Dopo Provenzano, poco da festeggiare

Dopo 43 anni, la cattura di uno di uno dei più potenti mafiosi del secolo precedente è senza dubbio un fatto eclatante e ci fa riflettere su molte cose: ad esempio sul fatto di come, in un Paese «civile e democratico » come il nostro, si è aspettato tanto per arrivare alla fine di una latitanza piena di misteri e circondata da tanti interrogativi. Sicuramente quest’uomo è stato protetto a livello istituzionale, e sicuramente non è un caso che la mafia abbia sempre goduto di queste garanzie.
Sicuramente quest’uomo è stato protetto a livello istituzionale, e sicuramente non è un caso che la mafia abbia sempre goduto di queste garanzie.Ci auguriamo un po’ tutti che non si ripeta lo stesso copione del precedente arresto dell’altro grande boss mafioso Totò Riina. Una vicenda, quella dell’arresto dell’altro capomafia, che presenta ancora molti punti oscuri e che ci lasciano perplessi, a partire dalla mancata perquisizione all’interno della sua villa-covo. O come il famoso «papello» che non si è mai trovato e le voci su un accordo con lo Stato per far cessare la strategia dello stragismo messa in atto in quel periodo da Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano per molti è stata una liberazione, qualcuno ha anche festeggiato. Il Comune di Corleone ha addirittura istituito per l’11 aprile una giornata di festa e di memoria in ricordo di questo arresto. Ma sono convinto che non c’è niente di cui gioire e che sarebbe invece necessario riflettere sul fatto che la mafia dopo questa cattura non è sconfitta, anzi sicuramente sarà più forte di prima, così come lo è stata dopo l’arresto di Riina. Magari cambierà strategia, cosa piuttosto normale nei momenti storici ad essa più ostili, per adeguarsi e amalgamarsi all’interno del sistema sociale, politico ed economico. Sappiamo tutti che la mafia non è solo un problema repressivo e di ordine pubblico, anche se è chiaro che le forze dell’ordine devono fare il proprio dovere, ma che si tratta soprattutto di un problema culturale. Questo è il messaggio che ci ha trasmesso mio fratello Peppino Impastato, che operò una rottura storica e culturale non solo all’interno della società e dell’ambiente nel quale viveva, ma soprattutto all’interno della propria famiglia di origine mafiosa. Noi siciliani dobbiamo tenere conto che viviamo in una regione dove buona parte della classe politica è collusa con la mafia, a partire dal presidente Cuffaro, sotto inchiesta per favoreggiamento, fino ad arrivare ad altri politici e uomini delle istituzioni già condannati. Ecco perché un evento così importante non deve farci dimenticare la realtà che ci circonda. Dobbiamo risolvere questi problemi e spezzare i legami fra i poteri istituzionali e la mafia, se vogliamo avviare un grande processo di rinnovamento nella nostra regione. Credo che sia venuto il momento di riflettere sulle scelte politiche che dobbiamo fare. Le persone che hanno avuto e continuano ad avere rapporti con la mafia, anche se non penalmente rilevanti, devono essere allontanate dalla politica e altri dovrebbero essere messi in condizioni di non nuocere, come è stato fatto per Provenzano. Finchè la politica che dispone del consenso della gente si rifiuterà di costruire un muro che la separi dalla criminalità e dal malaffare, episodi come la cattura di Provenzano serviranno a ben poco. E non si può chiedere ai siciliani una rivolta morale quando dalle istituzioni arrivano questi esempi. Ecco perché credo che non ci sia nulla da festeggiare.