Dna, Google e intercettazioni

Tre notizie, nel giro di 24 ore: schedatura di massa in Gran Bretagna dei dati genetici della popolazione; pressioni della Casa Bianca per ottenere da Google i dati delle ricerche in Internet operate dal «popolo della rete»; sospetti in Italia su possibile attività di spionaggio politico da parte di strutture dello stato (come se non bastasse l’enorme quantità di intercettazioni telefoniche ordinate dalla magistratura e divulgate senza regole). Tre notizie dedicate a chi ostenta ancora scetticismo riguardo al diritto alla protezione dei nostri dati personali.
Dedicate a chi ritiene la tematica della privacy materia da privilegiati. Vogliamo parlarne?1) La raccolta del Dna di decine di migliaia di giovani incensurati ha scandalizzato ieri la Bbc. Ma la realtà è ancor più rilevante, perché sono coinvolti anche molte decine di migliaia di adulti, e il governo Blair intende ricorrere al massimo a questa tecnica di indagine. Intendiamoci: nessuno può negare che lo strumento dei dati genetici possa essere prezioso in certe inchieste di polizia, ad esempio per confermare i sospetti contro una determinata persona. Ma tutt’altra cosa è l’indagine di massa. Per questa via si ribalta uno dei principi della società democratica: invece che innocenti fino a prova contraria, i cittadini diventano tutti sospetti. E se qualcuno non intende sottoporsi al test, diventa praticamente reo confesso. I dati genetici sono quanto di più delicato esista riguardo a una persona. Un po’ di saliva può, ad esempio, predire una grave malattia oppure stabilire, confrontando il dna di due persone, che il padre di un ragazzo è in realtà diverso da quello che risulta all’anagrafe. Per non parlare, poi, della possibilità che il dna venga conosciuto dalle assicurazioni o dai datori di lavoro. Sono in gioco diritti fondamentali della persona. No – dunque – alla raccolta di massa, e regole precise sia per la raccolta che per la conservazione di tali dati. Non è il caso, a quanto pare, della Gran Bretagna. In Italia si stanno muovendo i primi passi in questa direzione.

2) Il caso di Google apre un altro scenario inquietante. Se il potere pubblico rivendica il potere (la potestà) di monitorare l’accesso ai motori di ricerca in internet, il Grande Occhio si materializza. Oggi la motivazione può essere la lotta alla pornografia, domani si potrebbe voler sapere dell’uso di certi termini religiosi, di certe idee politiche e così via. Alle richieste di Bush si oppongono i due giovani proprietari di Google, consapevoli che la riservatezza rappresenta una risorsa patrimoniale dell’impresa. E si oppongono le organizzazioni americane di tutela del diritto alla privacy, una realtà – questa – purtroppo sconosciuta qui da noi.

Anche oltre il caso specifico delle pretese del governo Usa, i motori di ricerca in Internet condizioneranno per molti aspetti il futuro di quelli che vengono definiti i «diritti di cittadinanza elettronica». Il Garante italiano alla privacy è sempre più spesso alle prese con cittadini che pongono il problema della presenza, tra i risultati delle ricerche in internet, di informazioni false o incomplete. Una vicenda reale: digitando il nome e cognome di una persona emerge la notizia di un suo arresto per un grave reato, ma non compare contestualmente la notizia della sua assoluzione nel corso delle indagini o al momento del processo. In questo modo viene seriamente leso il diritto di quella persona alla propria identità, alla propria dignità. Un esempio di quello che ormai si configura come il campo di nuovi diritti di cittadinanza.

3) E torniamo al tema delle nostre domestiche intercettazioni. Ormai, dire intercettazioni non è dire nulla. Perché ci riferiamo a cose assai diverse. Ci sono le intercettazioni lecite, ordinate dai magistrati e che finiscono, più o meno lecitamente, sui giornali. Ci sono quelle, altrettanto lecite ma che i magistrati non intendono utilizzare: di queste, come sappiamo, circolano copie clandestine che finiscono anch’esse su qualche giornale. Poi ci sono le intercettazioni telefoniche e ambientali illegittime, favorite dalla disponibilità di apparecchiature sofisticate e a basso prezzo. Infine, a quanto si sospetta, è in corso una produzione di dossier ai fini di lotta politica, con le immancabili telefonate allegate. Il tutto condito dalla minaccia di prossime importantissime rivelazioni, di telefonate tenute nel cassetto, di divulgazioni a orologeria. E’ civile tutto ciò? E’ da considerarsi come normale contesa politica? E’ semplicemente uno scempio della politica, oltre che del diritto (e dei diritti).