Dopo il ritiro Gaza resta chiusa nella morsa di Israele

Sharon vuole mantenere il controllo degli spazi aerei. Soldati israeliani presidieranno la frontiera con l’Egitto
Ritiro dalle colonie Tel Aviv minaccia di sospendere l’accordo con l’Anp che prevede il trasferimento ai palestinesi del gettito delle tariffe doganali. Nella foto l’aeroporto di Rafah

INVIATO A GAZA
Aveva visto giusto lo scorso 8 agosto il ministro degli esteri palestinese, Nasser Al-Qidwa, che aveva smentito la fine dell’occupazione israeliana di Gaza dopo lo sgombero delle colonie. «Gli israeliani lasceranno Gaza, ma manterranno il controllo sullo spazio aereo, sulle acque territoriali e soprattutto sui confini. Perciò, i movimenti della gente e i contatti con l’estero saranno sempre controllati» – aveva affermato – «è vero che l’Anp sarà responsabile dei cittadini della striscia di Gaza, ma non avrà una sovranità piena». Previsioni che hanno trovato conferma giovedì scorso quando una commissione interministeriale israeliana ha stabilito che Tel Aviv conservi il controllo di sicurezza alla frontiera tra la striscia di Gaza e l’Egitto, dopo il ritiro dell’esercito. «Siamo convinti della necessità che Gaza sia aperta verso l’esterno, ma non accetteremo mai che si trasformi in un arsenale per il terrorismo», ha dichiarato un alto funzionario governativo. Oggi invece il governo Sharon voterà l’accordo per l’impiego dei 750 soldati egiziani che pattuglieranno il famoso «Asse Filadelfi» per impedire il traffico di armi tra l’Egitto e Gaza. Il governo israeliano insiste affinché l’attuale dogana di Rafah sia spostata più a sud, a Kerem Shalom, dove si incontrano i territori di Egitto, Gaza e Israele. In questo modo Tel Aviv manterrebbe un controllo di sicurezza sulle persone che faranno ingresso nella striscia e un controllo doganale sui prodotti che entreranno in Israele. Se i palestinesi non accetteranno, il governo Sharon minaccia di sospendere l’accordo con l’Anp che prevede il trasferimento ai palestinesi dell’intero importo delle tariffe doganali per le merci in transito. È evidente che, con questa soluzione, Gaza rimarrebbe un territorio ancora controllato da Israele pur non avendo al suo interno soldati e coloni.

La liberazione del valico di frontiera di Rafah è fondamentale per i palestinesi. Questo punto del confine con l’Egitto infatti rappresenta l’unica via di comunicazione tra Gaza e il mondo esterno, visto che Israele manterrà il controllo sui 40 km di costa di Gaza e sul suo spazio aereo. Gaza rischia di trasformarsi in una «prigione a cielo aperto», ha commentato il ministro dell’economia Mazen Sinokrot, mentre la comunità internazionale si è convinta che lo sgombero delle colonie ebraiche abbia messo fine all’occupazione. L’Anp chiede perciò piena libertà di circolazione delle persone e delle merci attraverso la dogana di Rafah, senza alcuna ingerenza da parte di Israele che al momento consente da e verso l’Egitto il transito di 700 persone al giorno. Spesso, per presunte ragioni di sicurezza, la frontiera è chiusa e i centri per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato i disagi che ciò comporta per centinaia di civili, tra cui numerose persone che si recano in Egitto per sottoporsi a cure mediche. «Libertà significa poter uscire e rientrare da Gaza tutte le volte che vogliamo e poter commerciare senza ostacoli con l’Egitto ed il resto del mondo. Se Israele continuerà a negarci questo diritto, allora Gaza rimarrà un territorio occupato», ha affermato il ministro per i negoziati Saeb Erikat.

Il negoziato continua con l’Anp presa tra due fuochi: da una parte il bisogno di garantire la piena liberazione di Gaza e dall’altra il pericolo di perdere l’accordo doganale con Israele e, di conseguenza, entrate per centinaia di milioni di dollari. Il presidente Abu Mazen ha proposto a Israele che una parte internazionale, Ue o Turchia, controlli assieme a guardie di frontiera e palestinesi chi entra a Gaza. Il governo Sharon non ha ancora risposto. Gli Stati Uniti propongono un sistema di telecamere per tenere informati i servizi di sicurezza israeliani sull’identità di chi entra a Gaza. La presenza di persone sospette a Gaza – suggerisce Washington – verrebbe punita da Tel Aviv con sanzioni «e altre misure» contro i palestinesi. Incursioni militari?