Documento di politica internazionale approvato in Direzione

Per la pace ed il disarmo, per un’Europa autonoma e senza Nato

La recente guerra nel Caucaso, l’acutizzarsi delle tensioni in America Latina, il progressivo e costante incremento delle spese per armamenti su scala globale, impongono di rimettere al centro della riflessione e dell’iniziativa del nostro partito, e del movimento contro la globalizzazione, il tema della lotta per la pace e per il disarmo.
Ciò accade in un momento di evidente crisi della globalizzazione capitalista, che lungi dal mantenere le sue promesse di pacificazione e di fine della storia, ha visto negli anni recenti il riesplodere su scala globale di tensioni di carattere etnico, religioso, fondamentalista, sullo sfondo di una generalizzata crisi energetica, finanziaria e alimentare. La progressiva deregolamentazione dei mercati, di liberismo a senso unico, l’imponente e selvaggio processo di finanziarizzazione dell’economia, insieme all’ imposizione di politiche disastrose sul piano sociale e ambientale, ci consegnano una situazione segnata da una incertezza ed instabilità sempre più allarmanti, dal riarmo globale e dalla guerra come strumento oramai ordinario nella regolazione delle relazioni fra gli stati e della politica internazionale. La pretesa di uniformare ad un unico pensiero e modello politico sociale del capitalismo globalizzato, attraverso una governance fatta dagli organismi ademocratici quali Fmi, Wto, Banca mondiale e G8, (e sul piano militare la Nato), è fallita. Un caos invece del nuovo ordine mondiale. L’esplosione della crisi dei mutui subprime e la crisi finanziaria che ha travolto le grandi banche d’affari statunitensi, evidenziano l’insostenibilità dell’ideologia e della pratica neoliberista, con il ritorno prepotente degli stati come unico rimedio alla bancarotta. Paesi come Cina, India e Brasile assumono un ruolo sempre più significativo nell’economia mondiale, accentuando la tendenza al declino della supremazia di Usa e Europa. La crisi in Georgia, il pantano iracheno e quello afgano, (connesso alla destabilizzazione del Pakistan), dimostrano come il tentativo di imporre, da parte degli Stati Uniti, un ordine fondato sulla propria supremazia militare, sia lungi dall’essere realizzato. Al contrario, ha prodotto proprio ciò che si voleva evitare, ovvero il ritorno ad una politica di potenza della Russia, confermata anche dal recente annuncio di imponenti investimenti militari. Una Russia che rimane al di fuori del Wto.
La crisi in atto è il risultato di una politica di lungo periodo. Gli Stati Uniti hanno cercato di assumere un vantaggio dalla condizione di unica potenza globale seguito alla dissoluzione dell’Urss. In una prima fase, attraverso la presidenza Clinton, con la teoria della guerra umanitaria e il pieno coinvolgimento della Nato, in una seconda, dopo l’undici settembre, attraverso la guerra al terrore e l’unilateralismo. La guerra all’Iraq e la teoria della guerra preventiva sono stati gli elementi caratterizzanti questa amministrazione. Washington e i think tank repubblicani hanno teorizzato prima e messo in atto poi una politica di potenza che garantisse agli Stati Uniti un “Nuovo secolo americano”, facendo leva sull’unica carta in loro mano, di fronte all’evidente crescita di influenza di altri attori globali, quali Cina, India, Brasile e America latina, come anche Unione Europea e Russia., e così rispondere al declino della potenza economica e finanziaria. Il controllo di aree strategiche per l’approvvigionamento di risorse energetiche è uno dei terreni su cui si gioca la sfida. A questo obiettivo è legato il progetto di allargamento della Nato ad Est, verso i paesi una volta del patto di Varsavia, e l’installazione dello scudo missilistico in Polonia e Repubblica Ceca.
