Domande primarie

Romano Prodi ci informa: «Chi vince le primarie farà il programma». Cioè: prima mi votate poi vi dirò quel che intendo fare. Ma se lo sapremo soltanto dopo, in base a che cosa lo voteremmo, lui e gli altri candidati? Alla simpatia, all’appeal, ai sondaggi? Con il «fidatevi di me poi vedremo», aveva cominciato Berlusconi. I personaggi sono del tutto diversi, ma che idea della democrazia e della partecipazione è questa? E’ vero che il primo cemento della coalizione di centrosinistra è liberarci dalla Casa delle Libertà. Ma quindici giorni dopo la sperabile vittoria, quali decisioni è intenzionata a prendere? Non va da sé. Siamo in una situazione catastrofica che esclude ogni continuità. La decisione, fatta propria anche dal primo governo di centrosinistra, di puntare tutto sul mercato, liquidando la proprietà e le entrate pubbliche, senza controllare minimamente quali speculazioni, arricchimenti e disservizi ne sarebbero conseguiti, ha dato luogo a una colossale redistribuzione del reddito. Come è già stato notato, l’Italia è diventato un paese di grandi ricchezze private e grandi povertà pubbliche. Lo stato non ha soldi ed è indebitato fino al collo. La filosofia di questa scelta scriteriata, ideologica se ce n’era una, si fondava sull’assunto che le ricchezze in mano ai privati sarebbero andate in investimenti produttivi; invece sono andate nella speculazione finanziaria e immobiliare contribuendo al declino produttivo, industriale e funzionale del paese e accrescendone le disuguaglianze. Con una devastazione dell’occupazione che le statistiche, comprendenti i lavori precari, nascondono appena.

La massa salariale si è ridotta. Il potere d’acquisto dei due terzi del paese anche. L’erogazione di denaro pubblico all’impresa, attraverso ogni sorta di agevolazioni e incentivi, come se toccasse al finanziamento pubblico alimentare il profitto privato, i condoni, le esenzioni dalla tassa sulle successioni, unitamente ai molti soldi buttati nella guerra, hanno lasciato vuote le casse dello stato, incapaci ormai di far fronte anche agli impegni presi nell’Unione europea. La scelta di lasciar fare al mercato, condivisa da Berlusconi a D’Alema, è passata come Katrina. Ed eccoci davanti al problema di far fronte ai disastri di un uragano massimo con uno stato minimo. Come intende il centrosinistra invertire la tendenza? Come riattivare la crescita?

Poiché, se è vero che crescita non è uguale a sviluppo, di una crescita c’è bisogno, pena dare una volta ragione agli ecologisti e un’altra alla Fiom. Ma quale crescita? Assumendo una politica economica nei settori strategici? Chi la assume? Quali sono oggi? E con chi li concorda? La tesi di Luciano Gallino di un centro pubblico mi pare ineludibile, in quanto una linea economica non è la sommatoria anche delle migliori politiche locali – occorre un polo, un ministero, un’agenzia pubblica. Ma ecco che da Corviale, il primo vero convegno di lavoro, viene il «no» della flebile Cgil, perché la sinistra, impressionata da Tangentopoli, non si è ancora posta la domanda di come garantire a una proprietà pubblica trasparenza e diritto di accesso, invece che lottizzazione e clientelismo. E ancora, interrogato sulla Legge 30, Prodi ha risposto un po’ elusivamente che bisogna mantenerne l’impatto sulla mobilità e ridurne quello alla precarizzazione. Ma a quale mobilità essa ha dato finora luogo? La mobilità sociale è assicurata soltanto da una situazione di tendenziale pieno impiego; l’occupazione precaria è la più immobile che ci sia, il modesto salario cui aggrapparsi nella speranza che ti rinnovino il contratto, che l’impresa non se ne vada, data la piena licenza di movimento dei capitali e la possibilità di delocalizzare le imprese, il pericolo di essere destabilizzati da un’Opa, e via dicendo.
Cambiare questa tendenza devastante implica cambiare molte cose. Prima di tutto il ricentrarsi dell’azione pubblica sul lavoro oggi, che piaccia o no è la forma più pulita di accesso al reddito; e mettere l’impiego al posto della competitività per la quale il lavoro è una pura variabile in caduta libera. Ma porre qualche steccato alla deregulation e ricostruire i diritti del lavoro implica affrontare alcuni fondamenti dell’Unione europea e riflettere sulle possibilità di movimento e le alleanze all’interno del Wto. La globalizzazione non esige meno di questo. E a quelli economici ci sarebbero molti altri obiettivi da aggiungere, dalla bioetica ai diritti civili, alla laicità dello stato, alla sanità e alla scuola, che appaiono così diversi ma che sono stati tutti piegati alla mercificazione più il dominio della Chiesa. Per non parlare dell’immigrazione che incontra ormai sulle nostre coste un muro che ha fatto più morti del Muro di Berlino. E non ce ne vergogniamo. E’ così? Abbiamo il diritto di sapere che cosa ne pensano coloro che ci chiedono di essere votati. Quali obiettivi si propongono e in quali tempi, e attraverso quali strumenti finanziari e politici, rivolgendosi principalmente a quale parte sociale, perché in una situazione così disuguale non si può accontentare tutti. Occorrono chiarimenti, calcoli e compatibilità a un certo fine perché un programma non si risolve in qualche valore condiviso o in una sommatoria di pii desideri. Non so se Bertinotti avrà la cortesia di leggere queste righe, ma non mi risponda «per quel che mi riguarda ha già parlato il popolo di Seattle». No. Seattle è stato un grande evento della soggettività, che pareva spenta, il primo ostacolo messo all’ideologia del liberismo, ma non ha né bloccato né modificato la Organizzazione mondiale del commercio, nella quale anzi è entrata la Cina con tale vigore e con costi schiavistici della manodopera da creare un vero e proprio dumping contro cui si sanno elevare soltanto derisorie barriere protezionistiche. Il lavoro da fare è enorme e siccome la coalizione è un accordo fra diversi, sia l’analisi che le proposte possono essere non poco differenti. E implicheranno sicuramente delle mediazioni. Prodi ha aggiunto: «E niente mediazioni». Ma a chi mandava questo ammonimento? A Follini o a Rinaldini?

Ma basta. Voglio dire che chiunque ha diritto di fare queste domande e averne le risposte. Da parte mia io non voterò alle primarie se prima le risposte non ci saranno. E per quel poco che conto non inviterò a votare. Infine, voglio aggiungere che è vano il continuo miagolare sul distacco della gente dalla politica se questa non comincia a mettere le carte e i problemi sul tavolo, così che ogni cittadino o gruppo o movimento possa controllarle e ragionarvi.