Domitilla: «Finalmente è arrivato il momento»

Quale futuro per la Bolivia dopo l’elezione di Evo Morales? A Empoli, se ne è discusso con Domitila Barrios de Chúngara,classe 1937, figura storica del sindacalismo boliviano e degli indios. Domitila è stata invitata dall’assessora Mercedes Frias e dall’associazione Punto di partenza. Con il contributo della regione Toscana, l’associazione ha ideato il progetto Panchita, una scuola di economia itinerante rivolto alle donne del sud del mondo. E Domitila, che oggi vive a Cochabamba, è venuta a parlare della «guerra dell’acqua», del ruolo delle donne nelle «strategie di resistenza al neoliberismo » e delle speranze riposte nel nuovo presidente Evo Morales. Ma, in questa conversazione con il manifesto, Domitila torna anche al passato. Il suo nome è legato alle lotte dei minatori dello stagno di Siglo XX, il villaggio dov’è nata e vissuta, teatro di numerosi massacri ad opera dei militari: dal primo giorno di sciopero dei lavoratori, nel dicembre ’42, al ’63-64, fino alla notte dell 24 giugno ’67. Che cos’è Siglo XX oggi? Nell’85 La miniera è stata chiusa, i lavoratori hanno perso il posto e anche la casa, che era in prestito. Chi si è trasferito a La Paz, chi come me e mio marito, a Cochabamba. Chi è rimasto, ha creato piccole cooperative che raccattano i residui di stagno per venderli. Dall’82 non ci sono più i militari, ma la democrazia ha portato il neoliberismo. La Comibol, la compagnia mineraria che amministrava le miniere statali, è stata distrutta e le principali miniere sono state consegnate a imprese straniere. Dall’85 la Centrale Operaia boliviana, che raggruppa tutte le federazioni sindacali, ha subito un duro colpo. Sono partiti i licenziamenti. Hanno dato in mani straniere le risorse minerarie, il petrolio, il gas, l’elettricità, i mezzi di trasporto, l’acqua. Cosa vi aspettate da Evo Morales? La nazionalizzazione del petrolio e del gas, la riapertura delle miniere e anche dei pozzi di petrolio, il miglioramento delle nostre condizioni, il rispetto dei diritti degli indios: quello che ha promesso, insomma.. Lei è sopravvissuta a diversi massacri, perpetrati dai governi militari, ha subito il carcere, la tortura… Sì, ma a tanti di noi è andata peggio. Quando, nel ’64, prese il potere il generale Barrientos, iniziò la repressione. Molti dirigenti sindacali vennero uccisi, altri furono arrestati o costretti all’esilio. Durante il massacro di settembre 1965 scomparve Isaac Camacho, che dirigeva le lotte sindacali nascosto nella miniera. La gente reagì. Ci mitragliarono dall’alto. I poliziotti, travestiti da portantini, si nascondevano nelle ambulanze per fotografare quelli che raccoglievano i feriti e poi venivano a Siglo XX con le fotografie, per arrestarci. La notte del 24 giugno ’67, la notte di San Juan, eravamo in festa. L’esercito cominciò a sparare a Siglo XX, ma non ce ne accorgemmo subito per via dei fuochi d’artificio. Spararono su tutto quel che si muoveva, per impedire la grande assemblea sindacale che si sarebbe dovuta tenere quel giorno. Centinaia di morti. Al cimitero tenni un comizio molto duro. Il giorno dopo mi portarono in galera. Ero incinta di otto mesi. Partorii mio figlio morto, a forza di calci, e rischiai di morire a mia volta. Pensavano fossi un collegamento della guerriglia. Nel libro Chiedo la parola, pubblicato da Feltrinelli nel ’79, lei conclude la sua testimonianza con una professione di fede nel socialismo. Oggi che quel mondo è scomparsocome leminiere di Siglo XX, dove ha riposto quelle speranze? Quando in galera mi picchiavano chiamandomi «comunista», ho deciso di studiare cosa fosse davvero il comunismo, e ho capito perché avevo scelto di trovarmi da quella parte della barricata. Ripensavo a mio padre, che non aveva istruzione, ma che sapeva spiegarmi con parole semplici cos’era lo sfruttamento. Oggi si sono impadroniti di tutto,tra un po’ brevetteranno anche l’aria e dovremo respirare dietro pagamento.Insieme a un gruppo di sindacalisti, ho fondato l’Escuela Movil, una scuola itinerante. Andiamo nei quartieri poveri, nelle scuole, ovunque ci chiamino, per proporre la nostra lettura di quel che è successo nel paese, per diffondere la storia che non è mai stata scritta. Adesso il cambiamento a lungo sperato è alla nostra portata e noi dobbiamo cotruire un’alternativa politica.