Dove l’indulto non arriva

Di ingressi così, nonostante quasi dieci anni di visite in carcere, non se ne ricordano. Non è stato un attimo, ma questione di pochi minuti. Il contrasto tra l’ampio spazio verde, con animale e uccelli rari, e l’area del passeggio della sezione cosiddetta Staccata dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è netto. Il tempo di un portone, due scalini, poi un cancello dai vetri levigati e dalle sbarre di ferro. In un attimo, delle circa cinquanta persone che passeggiano, una trentina ci circonda, in modo frenetico, mani tese, frasi smozzicate, altre più rabbiose, curiosità, richieste di favori, piccole domande. Siamo separati da questo fiume di storie.
Per contrasto all’interesse di molti, una discreta parte degli ospiti di questo cortile largo e irregolare, con l’aria di una stazione di aspetto dimessa, ci ignora, immobile, prigioniera di piccoli e ripetuti gesti. Qualcuno ripercorre freneticamente il cortile di corsa, un internato è poggiato al muro e apre e chiude, ripetutamente, una fontana, altri rimangono immobili, appoggiati ai muri. Si affollano curiosi, ripetitivi, alcuni con le domande classiche del detenuto, una carta processuale sempre in tasca, ma i più con domande insolite, una richiesta di dialogo o una storia raccontata a metà. «Come lei sa io sono un amministratore politico», spiega un ragazzo quando apprende che c’è un parlamentare nella delegazione, Francesco Caruso del Prc.
Gli internati si avvicinano a turno, «chiedono siete voi l’onorevole», e la risposta negativa non serve a scoraggiarli. Sono sporchi, maleodoranti, panni dimessi, cappotti su pigiami, pullover che ricordano altre mode, colpisce quanti di loro siano colpiti da dermatiti, alcune appaiono devastanti, uno ha la pelle del viso squamata, un altro ha come delle stimmate sul dorso della mano.
La Staccata è una sezione figlia di una storia orribile. E’ quella dei letti di contenzione, degli elettroshock, dei pazzi pericolosi e irrecuperabili, delle leggende, delle botte, degli esperimenti psichiatrici. «Oggi è diverso», ci dicono. Sicuramente vero, ma in questo posto non è mai soffiato il vento di riforma che ha permesso di chiudere i manicomi. Qui ogni cosa appare sospesa, il tempo, la dignità, i diritti.
La calca di persone dura forse un’ora, forse meno, ma il tempo sembra rallentare. Alcuni ritornano, più volte a ripetere le stesse cose, stesse richieste e domande. Molti bisogni, ma quello del dialogo sembra prevalere. Si presentano, cognome e nome. Quando chiediamo gli anni di permanenza, e ogni giorno in una condizione del genere sarebbe eccessivo, è un brivido. Quattro, sei, dieci anni. Francesco M. digrigna i denti, ogni volta che termina la frase, un rumore di gesso contro la lavagna, come a sottolineare l’importanza di ogni frase. «Si sta male, hai capito, si sta male, si sta male» e tac, un rumore di denti contro denti. Denti così neri che ti chiedi come stiano in piedi. Un internato, privo di un braccio, trotterella da un gruppo all’altro, mentre Francesco M. ripete che c’è violenza, che si sta male e digrigna i denti, con rumore sordo. A placare gli internati le sigarette, gli agenti le distribuiscono come calmante, sembrano funzionare di più degli psicofarmaci. Basta tirare fuori un pacchetto e a gruppetti si affollano, per poi disperdersi ognuno con la sua sigaretta da fumare subito e da difendere dagli altri. Qui il mondo è un cortile e l’orizzonte una grata.
Gli Opg un tempo si chiamavano manicomi giudiziari. Oggi ve ne sono 6 in tutta Italia, due solo in Campania. Sono a tutti gli effetti carceri e dipendono dal Ministero della Giustizia. Vi sono persone, in linea di massima, che hanno compiuto un reato, ma che non sono in grado di intendere e di volere. Sono quindi condannate non a una pena determinata, ma a una misura di sicurezza che può essere, a seconda del reato, di due, cinque o dieci anni. Proprio perché sottoposti a misura di sicurezza e non a una pena si definiscono internati invece che detenuti. Se al termine della misura il magistrato di sorveglianza ritiene che sussiste la pericolosità sociale, la misura viene prorogata. Non c’è indulto che tenga.
Capita così che una persona che commette un furto per il quale sconterebbe meno di un anno, se viene dichiarata non sana di mente finisce per scontare una pena che dura anche tutta una vita. Si chiamano ergastoli bianchi. Metà degli internati di Aversa è dentro per reati contro il patrimonio.
Ci sono poi detenuti comuni che perdono il «lume della ragione» e la cui pena viene sospesa e vengono mandati in Opg. Se rinsaviscono tornano in carcere. Usciamo dal cortile per visitare la sezione accompagnati dalle ultime frasi, «dottore hai capito, è tentato omicidio, non omicidio, dillo all’onorevole, e, si sta male, si sta male, si sta male». Tac. Si chiude il cancello. Basterebbe così ma si prosegue.
Le celle sono vuote, con l’eccezione di qualche internato che rinuncia al passeggio. Da una spunta un fantasma, si chiama Costantino, è sostenuto da un altro internato e sembra un bambino di tre anni che saluta. Si regge a fatica in piedi. Ha un sorriso sdentato e incosciente. Sta qui da circa 30 anni, ne ha 55, ne dimostra venti in più. Le celle sono vuote, appena un letto, un lenzuolo bianco grigio e una coperta marrone con una striscia bianca. La stanza numero sei ha una scritta su un cartoncino rosa che è di per sé un manifesto psichiatrico: Stanza Coerciti. Dentro tre letti, piccoli, fissati al suolo, con un buco al centro per i bisogni e un secchio sotto a raccogliere. Sono vuoti ma, come apprenderemo dal registro che di lì a poco andremo a vedere, sino a qualche giorno fa ancora occupati. Due strisce di cuoio, una per lato, e il resto non si fa fatica a immaginarlo.
Francesco, la cui bonarietà sembra sorprendere tutti, ci precede in infermeria. Dal registro risulta che un internato, Marco O., è stato legato per 11 giorni. Il personale medico di un Opg è convenzionato. Non ci sono psichiatri assunti ma consulenti con un monte ore mensile. Sono attualmente sette. Se dividiamo il monte ore di consulenza per il numero di pazienti, fanno 12 minuti di assistenza psichiatrica settimanale a testa. Anche larga parte del personale paramedico è a contratto.
Il direttore Adolfo Ferraro spiega che la spesa per il vitto prevista dalle tabelle ministeriali è di 1,50 centesimo di euro a internato. La struttura costa 4 milioni di euro l’anno, molto meno di quanto si spenderebbe per un carcere, ancora molto di meno di quanto si spenderebbe se queste persone fossero ospitate in strutture residenziali. La visita prosegue: altre due sezioni, storie di disperazione, di povertà, assenza di avvocati e famiglie. Chiudiamo dopo quattro ore con Mario, internato semi-muto che con suoni disarticolati ci chiede di avvisare la sorella, di dire alla loro madre di farsi trovare a casa, perché il numero che compone suona a vuoto. E’ il primo impegno che manteniamo, una volta fuori. Il secondo è questo racconto, perché a tutti abbiamo promesso che non ci sarà più silenzio sulle loro vite, che non c’è codice penale, norma amministrativa, disciplina psichiatrica che giustifichi questo dolore.