Da questa politica deriva una corsa al riarmo senza precedenti, con cifre che superano quelle della Guerra fredda, ed una corsa generalizzata al nucleare come unica via per poter avere un potere di deterrenza tale da garantirsi un’autonomia dall’arbitrio della forza diventato oramai unica legge nelle relazioni internazionali. Una politica dei due pesi e delle due misure portata avanti con arroganza, ha condotto al progressivo indebolimento delle Nazioni Unite, sempre più umiliate e messe da parte. Agli alleati della potenza nordamericana è permesso violare il diritto internazionale, altrimenti no. E’ il caso della Turchia, che ancora in questi giorni conduce un’offensiva contro i Kurdi in territorio irakeno, o alla decennale occupazione da parte israeliana della Palestina. L’ultima occasione è stato il riconoscimento unilaterale del Kosovo. Se è vero che con Bush l’offensiva neo cons ha tentato un salto di qualità, pur fallendo clamorosamente, è però azzardato pensare che basti un cambio di guardia alla Casa Bianca a modificare una strategia che converge nel perseguimento della supremazia statunitense. Basti pensare che consigliere di Barak Obama è Zbigniew Brzezinski, il quale teorizza che il compito degli Stati Uniti è di controllo della zona euro asiatica come garanzia di mantenimento dell’egemonia nordamericana. Posizione confermata da Joe Biden a Denver, nella convention democratica. Il problema è che, per i democratici, Bush non ha sbagliato a fare le guerre, ma quali guerre fare, distogliendo gli states da obiettivi ben più importanti al fine di garantirne la supremazia.
E’ evidente come quindi la vicenda della guerra del Caucaso rientri in un contesto molto più complesso, e di come la prova di forza data dalla Russia segni l’apertura di una nuova fase.
Per il nostro Partito e per il movimento per la pace non si tratta di schierarsi con una grande potenza contro un’altra. Di riproporre riflessi condizionati da guerra fredda, ma di capire ciò che è accaduto e ciò che ha portato a questa nuova situazione. La politica del fatto compiuto, di modifica con la forza dei confini e degli stati, è sbagliata. Allo stesso tempo però, nello specifico della crisi russo-georgiana, vanno respinti i tentativi di capovolgimento delle responsabilità e di individuazione nella Russia dell’unico colpevole, accreditando una caricatura da guerra fredda degli avvenimenti che soprattutto i media occidentali hanno proposto. La responsabilità della grave crisi che si è aperta il 7 e l’8 agosto fra Georgia e Russia, pesa in modo evidente sull’avventurismo del Presidente georgiano, sul suo maldestro tentativo di risolvere attraverso un’aggressione ed un colpo di mano la questione osseta, e sull’appoggio degli Stati Uniti, e alla quale la Russia ha risposto. Mikhail Shaakasvili, dopo essere stato riconfermato attraverso elezioni di dubbia regolarità, aver represso con la forza le manifestazioni di dissenso, imbavagliato la stampa e l’opposizione, ha puntato tutto sulla carta del sentimento antirusso e nazionalista, sulla fedeltà agli Usa e sulla richiesta di adesione alla Nato.
Una fedeltà ben ripagata, visto che la Georgia è il paese che dopo Israele riceve più aiuti da parte degli Stati Uniti, aiuti che sono in gran parte finiti nell’opera di riorganizzazione del proprio esercito.
La Russia di Putin non è più il paese in balìa dell’Occidente che è stato durante il periodo di Boris Eltzin. In questi anni ha riconquistato, grazie al controllo sulle risorse energetiche, capacità di avere un’autonomia finanziaria ed economica dopo il collasso dell’Urss, che le consente di aspirare a giocare quantomeno un ruolo da potenza regionale, e di dare un chiaro segnale all’accerchiamento che la Nato e gli Usa hanno prodotto negli anni recenti. L’attacco preventivo dell’esercito georgiano all’Ossezia del Sud, insieme all’insensato riconoscimento dell’indipendenza kosovara, hanno dato a Medvenev e Putin questa possibilità, dopo che per 16 anni si era mantenuta una situazione di stallo monitorata dall’Osce.
Anche Putin fonda il suo consenso su rinnovati sentimenti di orgoglio nazionale. Anche se le condizioni materiali non danno segni di controtendenza, con un paese dove il sistema sanitario e sociale è al collasso, il popolo russo, frustrato dalla perdita di status e dalla rapina seguita alla dissoluzione dell’Urss, trova nelle parole di Putin e Medvenev un ancoraggio, un elemento su cui ricostruire un’identità perduta, su cui far affidamento per sperare di recuperare la sicurezza di un tempo, nonostante il regime assuma sempre più un carattere dirigista. Ma appunto, non è la guerra fredda, con il suo carattere ideologico, di scontro fra blocchi, sistemi politici e sociali, ma ragion di stato, sfere di influenza, geopolitica dei confini.

