Discutiamo di precarietà

Il lavoro e il suo valore sociale come cuore dell’agire politico. L’Unione dovrebbe stampare questa frase a caratteri cubitali e diffonderla nel Paese, mettendo in cima all’agenda delle “cose da fare” la questione-precari, che è una mina pronta ad esplodere da un momento all’altro. Sì, perché davvero deflagrante rischia di essere il destino di quei quattro milioni e mezzo di esseri umani in carne ed ossa (siano essi precari dei call center, ragazzi assunti “a progetto” da un ufficio o a “chiamata” da una fabbrica) alla mercé del mercato e delle sue regole destrutturate.

Discutere di precarietà significa dunque discutere delle condizioni materiali di lavoro e di vita, discutere di insicurezza sociale e della più che legittima paura del futuro. Si tratta di un argomento difficile e urgente, che richiede capacità, impegno e unità di intenti. Per questo mentre plaudo ai promotori del corteo di sabato prossimo a Roma al grido di “Stop precarietà ora!” – che hanno opportunamente riproposto all’attenzione della politica i nodi cruciali della legge 30 e della controriforma Moratti – dissento nettamente da quella parte di loro che ha aggredito a mezzo stampa il ministro del Lavoro apostrofato come “amico dei padroni”.

Al centro vanno riproposti con grande forza i contenuti, così come era stato fatto nella stesura della piattaforma della manifestazione: la necessità di riscrivere la legislazione del lavoro nel nostro Paese – rigettando la catastrofica legge voluta da Berlusconi per introdurre fino a 47 tipologie contrattuali! – e di riproporre, come valori fondanti, il sapere e un’adeguata riforma della scuola che consenta al nostro Paese di rispondere alle sfide della modernità, diversamente da chi cinque anni fa ha rispolverato a palazzo Chigi la selezione di classe. Vanno dunque rilanciate quelle riforme che – mentre ripristinano il primato del lavoro a tempo indeterminato – fissano l’obiettivo sul grande tema dei diritti sociali e civili, siano essi destinati alle lavoratrici e ai lavoratori italiani piuttosto che ai migranti e ai pensionati.

Ecco perché, passando a qualche considerazione di merito, apprezzo particolarmente la proposta avanzata dal professor Alleva “per una nuova legislazione del lavoro”. L’impegno espresso dalla Commissione parlamentare che presiedo a Montecitorio – l’undicesima, che si occupa di lavoro pubblico e privato – è volto proprio a mettere a fuoco l’insicurezza strutturale che attanaglia una fetta molto consistente della popolazione lavorativa italiana. Perciò abbiamo avviato un’indagine conoscitiva sul precariato, che prevede le classiche audizioni ma che soprattutto sta definendo sopralluoghi per andare a vedere che cosa accade nel concreto; nelle fabbriche, nei cantieri, negli uffici si possono cogliere in modo nitido gli effetti di una legislazione che ha via via riscritto le regole del mercato del lavoro. Ma immaginare il superamento della legge 30 non è sufficiente se non si opera per rimuovere le distorsioni anche culturali che hanno condotto dritti a quell’insieme di norme. In altre parole, non si può rischiare di affrontare uno scontro epocale da posizioni minoritarie anche all’interno della stessa Unione; al contrario, penso ad una battaglia culturale che si affianchi ad una lucida disamina tecnica che smonti pezzo a pezzo l’impianto di una legge che ha reso strutturale per troppi cittadini una condizione all’insegna della precarietà.

La svolta passa attraverso una nuova idea dello sviluppo, dentro un sistema produttivo che si muove nel mercato e nella competizione sulla qualità, sull’innovazione, sulla ricerca, piuttosto che sull’abbassamento della soglia dei diritti e del costo del lavoro. Così facendo si può sconfiggere il concetto-base della globalizzazione in salsa italiana, secondo cui l’unica figura “provvisoria” in un mercato a suo modo immutabile è quella del lavoratore. In quest’ottica, vorrei rilanciare quattro nodi che reputo cruciali: va ridefinito il concetto di lavoro economicamente dipendente; va limitata la possibilità di utilizzare contratti a tempo determinato a precise e limitate causali; è necessario elaborare una normativa severa a proposito della cessazione di rami d’azienda; infine, va rivista la modalità di concessione degli appalti eliminando la possibilità di ricorso “al massimo ribasso” che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità del lavoro.

Ma ai “veri” volonterosi del centrosinistra – diversamente da chi ha proposto tavoli di confronto per tentare l’inciucio con l’altra parte dell’emiciclo – a coloro cioè che vogliono costruire con tenacia una legislazione volta a superare il dramma del precariato propongo l’avvio di un “tour dei diritti”: un viaggio nell’Italia dell’insicurezza, per ascoltare, capire e proporre una via di uscita a quei milioni di lavoratori che rischiano di perdere completamente la fiducia nella classe politica che li governa.

*Deputato Pdci, Presidente della Commissione Lavoro della Camera