Dopo la morte del padre-padrone Nijazov si riapre la caccia al gas del Turkmenistan

Il 21 dicembre scorso un infarto si è portato via Saparmurat Nijazov, pittoresco dittatore del Turkmenistan, exrepubblica sovietica sconosciuta ai più. Se non fosse stato, appunto, un dittatore, Nijazov sarebbe stato un ottimo personaggio hollywoodiano con i suoi colpi di teatro e la sua grandeur. Ex-leader del Partito Comunista in tempi sovietici, è stato dichiarato presidente a vita dal Parlamento turkmeno solo nel 1999 ma già da anni il regime aveva istaurato un culto della personalità che non si vedeva dai tempi di Mao. Il volto del presidente, ribattezzato ufficialmente “Turkmenbashi” (ovvero “capo di tutti i turkmeni”) appare ovunque, dalle banconote alle bottiglie di vodka, mentre le sue statue dorate stazionano in ogni piazza del paese. Per arginare la diffusione dell’islamismo – o di qualunque altra dottrina che non sia quella del Turkmenbashi – Nijazov ha scritto anche un manuale filosofico-politico-spirituale dal quale, ogni mattina, vengono letti alcuni passi significativi negli uffici e nelle scuole di tutto il paese. Ovviamente non è ammessa nessuna opposizione e l’unico partito legalizzato è quello del presidente. Quando il 21 dicembre scorso Saparmurat Nijazov è morto improvvisamente, dopo essersi operato l’anno scorso in gran segreto in una clinica tedesca, il vice-primo ministro Kurbanguly Berdymukhamedov ha assunto il potere in attesa delle elezioni fissate per l’11 febbraio prossimo. Probabilmente nessun turkmeno ha pianto, ma le cancellerie di molti paesi del mondo sono state scosse da un brivido. Perché il piccolo stato affacciato sul Mar Caspio, oltre a essere posizionato in modo strategicamente significativo nel crocevia dell’antica Via della seta – fra l’Iran, l’Afghanistan e l’Uzbekistan – nasconde nel sottosuolo talmente tanto gas naturale da proiettarlo al quinto posto nella classifica dei paesi produttori.
E Nijazov non era soltanto un amante delle pagliacciate ma anche un politico scaltro, molto abile nel giocare l’uno contro l’altro gli interessi delle grandi potenze energivore: Russia, Cina e Stati Uniti, con l’Unione europea a tratti sintonizzata sulla strategia di Washington, a tratti sganciata. Riusciranno i suoi successori a continuare la politica di “neutralità positiva” lanciata dal dittatore? Le manovre per ingraziarsi il nuovo presidente sono già cominciate. Mosca farà di tutto per mantenere il suo ruolo di monopolista e riesportatore del gas turkmeno, ruolo che ha ereditato insieme al sistema di oleodotti costruiti in epoca sovietica. Una sorta di monopolio naturale visto che, se Ashgabat (la capitale turkmena) vuole fare arrivare il suo gas sul mercato internazionale, deve per forza utilizzare le pipeline che passano per il territorio russo. Nijazov aveva capito però che non sarebbe stato prudente ipotecare il futuro del piccolo paese centro-asiatico respingendo totalmente le avances di altri pregevoli clienti – Europa e Stati Uniti prima di tutto – intenzionati a fare di tutto per aprirsi un accesso diretto al gas turkmeno. Il tentativo non è nuovo. Nel 2006 Stati Uniti e Turchia rispolverarono un progetto vecchio di dieci anni: la costruzione di una pipeline attraverso il Caspio (come parte del cosiddetto East-West Energy Corridor) che avrebbe dovuto fare arrivare il gas turkmeno all’Europa attraverso la Turchia. Il progetto è stato bloccato da Nijazov per non dispiacere Mosca, ma che farà il suo successore? La Russia, dal canto suo, pretenderà certamente il rispetto di un accordo firmato nell’aprile 2003 con il quale Ashgabat si è impegnata a fornire gas per 25 anni, per un totale di 2 trilioni di metri cubi – anche se molti esperti covano dubbi sulle reali dimensioni dei giacimenti turkmeni. Sì perché, non è questo l’unico impegno che ha preso l’abile presidente: ha promesso gas all’Iran (fra gli 8 e il 10 miliardi di metri cubi) e alla Cina, con la quale Nijazov ha firmato un accordo trentennale. I cinesi, fra l’altro, hanno abilmente aggirato l’abitudine russa di comprare il gas turkmeno a prezzi stracciati per rivenderlo altrove. Utilizzando la sua grande liquidità, Pechino sta rovinando la piazza a Mosca – offrendosi di pagare tariffe altissime ai produttori – ma anche agli europei, specie se dovesse riuscire nell’intento di attirare i turkmeni nel progetto di un oleodotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan che, nelle intenzioni cinesi, potrebbe proseguire verso Est.
Se poi ai grandi giocatori si aggiungono anche i battitori liberi – i tedeschi prima di tutto, interessati allo sfruttamento delle nuove riserve appena scoperte – si capisce quanto la morte del dittatore abbia reso instabile l’intera regione. Il Grande gioco è davvero a un punto di svolta, come sostengono alcuni diplomatici? La nuova via del petrolio rovescerà nel paese ricchezza ed eserciti invasori come, in passato, è accaduto in tutti i territori interessati dall’antica Via della seta? E’ presto per dirlo, tuttavia qualcosa sta già cominciando a muoversi, almeno a livello locale. Lo dimostra, ad esempio, l’arresto di un noto ambientalista turkmeno, Andrei Zatoka, che è stato fermato dalla polizia mentre stava prendendo un aereo per Mosca. Zatoka, membro della direzione dell’International Socio-Ecological Union, è stato arrestato senza accuse ufficiali e portato in un luogo sconosciuto. Il militante ecologista è riuscito a contattare i suoi amici via sms il 23 dicembre scorso, ma da allora si sono perse le sue tracce. Speriamo che non sia la prima di una serie di iniziative volte a sgombrare il campo da oppositori e testimoni scomodi prima che la partita calda sul gas turkmeno diventi incandescente.