Le conseguenze per l’Europa

Il dramma della guerra georgiana, oltre nelle vittime civili, che come sempre nelle guerre contemporanee sono quelle a pagare il prezzo più alto, è che preannuncia una nuova stagione di riarmo e di politica di potenza. Dove a dettare i tempi e le regole della politica internazionale sarà esclusivamente la potenza militare, e dove l’Europa politica rischia di essere sempre più ininfluente di fronte alla super potenza militare statunitense. L’aver subìto ed essere stata in alcuni casi complice, prima dell’invasione dell’Iraq e del progetto di Grande Medio Oriente, poi dell’indipendenza unilaterale del Kosovo (e della distruzione dell’ex Jugoslavia), ed infine l’istallazione dei missili in Polonia, sono le tappe della abdicazione dell’Europa ad agire come attore indipendente sul nuovo scenario globale, forza di mediazione per la costruzione di un ordine multipolare. In questa crisi sono però emersi elementi di autonomia, oltre ad evidenti posizioni discordanti fra “vecchia” e “nuova” Europa, con stati come la Germania ad esempio ben attenti a voler evitare uno scontro frontale con la Russia. Sono i segnali di una divisione dovuta ad interessi divergenti con l’alleato statunitense, specialmente in campo energetico. Interessi che confliggono con una dipendenza atlantica preponderante. D’altronde, i tempi e i modi dell’allargamento ad Est dell’Unione, costruito su precarie basi politiche, sono stati quelli dettati dall’adesione alla Nato come precondizione per aspirare ad essere membri dell’Ue. E con i Nuovi stati europei che, come dimostra la vicenda del sistema missilistico, si sentono alleati in primis degli Usa che parte di un’Europa vista più come fonte di risorse economiche e di sussidi che come scelta strategica. Questa subalternità è stata scritta a chiare lettere in quello che prima era il trattato costituzionale europeo, oggi di Lisbona. Invece che proporre e proporsi come alternativa ad una logica perversa e assurda, quale quella del riarmo e di una nuova stagione di tensioni, proponendo un’agenda internazionale per il disarmo su scala globale, il rilancio dei princìpi della carta delle Nazioni Unite, l’Ue, nel trattato di Lisbona, rafforza i suoi vincoli atlantici e la sua militarizzazione. Vale la pena vedere come verrà modificato in materia l’attuale status della difesa comune europea nei confronti dell’alleanza atlantica. La nuova formulazione lega indissolubilmente una futura difesa europea alla Nato: “Gli impegni e la cooperazione in questo ambito restano conformi agli impegni sottoscritti in seno all’Organizzazione del trattato nordatlantico, che resta per gli Stati che ne sono membri il fondamento della loro difesa.” L’Europa è oggi intrappolata dalla sua subalternità alla Nato. Siamo convinti che solo un’Europa autonoma dalla Nato e che lavori per il disarmo e un ordine multipolare può tentare di recuperare al disastro che la crisi del Caucaso e il suo ulteriore sviluppo stanno aprendo, recuperando al diritto internazionale, ai principi dell’Onu e non alla forza, alla logica di potenza militare o alla Nato, la soluzione delle questioni internazionali. Le crisi aperte vanno risolte per via diplomatica, politica e negoziale. Così come le vicende relative alle questioni dei confini e dell’autodeterminazione dei popoli vanno risolte nel quadro del rispetto del diritto internazionale, di mantenimento dei confini esistenti salvo accordi tra le parti, evitando qualsiasi ulteriore modifica manu militari.

