Discutere, ma non in camere separate

Numerose lettere inviate a “Liberazione”, telefonate altrettanto numerose da noi ricevute, moltissime e serene conversazioni, tanti consensi dissensi e “consensi critici” e infine il fatto che il nostro giornale correttamente per 16 giorni quasi consecutivi ha pubblicato opinioni varie tutte intimamente sentite, già tutto questo testimonia dell’esistenza di un problema che abbiamo concorso ad esplicitare mentre ci pareva di cogliere una sorta di rassegnazione centrale.

Per essere precisi il nostro era un “invito alla discussione… ” non aveva e non ha alcuna pretesa di documento e men che mai di essere altra corrente al di sopra delle posizioni esistenti: sarebbe per davvero grottesco. E non è nemmeno un generico “embrasson nous” sempre povero culturalmente; è proposta di un utile e civile rapporto interno. Era ed è un invito formulato da compagni che al congresso si trovarono fra di loro anche in posizioni diverse, in “maggioranza” ed altri compagni che si espressero come “emendatari”, tutti impegnati fortemente nella vita di partito e che vivono tutti l’interno disagio di questo momento. Va peraltro ricordato che il segretario Fausto Bertinotti al Comitato politico del 4 luglio ha preso l’impegno di «una discussione sullo stato del partito e sul comportamento in campagna elettorale e sul fatto che forme organizzate nel partito stesso costituiscono ormai un impedimento insopportabile alla sua crescita…» ed ha parlato di appositi “seminari”.

Dunque, al di là dei toni persino semantici assunti talvolta in questa discussione, se parlare di “correntismo” o di “gruppi di potere”, c’è qui la testimonianza che il problema esiste e che, cosa non trascurabile, si è accentuato negli ultimi tempi comportando l’impedimento insopportabile di cui sopra. Poi chiamatelo come volete. Ma non si venga a dire che è “fisiologico”. Fiosiologico è il dissenso; è l’opinione; è la dialettica. Il “correntismo” è patologico. Diceva Italo Calvino che le parole hanno un valore «liberatorio solo quando esprimono le cose». Piaccia o non piaccia “correntismo” da almeno 60 anni (ma anche di più), storicamente e nel buon senso dei compagni e della gente, vuol dire quella “cosa lì”, poco edificante, da non confondere con la diversità di opinione che, torniamo a ripetere sino alla nausea, è non solo legittima ma è il “sale della terra”. Potremmo portare un’antologia di documentazione per dimostrare a cosa si riduce, nel percorso, il correntismo stesso, quando abbiamo visto nella tormentata storia socialista fra il ’46 e il ’65, nella “caccia alle tessere” persin l’aberrante voto congressuale dato da compagni morti anni prima nella Resistenza.

E non ci si accusi di autoritarismo o peggio di “stalinismo”. Proprio Stalin fu capo di una corrente (e che corrente!) che contrabbandava in nome del socialismo gli interessi di una nascente burocrazia, che affossava i soviet vera sede unitaria di aperta dialettica. Noi non chiudiamo la bocca a nessuno. Anzi, proponiamo di discutere non in camere separate.

Qualche compagno ha detto «fate delle proposte». Giustissimo. Ma vorremmo rilevare che le proposte dovrebbero nascere da un dibattito collettivo. Peraltro la nostra è già una proposta: quella di discutere e non rassegnarci alla situazione di fatto. Il nostro è stato ed è un “invito”, rivolto a tutti, nessuno escluso. Certo, in qualche modo doveva partire e non potevamo convocare una assemblea a Torino in piazza Castello.

E poi va detto ancora una cosa: in questo inizio di discorso se avessimo avuto le firme di Bertinotti, Grassi, Ferrando e di altri nostri compagni piemontesi, dati i noti dissensi, avremmo fatto ridere il mondo; sarebbe apparsa come una pantomima del noto trasformismo italiano. Noi non abbiamo cercato in questa fase le firme di altri compagni che si sono contrapposti, sin qui, a dir poco vivacemente. Ma ciò non è preclusione, se ora si riterrà che questo nostro discorso ha un senso ci metteremo moto volentieri attorno ad un tavolo con tutti. Un invito è valido per tutti, per il suo contenuto, e non solo per le firme inizialmente date da Tizio o Caio.

Infine, qualche compagno ha giustamente detto che «occorre misurarsi sul terreno concreto delle proposte pratiche». Verissimo. Intanto quando sottolineiamo la necessità di «un dibattito fortemente incentrato sui problemi… anche ai fini delle elaborazione generale» (e Dio sa quanto ne abbiamo bisogno) è già questa una proposta pratica, metodologica e di contenuto. Altre ne abbiamo in animo ad incominciare dai comportamenti elettorali. Ma vorremmo esplicitarle in una presenza a più voci.

Gianni Alasia, Gastone Cottino, Sergio Dalmasso, Bruno Lattanzi, Guido Masetto, Gianni Naggi, Renato Nuccio, Pietro Passarino, Dorino Piras, Delfo Rafaschieri, Vittorio Rieser, Michele Salafia, Jole Vaccargiu