Disoccupazione e precarietà, i fardelli di donne e giovani

Le statistiche dicono che le prime non trovano lavoro e i secondi crescono atipici

«Dobbiamo accelerare il processo di adeguamento ed ammodernamento dei centri e servizi per l’impiego»: lo ha detto Michele Delicio, segretario generale della Uil della Basilicata, all’indomani della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione, in crescita ma accompagnata dall’abbandono della ricerca di lavoro da parte di decine di migliaia di disoccupati. Un fenomeno che interessa soprattutto giovani e donne del Sud e che spinge i sindacati a chiedere una forte azione pubblica, statale o regionale che sia, per fronteggiare il problema. Numeri alla mano: «il tasso di disoccupazione è al livello più basso di sempre (12,5%), ma si riducono sensibilmente i tassi di attività (54,8%) e di occupazione (47,9%)», Delicio analizza così le cause del problema: «Le strutture locali per l’impiego non assolvono ancora alle funzioni di informazione ed orientamento di cui il mercato del lavoro ha bisogno e, per alcuni aspetti, sono superati dalle società private di intermediazione del lavoro».
I disoccupati hanno bisogno di garanzie, di formazione e di prospettive, cioé proprio quello che le varie riforme del lavoro degli ultimi anni hanno via via smantellato. Non solo nel Meridione, ma anche nella ricca e prospera Emilia Romagna, come evidenzia uno studio curato da Gilberto Serravalli, docente dell’Università di Parma per la Regione: nel 2004 è calato il numero degli addetti (-24mila) e sono aumentati i disoccupati (+ 11mila). Un’inversione di tendenza rispetto «alla lunga fase di aumento dell’occupazione, durata dal 1995 al 2003», che comunque permette alla Regione di «mantenere elementi di solidità e qualità migliori rispetto al panorama nazionale». Quello che preoccupa, o che dovrebbe preoccupare, è la percentuale dei precari: su 1.850.000 occupati in Emilia Romagna, ben 400mila, quindi quasi il 20%, hanno un contratto atipico. E fra questi le donne battono di gran lunga gli uomini, 34% a 11%. Anche in questo caso il dato ha subito un «brusco rialzo» nel 2004. Nello studio si sottolinea come il precariato sia diffuso «soprattutto nel terziario, nel turismo e nell’agricoltura» e che «solo il 19, 3% lo ha scelto volontariamente»; al contrario «60mila posizioni di lavoro standard sono state trasformate in posizioni di lavoro atipico», come a dire che la precarietà ormai non riguarda solo la fase di ingresso nel mondo del lavoro, ma può presentarsi come e quando vogliono i datori. Ancora una volta i maggiori carichi finiscono sulle spalle di giovani e donne. Su 71mila disoccupati infatti il 19% è in cerca della prima occupazione e quindi «si registra un chiaro segno di maggiore difficoltà all’ingresso nell’occupazione dei giovani», mentre la riduzione dell’occupazione è stata del 2,1% per le donne rispetto allo 0,6% per gli uomini: «Si evidenzia il fatto che le donne vengono considerate un bacino di riserva, quasi non rappresentassero una parte strutturale e di qualità della forza lavoro» ha commentato Mariangela Blastico, assessore regionale al lavoro. Blastico stessa indica la via per uscire da questo cono d’imbuto: «Dobbiamo dare il via al più presto a progetti di legge regionale che possano favorire la stabilizzazione del lavoro, l’occupazione femminile e l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro».
I cambiamenti legislativi e sociali sollecitano studi e ricerche in ogni parte d’Italia e anche la provincia di Vibo Valentia ne ha commissionato uno su “Donne e lavoro”, il cui esito non è certo dei migliori per il “gentil sesso” della città calabrese: su un campione di 304 donne, il 26,5% del totale ha dichiarato di avere un’occupazione, ma il 62,2% sono disoccupate e stanno cercando lavoro. Il restante 13, 3% riguarda le donne non disposte a lavorare. Peggio va se guardiamo ai tempi di attesa: per trovare lavoro si va dai 3 agli oltre 10 anni, perché meno della metà riescono a farcela in un periodo più breve. Chi un lavoro ce l’ha deve ringraziare le conoscenze personali (il 60% delle intervistate), in piccola parte (18,5%) i concorsi pubblici e in una percentuale ridicola, il 9%, i centri per l’impiego.
I lavoratori quindi si sentono abbandonati e non cercano neanche più un’occupazione, con grandissima gioia di coloro che fanno profitto con il sommerso e altre forme di lavoro irregolare. Adesso spetta alle istituzioni trovare il modo di riappriopiarsi di questi spazi.