L’America Latina

Se nel resto del pianeta, la risposta alla crisi del modello neoliberista del capitalismo globalizzato è quella descritta, nel continente latinoamericano prende forma un’esperienza straordinaria.
Le forze progressiste e di sinistra governano gran parte del sub continente, dando vita ad una inedita stagione di partecipazione politica e popolare, di riscatto delle classi sociali subalterne. E’ in quel continente che l’opposizione al neoliberismo ha visto nascere movimenti come quello zapatista, indigenista e bolivariano e l’esperienza dei fori sociali. Un laboratorio per una uscita da sinistra alla crisi della globalizzazione e del neoliberismo. Quello che era il cortile di casa degli Usa, tenta la strada di un integrazione autonoma ed inedita, fondata su valori di solidarietà, giustizia sociale, uguaglianza. Un’integrazione che vede i paesi latino americani, dopo decenni di riforme imposte da Fmi e Banca mondiale, che hanno portato al collasso , dotarsi di strumenti autonomi , quali la Banca del Sud, Petrosur, e alleanze regionali come l’Alba fondate su principi di solidarietà. Un vero processo di affrancamento dalla tutela statunitense, come confermato dalla decisione di Argentina e Brasile di sostituire le proprie monete al dollaro nelle transazioni commerciali.
Non è un caso quindi che anche qui si riaprano tensioni, con paesi che subiscono ogni giorno gli attacchi delle destre reazionarie e dell’impero nordamericano. E’ il caso di quanto accade in Bolivia, dove gli Usa non esitano ad appoggiare una destra reazionaria e fascista che sta tentando in tutti i modi di arrivare ad una secessione violenta delle regioni ricche dal resto del paese. Un appoggio esplicito che ha giustamente spinto Morales ad espellere l’ambasciatore Usa, Goldberg, non a caso esperto di balcanizzazione., e che ha visto gli Stati latino americani, con in prima fila il Presidente Chavez, schierarsi a difesa del legittimo presidente e governo della Bolivia. Oltre ad esprimere la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno a Morales, occorre attivarsi nel Parlamento Europeo, con la Se e con il Gue, perché l’Europa non sia complice di un nuovo Cile, e affinché i popoli latino americani possano, a partire dalla Bolivia, decidere liberamente del proprio futuro.
I compiti di Rifondazione
Di fronte a questa situazione, per il nostro Partito risulta decisivo saper cogliere le novità che emergono da questo quadro. E’ necessario approfondire l’analisi dei processi in corso, occorre capire meglio le tendenze strutturali in atto in questo periodo di transizione del capitalismo, e per questo promuovere ulteriori occasioni di studio e conoscenza.
Sul piano politico, va rimesso al centro della nostra iniziativa il tema della lotta per la pace e per il disarmo. La decisione del congresso di Praga della Sinistra Europea di lavorare ad una campagna contro lo scudo missilistico e l’allargamento ad Est della Nato, assume quindi un valore strategico. Così come l’opposizione alla militarizzazione dell’Ue.
Il Prc deve impegnarsi, nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la Nato e contro tutte le basi militari straniere. Per questa ragione sostenere in Italia il Referendum sulla base di Vicenza, contro l’installazione dei nuovi radar a Sigonella. In Europa, partecipare alle mobilitazioni lanciate anche dal recente Social forum europeo in occasione dei 60 anni della Nato, per il suo superamento.
In Italia, dobbiamo dare seguito alle leggi di iniziativa popolare che sono state depositate in parlamento, per un paese libero dal nucleare, e unire alla battaglia contro la sciagurata ipotesi del ritorno per uso civile all’energia atomica, anche quella per liberare il nostro paese dagli ordigni presenti nelle basi statunitensi. Va inoltre posta all’ordine del giorno la richiesta di ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan.
Rifondazione Comunista deve rilanciare la sua l’idea di un’Europa autonoma, della pace e del disarmo, alternativa rispetto a quella disegnata dal trattato di Lisbona. Un’Europa che sia alternativa anche come modello sociale, protagonista di una riforma del sistema economico e finanziario globale odierno, fondato sul neoliberismo e sul neocolonialismo economico.
Per ciò che riguarda l’America latina, nel quadro di un consolidamento delle relazioni con il Foro di San Paolo e i movimenti, va rafforzata la nostra solidarietà attiva con la Bolivia, il Venezuela, l’Ecuador, con Cuba, ancora vittima di un embargo ingiusto, e con tutti i popoli oggetto di attacchi sistematici da parte dell’amministrazione nord americana. In questa strategia di destabilizzazione, un ruolo particolare riveste la Colombia e il Governo Uribe, alleato fedele di Washington. Perseguire una soluzione politico negoziale del conflitto armato e politico che vive da quarant’anni la Colombia rappresenta un contributo non solo per dare alla Colombia una speranza di uscire dall’incubo del narcocapitalismo e della violenza paramilitare e di stato contro sindacalisti, giornalisti e attivisti dei diritti umani, ma un contributo a tutta l’America latina nella strada dell’integrazione regionale autonoma e indipendente. Perciò va dato seguito alla campagna per la pace in Colombia lanciata dal Foro di San Paolo.
Il Prc ribadisce inoltre il suo impegno per la soluzione politica dei conflitti in corso e per il sostegno ai processi di pace. In particolare, per l’area mediterranea, va ripresa l’iniziativa a sostegno del popolo palestinese e del popolo kurdo, così come del popolo sharawi. Ribadisce il suo impegno perché in questi casi, come in quello della Colombia, venga rimessa in discussione la logica della lista nera dell’Ue, in quanto frutto di un’impostazione ideologica, ostacolo ai negoziati.

Approvato alla Direzioe del Prc del 22 Settembre 08