Doppia morsa sulla salute

Cinquantanove anni, due interventi al cuore nelle scorse settimane negli ospedali romani, una medicina da prendere con «assoluta regolarità» dopo le operazioni chirurgiche, ma ieri la farmacia del quartiere era chiusa, con tanto di cartello di «adesione» alla serrata. Panico, poi la aiutano a reperire il farmaco salvavita, la signora scampa il pericolo, e insieme al figlio inizia un’azione legale contro Federfarma.
Della sua peripezia di sofferenza si viene a sapere perché decide di ribellarsi, perché non è sola né negli affetti, né nella capacità di comunicazione sociale (con lei c’è il figlio, l’associazione dei consumatori Codacons l’assiste nel ricorso legale). La sua vicenda diventa «notizia», e come sappiamo notizie simili sono spia di una condizione condivisa da tante persone di cui nulla sapremo (gli incidenti sul lavoro ne sono un esempio paradigmatico) perché meno dotate di affetti o di relativo potere di comunicazione. Le file alle poche farmacie aperte, i pianti davanti a quelle chiuse nelle canicolari metropoli semideserte, a Roma abbiamo potuto vederle: le sofferenze più o meno estreme, ovunque il senso di impotenza silenziosa in quella condizione di fragilità che sempre la caduta di salute provoca per sé o per i propri cari, è stato un dato palpabile di fronte alla serrata padronale dei farmacisti.
Federfarma, che ieri sera alla fine ha dichiarato sospesa l’«agitazione» – avendo già scontato defezioni al suo interno in Piemonte, e nel centronord, per una qualche consapevolezza del problema della «salute dei cittadini» in questo agosto dove assieme ai partenti per le vacanze, altrettanti restano – è l’organizzazione che riunisce i «titolari» di farmacie, possessori di una licenza commerciale, che sono in tutto 16 mila, mentre ben 35 mila sono i farmacisti senza «titolarità» che lavorano alle loro dipendenze nelle farmacie private, e altri 5 mila che prestano la loro opera nelle farmacie speciali e pubbliche.
Come si vede, una corporazione minoritaria tiene in scacco un accesso più agevole alle medicine pur di mantenere il monopolio dell’attività. Non si capisce altrimenti perché i «titolari di farmacie» rifiutino la vendita dei medicinali «da banco» nei supermercati, distribuiti e controllati da laureati in farmacia, se non perché così sfuggirebbero al controllo della casta dei proprietari.
Una pretesa incomprensibile, per altro, già all’esperienza comune: le farmacie, infatti, da tempo, sono state trasformate dai «titolari» in bazar dove si può trovare di tutto, dalla profumeria ai giocattoli, alle scarpe, ma c’è anche chi riesce a comprare schede telefoniche, in farmacia.
Resta che, dietro lo scontro italiano – rubricato come questione non di salute, anche se oggi finalmente interviene la ministra Livia Turco, ma di «competitività», affidata al ministro per «lo sviluppo economico» Bersani – c’è la minaccia da parte dell’Unione europea di «procedura di infrazione» contro l’Italia perché non apre al libero gioco del mercato le farmacie private, e quelle «comunali». Insomma, uno scontro tra proprietà locale di corporazione, e proprietà globale di multinazionali.
La dismisura di questa competizione, rispetto alla salute come «bene comune», all’esperienza traumatica di ciascuno di noi quando con la malattia incontra la contingenza della vita come minaccia di dissoluzione dei nostri corpi viventi, non potrebbe essere più stridente.