Dove le donne non festeggiano. In Turchia, tra mille violenze

L’otto marzo in Turchia non è solo una giornata di festa e denuncia. L’anno scorso le immagini delle donne picchiate brutalmente dalla polizia di Istanbul davanti alla sede del comune hanno fatto il giro del mondo. Quest’anno il governo dell’islamico Akp sta cercando di «limitare i danni». Così quando sabato un folto gruppo di donne, poco meno di un migliaio, hanno manifestato a Kadikoy, Istanbul, sono state «salutate» da donne poliziotto che offrivano loro dei garofani. Per la verità quasi nessuna delle donne ha accettato il fiore, un omaggio che strideva con il pesante servizio di sicurezza (perquisizioni e metal detector inclusi) messo in piedi all’ingresso della piazza principale dove si svolgeva il meeting contro la violenza sulle donne. Che rimane una delle violazioni più pesanti in Turchia e che colpisce donne giovani e meno giovani. Una violenza che ha varie forme, come rivelano le ultime drammatiche statistiche. Dalle botte ai matrimoni combinati, dagli insulti all’omicidio cosiddetto d’onore. I recenti rapporti sui delitti d’onore parlano di almeno duecento casi l’anno. Una «tradizione» sulla quale lo stato ha deliberatamente chiuso un occhio se non due. Come dimostra la protesta suscitata l’anno scorso quando durante la riforma del codice penale il governo pensava di reintrodurre l’adulterio come reato.

Venerdì mentre le donne manifestavano a Istanbul come a Mersin (in Kurdistan, qui con molta più tensione che nella metropoli), il tribunale di Mardin emetteva la sua sentenza contro il fratello e due cugini della giovane Semse Allak, trentacinque anni, uccisa brutalmente nel novembre del 2002 in un villaggio nella provincia. La corte ha stabilito che, vista la buona condotta del fratello della donna, l’iniziale condanna all’ergastolo poteva essere ridotta a vent’anni e otto mesi. Per i cugini la condanna è di 17 anni e mezzo e 12 anni e mezzo. I giudici si sono sentiti in dovere di spiegare la riduzione della pena sottolineando oltre alla buona condotta del fratello anche il fatto che le sue azioni (cioè l’omicidio della sorella e del suo amante) erano state «provocate» dal comportamento della stessa sorella.

Semse Allak non era sposata. Aveva una relazione con un uomo più vecchio di lei ed era rimasta incinta. La donna, nel novembre del 2002, venne aggredita e linciata dal fratello e due cugini per «vendicare» l’onore della famiglia. La giovane sopravvisse al linciaggio ma morì, dopo orribili sofferenze, cinque mesi dopo. Nessuno della sua famiglia andò a reclamare il corpo di Semse. Nessuno partecipò al suo funerale, organizzato da Ka-Mer, l’associazione fondata da coraggiose ed energiche donne, come Nebahat Akkoc e l’avvocata Meral Danis Bestas a Diyarbakir.

Ufficialmente per conformarsi alle norme richieste dall’Unione europea (che ha avviato negoziati di ingresso con la Turchia), Ankara ha introdotto la pena dell’ergastolo per i cosiddetti crimini d’onore. Ma in realtà dall’anno scorso questi crimini vengono puniti (per fortuna non sempre) secondo un altro articolo del codice, quello che attenua la pena tenendo conto della «provocazione». Del resto lo scorso ottobre un’inchiesta pubblicata a Diyarbakir rivelava come per il 37% degli intervistati una donna che avesse avuto una relazione extra-coniugale doveva essere punita con la morte. Solo il 16% degli intervistati riteneva che non dovesse essere punita. Un altro rapporto conferma che il 46,5% delle donne intervistate per la sua ricerca dal professor Faruk Kocacik dell’università Cumhuriyet sono vittime di violenza domestica. Nel 98,5% dei casi da parte del marito, che le picchia, minaccia e insulta. Nel 32,2% dei casi questa violenza viene «giustificata» dal marito con l’accusa che la donna non fa il suo dovere di moglie. Negli ultimi cinque anni sono state 395 le donne che si sono rivolte al centro donna di Antalya, località turistica al sud della Turchia. Il 63% delle donne di loro era sposata e il 59% ha subito violenza durante il matrimonio.