Dove va la Cgil?

Chi sia capitato sulle frequenze di Radio Popolare durante la trasmissione dell’altra sera a microfono aperto, ha avuto modo di farsi un’opinione sulle conseguenze che il cosiddetto patto tra le forze sociali produce nel corpo largo di persone genericamente di sinistra. Dall’incazzatura alla frustrazione, alla rassegnazione del «dove sta la Cgil».
Nelle stallo dell’impotenza, di un governo che in questi tre anni ha fatto di tutto per aggravare la situazione economica e sociale del paese come di un’opposizione parlamentare incapace di un progetto alternativo, rischia di essere questo il dato più drammatico che ci consegnano gli ultimi eventi.
Peggio della crisi e della speculazione, peggio di un quadro politico che non sembra trovare vie di soluzione, tra le manovre per grandi coalizioni di “responsabilità nazionale” con incorporata la rottamazione di Berlusconi e gli esiti del suo perdurante galleggiamento, può essere la dissolvenza di un credibile punto di riferimento per il disagio e il protagonismo sociale.
Inadeguatezze e ambiguità della Cgil, del tutto visibili, non hanno impedito che ad essa si riconducessero in questi anni, a livello di massa, resistenze e speranze. Basti solo ricordare lo sciopero del 6 maggio. La convocazione tardiva e limitata non ne ha precluso, non solo la trasformazione pressoché generalizzata in uno sciopero di 8 ore, non solo una riuscita su cui pochi scommettevano, ma anche l’incrocio in quelle piazze di una pluralità di movimenti: da quelli referendari agli studenti, dai precari alle donne. Il 6 maggio sembra oggi passato remoto. E quel patrimonio pare posto radicalmente in discussione dalla pesantezza dei fatti che si sono registrati in poco più di un mese: dall’accordo del 28 giugno ai sei punti del cosiddetto patto tra le forze sociali, in uno smottamento assolutamente drammatico per accelerazione e gravità. Il carattere grottesco di un’alleanza che tiene insieme dalle Banche a Confindustria alla Cgil, irrisolto in contenuti che non fossero la defenestrazione dell’ormai ingombrante Berlusconi, si è rapidamente precisato in un condizionamento del governo in cui non solo la Cgil rinuncia alla critica della manovra, ma in cui si esplicita tutta l’egemonia degli interessi forti e della “fede” nelle politiche neoliberiste. Prima ancora dell’apoteosi delle politiche restrittive insita nella richiesta di costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, sono i mercati, il loro “giudizio” ad essere costituzionalizzati. Ciò che va decostruito viene naturalizzato, come moderna divinità assoluta e insindacabile. Non stupisce dunque che scompaia qualsiasi riferimento a provvedimenti che pure la Cgil ha sostenuto contro la speculazione, dalla critica alle politiche europee alla tassazione delle transazioni a breve termine. Si assume invece la necessità di riforme «strutturali capaci di incidere sulle tendenze di fondo della spesa pubblica …per modernizzare il welfare», con una formulazione in cui è inequivoco che di tagli si tratta e non certo del problema strutturale del sottofinanziamento della spesa sociale in Italia. Coerentemente, si prefigurano nuovi tagli e licenziamenti anche nel pubblico impiego. Va da sé che scompaia ogni riferimento alla patrimoniale che pure era stato uno degli elementi su cui più la Cgil aveva speso energie e di un intervento redistributivo forte, mentre sul versante fiscale viene ribadita nuovamente la linea di attacco alla contrattazione nazionale con la richiesta di «detassazione strutturale dei premi di risultato». Del resto, cancellata la lunga opposizione al modello Sacconi, «le parti sociali proseguiranno il loro impegno per modernizzare il mercato del lavoro». Banche e imprese vengono elogiate per «il grande contributo» che stanno dando all’economia del paese. Scomparso, ovviamente, ogni riferimento critico all’assenza di politiche di ricerca e sviluppo e al carattere parassitario dei nostrani capitani di industria. Lo sviluppo futuro è affidato alle privatizzazioni e alle grandi opere. Sulle prime, la Cgil dissente. Un pò poco, dopo un referendum che ha sancito il rovesciamento del senso comune su quello che è stato uno dei capisaldi dell’egemonia liberista, a fronte della necessità di rilanciare l’intervento pubblico come uno degli assi decisivi di superamento della crisi.
Lo smottamento del 4 agosto è stato preceduto da quello del 28 giugno. L’assunzione di un modello aziendalista che destruttura il contratto nazionale, l’imbrigliamento del conflitto sociale, la negazione della soggettività di lavoratrici e lavoratori, non sono altra cosa dalle ricette regressive dei sei punti.
Ed il sindacato della bilateralità, quello che trae la sua legittimazione dalla cogestione con le imprese di funzioni e prerogative “liberate” dai processi di privatizzazione del welfare, è fin troppo coerente con la filosofia e i contenuti del “patto sociale”. Non sono giudizi che esprimiamo con leggerezza e men che mai con intenti liquidatori, poiché, all’opposto, nel terremoto della crisi, ci sarebbe bisogno più che mai di quel punto di riferimento che la Cgil è stata in questi anni. E’ aperta una partita decisiva per il futuro di questo paese, in cui tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Sinistra compresa, giacchè è evidente che la fragilità della sinistra politica, ha molto a che vedere con la precipitazione negativa a cui stiamo assistendo. Conflitto e progetto, ricostruzione di percorsi unitari a sinistra, sono la vera emergenza.