Il 13 dicembre sarà una data storica per chi si batte a difesa dei diritti umani in Italia. La camera infatti ha approvato in prima lettura praticamente all’unanimità (446 sì e un solo no, della irriducibile Lega Nord) la norma che introduce nel nostro ordinamento il reato di tortura. Un obbligo giuridico internazionale, politico e morale di fronte al quale il nostro paese era inadempiente da quasi vent’anni.
Esultano Antigone e Amnesty International, le due associazione che da anni si battono per sanare un buco nero normativo (non a caso rilevato dai magistrati genovesi che conducono l’inchiesta sul G8), che si augurano ora una rapida approvazione definitiva da parte del senato. «Speriamo che questa legge non debba mai essere applicata – dichiara soddisfatto Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International – ma le leggi del nostro paese non possono permettersi di non avere gli strumenti necessari per contrastare la tortura». «La tortura non è estranea neanche ai paesi democratici – ricorda Patrizio Gonnella di Antigone – per questo occorre una legge che la prevenga e la punisca anche se nessuno deve temere la previsione del reato di tortura nel codice penale».
Grazie all’astensione di Verdi e Prc la norma approvata a Montecitorio è stata addirittura modificata (in meglio) rispetto al testo concordato in commissione giustizia grazie a due emendamenti firmati da Gaetano Pecorella ed Enrico Costa di Fi . Il primo esclude l’immunità diplomatica per i cittadini stranieri accusati o processati per tortura, che devono essere estradati dove è in corso il processo penale o davanti a un tribunale internazionale. Il secondo prevede la «procedibilità universale» contro qualunque cittadino italiano o straniero che commette il delitto di tortura all’estero.
La norma infine prevede una pena di reclusione da 3 a 12 anni per «chiunque con violenza o minacce gravi, infligge ad una persona forti sofferenze fisiche o mentali allo scopo di ottenere da essa, o da una terza persona, informazioni o confessioni», per punirla o «per motivi di discriminazione razziale, politica, religiosa o sessuale». La pena è aumentata se il colpevole è un pubblico ufficiale e raddoppiata se ne deriva la morte.
Il presidente della commissione giustizia della Camera, Pino Pisicchio, non ha nascosto la sua soddisfazione per un atto di sensibilità che chiude con una lunga fase di disattenzione del parlamento rispetto ai diritti: «E’ un momento importante perché uno dei primi gesti che questo Parlamento riesce a condividere in una dimensione pressoché unanime avviene attorno a un provvedimento così intriso di ragioni umane e così atteso».
Pisicchio non teme rilievi sulla legge approvata che anzi a suo giudizio può «proporsi come modello per altri paesi europei visto che abbiamo scelto di costruire una tipologia di reato ‘non propria’ adottando l’espressione «chiunque» e quindi non limitandoci solo ai pubblici ufficiali ma anche ai mafiosi o a chiunque eserciti una azione violenta».
«Mai più caserme Bolzaneto, mai più caserme Raniero», chiosa invece Francesco Caruso, deputato del Prc: «Questa proposta di legge, che ora passa all’esame del senato, serve da monito affinché non si ripetano mai più sospensioni dei diritti e della democrazia come quelle avvenute nei giorni del G8 di Genova nel luglio 2001 e nella caserma Raniero di Napoli durante le contestazioni contro il Global Forum a marzo dello stesso anno».
Caruso ricorda anche che proprio molte organizzazioni internazionali dei diritti umani aveva denunciato le «torture» avvenute nella caserma Bolzaneto dove furono portati i manifestanti arrestati e gli stessi magistrati, all’inizio dell’inchiesta ipotizzavano il reato di tortura per gli agenti indagati. «Reato che però allora non era previsto dal nostro codice penale e in futuro lo sarà. Un monito affinché non ci siano più buchi neri nella democrazia».