Dr. Baradei oppure Mr. Hyde?

Il giorno dopo l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e al suo direttore Mohamed ElBaradei «per i loro sforzi nel prevenire l’uso dell’energia nucleare a scopi militari», un documento «segreto» dei servizi segreti britannici, fatto filtrare attraverso il quotidiano Guardian (8 ottobre), elenca oltre 360 compagnie private, dipartimenti universitari e organizzazioni governative di sette paesi (Pakistan, India, Iran, Israele, Siria, Egitto, Emirati arabi uniti) che «hanno fornito attrezzature o tecnologie da usare per la fabbricazione di armi nucleari». Ciò indica che «in Medio Oriente e Asia vi sono diversi stati determinati a sviluppare armi nucleari» e che «il supermarket delle armi è maggiore di quanto finora si era pensato». Sostanzialmente il documento non dice niente di nuovo. Già da tempo lo scienziato pakistano A. Q. Khan aveva confessato di aver messo in piedi un supermarket nucleare e, dopo aver scagionato il suo governo, è stato ufficialmente perdonato dal presidente Pervez Musharraf. Analoga la vicenda di un ingegnere sudafricano, Johan Meyer, che, arrestato per commercio di apparecchiature per la fabbricazione di armi nucleari, è stato subito scarcerato. Sono state così occultate le prove di traffici nucleari, le cui implicazioni vanno ben al di là degli interessi di alcuni privati, coinvolgendo governi e servizi segreti. Nello stesso gioco rientra il documento fatto filtrare dai servizi britannici. Si tratta probabilmente un modo per screditare ElBaradei, sgradito a Washington e Londra per non avere avallato la favola del nucleare iracheno e aver assunto verso l’Iran una posizione ritenuta troppo morbida. E, poiché tra i paesi chiamati in causa, tre (Pakistan, India e Israele) hanno già armi nucleari, è anche un modo per far apparire gli altri, soprattutto l’Iran, quale minacciosa fonte di proliferazione nucleare.

Comunque sia, è certo che la proliferazione nucleare è allo stato attuale inarrestabile. Su questo insistono gli ecologisti di «Greenpeace» che, criticando la scelta di attribuire il Nobel per la pace all’Agenzia diretta da ElBaradei, la definisce «uno dei peggiori proliferatori nucleari del mondo». Essa svolge un duplice ruolo «tipo quello del Dr. Jekyl e di Mr. Hyde»: da un lato impedire la proliferazione nucleare, dall’altro «promuovere le tecnologie, inclusi il ri-trattamento del plutonio e l’arricchimento dell’uranio, che danno a molti paesi la capacità di sviluppare armi nucleari».

In tal modo «Greenpeace» mette il dito sulla piaga. L’industria elettronucleare è infatti nata come ricaduta tecnologica del nucleare militare ed è servita e serve, a sua volta, allo sviluppo di quest’ultimo. Secondo gli stessi dati forniti dall’Aiea, 130 dei 441 reattori nucleari, distribuiti in 31 paesi, funzionano con uranio arricchito adatto alla fabbricazione di armi nucleari. Oltre agli otto paesi che già posseggono armi nucleari (Stati uniti, Russia, Francia, Cina, Israele, Gran Bretagna, India, Pakistan) cui si aggiunge forse la Corea del nord, ve ne sono altri 40 in grado di costruirle.

Nel ciclo di sfruttamento dell’uranio, non esiste infatti una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile. La molla che spinge altri paesi sulla via del nucleare militare è il fatto che le attuali potenze nucleari, lungi dal disarmare come prescrive il Trattato di non-proliferazione (che India, Pakistan e Israele non hanno però sottoscritto), continuano a potenziare i propri arsenali sotto gli occhi della Iaea.

Viene da chiedersi a questo punto: a chi è stato attribuito l’altro ieri il Nobel per la pace: al Dr. Jekyl o a Mr. Hyde?