Dove l’«oro blu» è firmato Coca Cola

Dopo due decenni di neoliberismo, la parola privatizzare ha perso buona parte del suo fascino. Lo si è visto al IV Foro mondiale dell’acqua, conclusosi ieri a Città del Messico, dove tutti – dalla Banca Mondiale a Michel Camdessus, ex direttore dell’Fmi, da José Angel Gurría, ex ministro delle finanze del Messico e attuale segretario generale dell’Ocse, ad AquaFed, l’associazione internazionale degli operatori privati dell’acqua – hanno negato l’accusa di voler convertire l’acqua in una mercanzia. Di fronte a un tema politicamente esplosivo, preferiscono parlare di «partecipazione» e «decentralizzazione». La ricetta però è la stessa: alzare i prezzi «fino a far male», secondo la formula poco fortunata di un ex ministro messicano. Molto diversa, invece, è la problematica emersa dai molteplici fori alternativi che si sono realizzati in differenti punti della città. Associazioni popolari, comunità indigene, economisti, scienziati e giuristi si sono trovati d’accordo nell’affermare che il mondo è sull’orlo di nuovi e sanguinosi conflitti che ruotano intorno alla questione dell’acqua. Di chi è la colpa? Il verdetto è unanime: delle grandi compagnie e di politiche di stato irresponsabili. Il caso del Messico è paradigmatico. Fiumi in secca, manti freatici esauriti, pozzi inquinati, cambiamenti climatici globali e catastrofi definite naturali come i terribili uragani della scorsa stagione. Inoltre, più di 10 milioni di messicani non hanno accesso alla rete pubblica dell’acqua potabile. Nei cinque stati dove si concentra la popolazione indigena (Chiapas, Guerrero, Oaxaca, Veracruz e Yucatán) la situazione peggiora. Qui, il 25% dei giovani (in gran parte di sesso femminile) raggiunge a piedi la fonte più vicina e trasporta in spalla i secchi d’acqua per uso domestico. Come spiegare una tale situazione? Le radici del problema risalgono agli anni Ottanta, quando lo stato smise di essere il principale agente dello sviluppo sociale per limitarsi ad essere garante del mercato. Secondo gli imperativi neoliberisti, bisognava inserire l’acqua nel circuito economico, smantellando i servizi pubblici e le ultime vestigia delle organizzazioni comunitarie tradizionali. La mercificazione ha seguito molte strade. Una è la concessione a privati dello sfruttamento di sorgenti, pozzi, acquedotti e canali, in spregio alla costituzione messicana che lo proibisce. Di fronte al cattivo stato degli acquedotti e all’inefficienza delle istituzioni pubbliche, le multinazionali si presentano come un’alternativa efficiente. L’esperienza, però, è disastrosa.

Quasi a smentire i dogmi neoliberisti, ad Aguascalientes, città dove la gestione dell’acqua potabile è in mano al gigante Vivendi, si è avuta un’impennata dei prezzi accompagnata da un peggioramento del servizio. Non è un caso isolato visto che situazioni analoghe si presentano anche a Cancún, Navojoa e Saltillo. Di fronte all’esaurimento progressivo delle sorgenti, un’organizzazione del Chiapas, il Consejo de Médicos y Parteras Indígenas Tradicionales, denuncia che i signori dell’acqua stanno mettendo gli occhi sulla selva Lacandona, polmone dell’America Centrale ed ultima grande riserva idrica del Messico. Come in Europa, un’altra via maestra della privatizzazione è lo stimolo al consumo di acqua imbottigliata a detrimento di quella del rubinetto, truffa colossale visto che gli imbottigliatori non usano acqua di fonte, ma quella della rete pubblica. In Messico vi sono comunità indigene nelle quali le famiglie spendono in Coca Cola il 20 per cento delle magre entrate di 40 pesos il giorno (circa tre euro). Va detto che l’onnipresente Coca Cola possiede in Messico decine di imprese d’imbottigliamento e perfora pozzi a suo piacimento con concessioni di 50 anni a prezzi ridicoli. Le ultime barriere sono cadute due anni fa, quando il Parlamento ha approvato una riforma alla Legge delle Acque Nazionali che legalizza le concessioni, stimolando i comuni a privatizzare il servizio a cambio di ottenere finanziamenti per programmi sociali. Il risultato è che si stanno privatizzando anche i fiumi: nel 2002, l’imprenditore Rafael Zarco Dunkerley, amico del presidente Fox, ha ottenuto una concessione di 30 anni per trasportare le acque del fiume Panico da Tampico fino a Monterrey.

La crisi dell’acqua presenta anche risvolti geopolitici. In Bassa California, ad esempio, gli agricoltori lottano contro il prosciugamento del fiume Colorado, il cui delta era fino a pochi anni fa un paradiso naturale. Il disastro è provocato dalla decisione da parte delle autorità statunitensi di deviare il suo corso in direzione di Los Angeles e delle agroindustrie californiane. Un altro gravissimo problema è quello delle grandi dighe, il miraggio degli anni Cinquanta. Non importa se è ormai dimostrato che a lungo andare provocano danni irreparabili. Il Messico ne ha in cantiere 56, gran parte delle quali si trova in territori indigeni, il che significa un’intensificazione della guerra che da tempo lo stato messicano conduce contro le comunità. Prendiamo il caso di una diga idroelettrica in progetto, La Parota, sul fiume Papagayo, a pochi chilometri dal porto di Acapulco. Se dovesse costruirsi – ed è molto probabile che succeda – inonderebbe 24 villaggi oltre a una quantità imprecisata di terre agricole. Da anni, i 25 mila campesinos coinvolti si trovano sul piede di guerra. Dopo aver fondato il Consejo de Ejidos y Comunidades Opositoras, hanno dato vita al Movimiento Mexicano de Afectados por las Presas y en Defensa de los Ríos (Mapder) i cui partecipanti si dichiarano «in resistenza totale e permanente contro la costruzione delle dighe nel paese». Il Mapder è un’alleanza legata a livello continentale con la Red Internacional de Ríos di San Francisco, California, e con il Movimiento Mesoamericano contra las Presas. Quest’ultimo, che oltre al Messico comprende i paesi centroamericani, si oppone alla costruzione di circa 350 dighe nella regione. Il movimento esige che lo stato messicano ripari i danni arrecati nel passato a più di 100mila persone, il risanamento degli ecosistemi, la modifica della legislazione in materia d’acqua e medio ambiente ed il rispetto del diritto delle popolazioni all’acqua, stabilito dal Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, di cui il Messico è firmatario.

Una vera e propria guerra dell’acqua è in corso tra gli indigeni mazahua della regione del fiume Cutzamala e la Comisión Nacional del Agua. Situato nel cuore dell’altopiano centrale, il sistema del Cutzamala soddisfa una parte importante del fabbisogno di Città del Messico. Tuttavia, mentre gran parte delle comunità mazahua soffre della mancanza d’acqua potabile, circa il 38% dell’acqua spedita a Città del Messico si disperde a causa del cattivo stato dell’acquedotto. Negli anni scorsi, sull’onda lunga della ribellione degli indigeni del Chiapas, le donne mazahua hanno creato un Ejército zapatista de mujeres en defensa del agua. Armate di rudimentali fucili di legno, machete e attrezzi agricoli, hanno bloccato in varie occasioni l’impianto di purificazione. Le donne mazahua denunciano la politica idraulica del Messico come ingiusta perché «giova solo agli abitanti delle grandi città», esigendo che il governo provveda la comunità di acqua potabile e risani le foreste. Per il momento non hanno avuto successo, però hanno sollevato un’ondata di simpatia nazionale.