Disincentivato il golpe sindacati più tranquilli

«Rassicurante». E’ questo il commento prevalente in casa sindacale sulle esternazioni pensionistiche di fine anno di Romano Prodi. L’aspetto rassicurante, tanto per il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni quanto per Morena Piccinini, segretaria nazionale della Cgil, è la scomparsa dei disincentivi ad avvalersi del diritto di andare in pensione secondo le norme vigenti, magari prima dei sessant’anni. «Bisogna ragionare solo di incentivi perché i disincentivi – dice il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti – sono nell’assenza stessa degli incentivi. La Uil ha sempre sostenuto questa posizione. Ci fa piacere che, ora, questa idea abbia fatto proseliti così autorevoli». Restano alcuni punti oscuri, dice Piccinini, per esempio il riferimento del presidente del consiglio al tormentone di questi mesi: l’allungamento della vita delle persone, neanche fosse un problema invece che una risorsa. «Non voglio fare il processo alle intenzioni – dice Piccinini – ma non vorrei che sia un modo per battere sul tasto della modifica dei coefficienti. Per la Cgil il valore delle pensioni va sì rivisto, ma al rialzo e non al ribasso». Eppure, il ministro Damiano ha detto che la verifica dei coefficienti è scritta nell’attuale riforma… «Verifica, appunto, non certo riduzione del valore delle pensioni. Questa seconda strada per noi è impercorribile».
«Ci fa piacere – dice Bonanni – che Prodi abbia smentito l’ipotesi di disincentivare l’uscita dal lavoro appena maturati i requisiti per la pensione». Anche per Bonanni, che rifiuta «progetti preconfezionati» prima dell’apertura del tavolo di confronto tra le parti sociali e il governo, le pensioni andrebbero «rivalutate». Confindustria, dal canto suo, fa finta di non sentire e rimuove le parole di Prodi: «Il criterio degli incentivi e dei disincentivi – dice il direttore generale Maurizio Beretta – può essere interessante ma il vero problema, il nodo di fondo è ancorarli a un’età di riferimento che consenta l’equilibrio del sistema. Il problema è definire da quale anno far partire incentivi e disincentivi». Come sempre, dunque, Confindustria spara più alto e chiede tutto. Ma nonancano le contraddizioni in casa padronale, come rileva il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini: «Visto che Confindustria vuole un aumento dell’età pensionabile, dovrebbe essere coerente e chiedere il blocco dei prepensionamenti. Invece gli industriali fanno il contrario, quando criticano la finanziaria che prevede 6 mila prepensionamenti perché ne vorrebbero almeno 10 mila. Le voci che circolano indicano addirittura nel numero di 40 mila le richieste». Alla faccia delle dichiarazioni di Beretta, secondo cui «qualunque riforma non può comportare appesantimenti della finanza pubblica, non deve esserci alcun aggravio».
Tutti i sindacati denunciano il can can di questi giorni, gli allarmi sull’«invecchiamento della popolazione», insomma la guerra santa contro la madre di tutte le sciagure: il sistema previdenziale italiano che sarebbe troppo oneroso in confronto agli altri paesi europei, senza dire però che l’Italia investe nel welfare il 3% in meno della Francia e della Germania. Secondo il coordinatore nazionale della Cub, Pierpaolo Leonardi, «il can can che si è aperto è strumentale, finalizzato a terrorizzare i lavoratori sullo stato della previdenza pubblica, con l’obiettivo principale di indirizzarli verso i fondi pensione». Un sospiro di sollievo, un intervento «tranquillizzante» quello di Prodi. Però… «il governo non può continuare a parlare con otto voci diverse – mette in chiaro Morena Piccinini – e lasciar circolare ipotesi e rilievi tecnici che, se fossero confermati, comprometterebbero il confronto al tavolo sulla previdenza di gennaio». C’è però chi sostiene che, per ragioni diverse, tanto la Confindustria quanto il governo non abbiano una gran fretta nel definire il nuovo eventuale assetto del sistema previdenziale che potrebbe persino slittare fino all’estate. L’urgenza riguarda piuttosto gli altri tavoli di confronto, in particolare quello altrettanto caldo del mercato del lavoro e della precarietà. Non a caso Beretta di Confindustria insiste – come peraltro Bonanni – sul patto di produttività. E’ su questo versante che Rinaldini della Fiom, mentre non esclude lo sciopero contro eventuali tentativi di peggiorare il sistema pensionistico, teme spiacevoli sorprese.Un tavolo «per un più ampio confronto sulla produttività – dice Beretta – è l’emergenza vera, la questione centrale vera». Cosa vogliono i padroni? Vogliono liberarsi del contratto nazionale e riprendere il controllo totale del tempo di lavoro, saltando il confronto con il sindacato di base, quello nei posti di lavoro con cui oggi sono «costretti» a trattare, se intendono modificare gli orari e l’organizzazione del lavoro.
Tornando alle pensioni, c’è un punto che Prodi si è dimenticato di trattare: l’eliminazione dello scalone introdotto da Maroni, previsto peraltro nel programma dell’Unione. Tutti sperano che si tratti di una dimenticanza.