Discutere senza tabù, ma senza rompere l’unità dei pacifisti

Il nostro movimento sta vivendo ore drammatiche. Quattro nostri compagni sono in pericolo di vita, mentre i bombardamenti in Iraq infuriano e ogni giorno aumenta il conto delle vittime civili. Ci siamo battuti limpidamente in questi anni contro la guerra permanente, contro ogni forma di terrore e di barbarie da qualunque parte provenisse, contro la distruzione del diritto e della ragione, per tenere aperta la strada a una alternativa di civiltà. Abbiamo fatto il possibile, milioni di cittadini e di cittadine in tutto il mondo, per evitare la guerra in Iraq.

Siamo impegnati da più di un anno perché finisca l’occupazione e le truppe occupanti si ritirino, convinti che questa sia una condizione necessaria per aprire la strada a una soluzione pacifica della crisi che il proseguimento della guerra rischia ogni giorno di più di compromettere in modo irreversibile. Il sequestro delle due Simone e dei due operatori iracheni conferma drammaticamente la nostra analisi. Guerra chiama guerra, terrore chiama terrore: in queste condizioni, gli spazi per la iniziativa politica che mirano al dialogo e alla pace giusta diventano sempre più stretti.

Proprio per questo, con tutte le nostre energie continueremo a praticarli perché non si chiudano per sempre, trascinando il pianeta in un baratro, lasciando il nostro mondo nelle mani di chi -da un lato e dall’altro della barricata dei costruttori dello scontro di civiltà – vuole affermare il primato della forza bruta.

In questi giorni bui, l’unica nostra forza è stata e rimane la profonda e sentita unità del movimento pacifista. Ci stiamo tenendo stretti, stringendo in un abbraccio solidale i compagni e le compagne di Un ponte per che stanno pagando un prezzo altissimo al loro impegno sul fronte della pace. “Contro la guerra, il terrore, la barbarie. Liberate la pace. Vita e libertà per tutti gli ostaggi e per il popolo iracheno. Tacciano le armi.

Fine dell’occupazione e ritiro delle truppe”. Sin dalle prime ore dopo il sequestro, questa semplice e chiara piattaforma unifica migliaia di persone che stanno dando vita alle mobilitazioni per salvare la vita dei nostri compagni e di tutti i civili iracheni. Sono i nostri slogan di sempre, quelli su cui si è costruita la grande “unità popolare” della maggioranza degli italiani, e che oggi sono riconfermati dalla dura realtà dei fatti.

Al governo italiano, che porta la tragica responsabilità di aver trascinato il nostro paese nella guerra e nella occupazione, abbiamo chiesto di non aggiungere errore ed errore e di svolgere con serietà il proprio dovere istituzionale: difendere ad ogni costo la vita delle sue cittadine. Un dovere che deve svolgere anche verso chi lo contesta, non condivide le sue scelte e si batte per la sua sconfitta. Con la stessa coralità ieri, dietro una precisa richiesta di Un ponte per abbiamo deciso di aprire la manifestazione di Roma con uno striscione che chiede la cessazione immediata dei bombardamenti su Falluja e le altre città irachene.

Governo e opposizione cercano collaborazione: collaborino allora per arrivare a un effettivo cessate il fuoco, come prima misura immediata per creare un clima favorevole e un alleggerimento della crisi. Misura parziale, certo – che nulla toglie al proseguimento della mobilitazione per il ritiro – ma che avrebbe un valore simbolico e concreto importante, e che soprattutto sarebbe immediatamente realizzabile. Su questi obiettivi convergono tutte le anime del movimento, dove convivono culture e pratiche diverse che sono sempre state capaci in questi anni, anche nei momenti difficili, di offrire un solido punto di riferimento unitario necessario alla iniziativa di cittadinanza attiva.

Tanto più oggi è necessario che tutti e a tutte, da qualunque collocazione, valorizzino e difendano la nostra unità, il nostro bene più prezioso. La discussione è legittima e utile. Nessun argomento è tabù. Ma ora è utile che tutti sentano la responsabilità di non favorire strumentalizzazioni sulla pelle del movimento, in un momento in cui abbiamo bisogno di tutte le nostre energie e in cui stiamo riuscendo a produrre l’unico elemento positivo di questa orribile vicenda: la mobilitazione in Iraq e nel mondo arabo, che chiede la liberazione delle Simone, di Ra’ad, di Mahnaz e crea barriera allo scontro di civiltà.

A chi già oggi proclama la nostra crisi e la nostra divisione, credo che sapremo rispondere come sempre, con l’iniziativa e con la pratica, con la nostra autonomia – cercando di non perdere la testa né la bussola dentro questo orribile incubo.

*Presidenza nazionale dell’Arci