Dove va Bertinotti?

Riprendiamo da La Stampa del 20 marzo un articolo di Riccardo Barenghi che riporta molte affermazioni fatte dal compagno Bertinotti domenica 19, in occasione della assemblea della Sinistra Europea sulla Carta Costitutiva. Ci pare che diffondere questo testo significhi fornire ai nostri compagni e a tutti i visitatori del sito informazioni importanti, meritevoli di grande attenzione. Naturalmente, nel riprendere un articolo che contiene significative prese di posizione sul Partito, i suoi riferimenti culturali e le sue prospettive politiche, avvertiamo l’obbligo di manifestare – sia pure in modo sintetico – le nostre valutazioni per ciò che attiene ai passaggi più rilevanti del discorso.

Tale ci pare in primo luogo il tema dei fondamenti ideologici. Il compagno Bertinotti dichiara che si tratta di sostituire il riferimento al lavoro e alla differenza di classe con il riferimento alle persone e ai singoli lavoratori. Non condividiamo questa proposta, perché riteniamo che un simile riorientamento della prospettiva comporterebbe due effetti gravemente negativi: impedirebbe un’analisi adeguata del funzionamento della società (che è fondata sul conflitto di classe e in particolare sul conflitto tra capitale e lavoro) e ci sospingerebbe verso una prospettiva di stampo liberale, caratterizzata precisamente da un’attenzione prevalente ai singoli piuttosto che ai soggetti collettivi. Che il ragionamento del compagno Bertinotti rischi di muoversi in questa stessa direzione – che non condividiamo – ci pare dimostrarlo anche la critica che egli rivolge al movimento operaio, di avere pensato più in termini di uguaglianza che in termini di libertà. Al di là delle astrazioni, il punto è che ancor oggi per miliardi di persone la disuguaglianza su cui è fondata la società capitalistica significa fame, malattia, guerra, sfruttamento e sistematica violazione dei diritti fondamentali. Per questo la storia del movimento di classe è stata ed è in primo luogo una gigantesca lotta per l’eguagliamento.

Il compagno Bertinotti parla anche di Marx, considera degna di attenzione la sua eredità teorica, ma di essa ritiene indispensabile il superamento. Se questo significa incoraggiare la ricerca teorica nel solco dell’eredità teorica di Marx, non possiamo non essere d’accordo. Salvo considerare che la ricerca va avanti comunque, per sua stessa natura, anche senza pur apprezzabili incitamenti. Se invece il compagno Bertinotti intendesse affermare la necessità di disfarsi di Marx, anche a questo proposito dichiareremmo il nostro dissenso, per ragioni molto vicine a quelle esposte in precedenza. Marx è colui il quale ha scoperto come funziona il modo di produzione capitalistico, cioè la società nella quale viviamo (e che – come lo stesso Marx subito comprese – tende a espandersi su tutto il pianeta). Abbandonare la sua lezione teorica non ci farebbe fare nessun passo avanti; ci farebbe soltanto smarrire la via del conflitto anticapitalistico, che intendiamo fermamente continuare a percorrere.
Sempre a questo riguardo aggiungiamo un’ultima osservazione. Il nostro partito si chiama Rifondazione Comunista.. Pensiamo che questo nome abbia un significato preciso: dice che è necessario proseguire con coraggio una discussione sulle nostre idee, sulla nostra storia, sui nostri principi. Ma dice nello stesso momento che questa discussione deve procedere sviluppando un’esperienza e arricchendo un patrimonio, non già sbarazzandosene come di uno sterile fardello.

Non intendiamo andare oltre, in queste già troppo lunghe note a margine. Lasciamo quindi da parte – almeno per il momento – ogni considerazione sulla scelta di una assemblea composta prevalentemente da rappresentanti esterni a Rifondazione Comunista per enunciare impegnative tesi sui «fondamenti della teoria e delle pratiche comuniste», cioè su una materia cruciale per tutto il Partito. Concludiamo su un ultimo punto, di grande rilievo politico.
Il compagno Bertinotti sostiene che il futuro del Partito della Rifondazione Comunista risieda nella sua confluenza in un «nuovo soggetto politico» (in «un partito che si dia l’obiettivo di creare una Sinistra alternativa europea») e dichiara (involontariamente citando l’Occhetto della Bolognina) che questa costituirebbe una svolta a sinistra.
Per parte nostra, come le compagne e i compagni sanno, consideriamo un valore non alienabile l’autonomia politica e organizzativa dei comunisti e riteniamo che non possa essere messa in discussione dalla costruzione di qualsivoglia nuova soggettività politica.
Quanto al segno di una operazione politica, osserviamo che esso non dipende soltanto dalle intenzioni di chi la compie, ma anche – forse prevalentemente – dai suoi connotati oggettivi, cioè, in questo caso, dai riferimenti culturali prescelti. Se questo è vero e se le considerazioni sin qui svolte colgono nel segno, la «svolta delle svolte» annunciata domenica scorsa dal compagno Bertinotti non sembra il mezzo più idoneo a spostare il Partito della Rifondazione comunista su posizioni più avanzate.

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