Divisi tra piazza e università

Nel 1959 Luigi Einaudi, dopo aver letto con attenzione Esperienze pastorali, scrisse a Don Lorenzo Milani che aveva molto apprezzato il libro ma che in fatto di questioni economiche il priore avrebbe fatto meglio a fare il pastore di anime, invece di stare a discutere di cose delle quali non aveva competenze specialistiche (a onor del vero, bisogna anche aggiungere che Einaudi lo fece con estremo garbo).
La discussione avviata dalle considerazioni di Luigi Cavallaro riguardo al libero scambio e scivolata in veemente polemica tra “economisti laureati” e “praticoni movimentisti”, ricorda molto da presso quell’episodio di oltre quarant’anni fa (sia per le rispettive posizioni che per il tipo di identità dei protagonisti), ma con due differenze di fondo. La prima, appunto, è che Einaudi e Milani si scrivevano con grande tatto, probabilmente anche con un residuo desiderio di comprendersi; un desiderio che alla recente diatriba sembra invece fare difetto. La seconda è che i due avevano in fondo ben poco da spartire a livello ideale e politico: Einaudi liberale ortodosso, financo rigido, Milani già decisamente orientato dalla parte del lavoro. Nella discussione avviata da Cavallaro, al contrario, tutti sembrerebbero partire (mi auguro di non sbagliare) da un comune sentire anticapitalistico.
Questa contraddizione tra sentimento comune e conflittualità acre non è tuttavia frutto dei calori estivi di questo 2001, ma mi pare piuttosto l’esito di una lunga indifferenza reciproca, quando non di una radicale difficoltà a comunicare, a trovare linguaggi e terreni comuni. Un problema che mi pare investire drammaticamente tanto gli economisti progressisti quanto la parte pensante del movimento; un problema che, a rigor di logica, dovrebbe mettere in crisi entrambi, cosa che evidentemente non è, o non è ancora.
Qualcuno è capace di fare onestamente il salto fuori dalla discussione settoriale sul libero scambio, verso la comprensione dei nodi strutturali che impediscono agli “economisti laureati” e ai “praticoni movimentisti” di capirsi e di trovre terreni comuni di confronto e di proposta? Io non ne sono capace, ma mi pare che questo sia il problema vero alla base di una discussione che sarebbe un peccato che rimanesse tra sordi ancora a lungo.