loro vere intenzioni…». Sarebbe molto meglio che Hamas ripetesse ogni giorno che il suo obiettivo è l’eliminazione di Israele. Però, poche ore più tardi. il generale Dan Halutz, comandante in capo dell’esercito, affermava alla radio militare israeliana che queste dichiarazioni di Haniyeh possono essere un segnale che il nuovo governo israeliano abbandonerà il terrorismo ed è interessato a negoziare. Il generele Halutz esprimeva un dubbio e quando gli è stato chiesto se lui credesse alle parole di Haniyeh, ha detto qualcosa di inusuale alle orecchie della demagogia abituale: in questi casi non si tratta di credere o non credere ma di andare a verificare e a negoziare. Non esiste, in queste elezioni, un vero dibattito sulla pace e neanche sulla strada da seguire in campo sociale ed economico. Netanyahu, leader del Likud, gioca la carta della paura e lancia appelli isterici a impedire la presenza di al Qaeda, con i suoi missili pronti a colpire l’aeroporto di Tel Aviv, nei territori occupati da cui il premier Olmert dice di volersi ritirare. Olmert prometto di evacuare pezzi di territori ma senza negoziare con il nemico palestinese (ma solo con l’amico americano) e secondo gli interessi di Israele. Il laborista Peretz si sbilanciano un po’ di più e chiama a negoziare con Abu Mazen, come se questi fosse un’opzione reale. L’estrema destra ormai non ha più vergogna e dice che oggi è legittimo chiedere l’espulsione, in un modo o nell’altro, degli arabi israeliani (più o meno il 20% della popolazione) e gli appelli razzisti sono il pane quotidiano. La sinistra è debole e sul centro-sinistra sionista resta solo il Meretz, con la possibilità di arrivare a 6 o 7 seggi. I partiti arabo-israeliani si disputano fra 9 e 11 seggi però si scannano fra loro e si trovano a dover contrastare anche una pericolosa apatia e i richiami dei gruppi islamisti a non votare. Una partecipazione bassa dell’elettorato palestino-israeliano si è sempre stata favorevole alla destra. Nel collegio Sapir abbiamo organizzato una conferenza sul darwinismo sociale e un sondaggio esteso a tutto il paese. E’ d’accordo con chi dice che nella società israeliana vige la legge della giungla? Molto d’accordo il 41%, d’accordo il 30%, in disaccordo il 23%. Le elezioni porteranno a un miglioramento della sua situazione personale? No il 66.5%, sì il 22.8%. I politici onoreranno le loro promesse? No il 75%, sì il 16.8% Le risposte dimostrano che l’elettorato capisce meglio dell’élite la situazione e confermano la sensazione che il sistema democratico israeliano è in crisi profonda anche quando mantenga tutti i crismi della democrazia formale.