Disarmo, quella parola non è un tabu

Proposta all’Unione

Cari Partiti dell’Unione, in tutto quello che ho letto e ascoltato finora sul futuro programma manca una parola. Una parola che non è da poco, ma nel programma dell’Unione non c’è. Eppure rappresenta un impegno importante, senza il quale ogni progetto per la costruzione della pace, per il vero rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, temo, rimarrà solo un pio desiderio. Quella parola è: disarmo.
Pochi giorni fa abbiamo tutti (chi più, chi meno) ricordato gli anniversari di Hiroshima e Nagasaki. Alcuni di noi sottolineando il fatto allarmante che la corsa al riarmo nucleare è ripartita, quasi senza che ce ne accorgessimo. Credevamo che ormai le armi atomiche fossero un tabù per tutti, ma per alcune potenze nucleari non è così; anzi, nelle dottrine ufficiali ora ne ammettono anche l’uso come primo colpo.

Si stanno finanziando ricerca, sviluppo e costruzione di nuove atomiche, più “maneggevoli”. E non solo negli Stati Uniti. Nuove generazioni di missili in Russia; la sostituzione, tutta “made in Uk”, dei sottomarini nucleari Trident in Gran Bretagna. E così via. Nel contesto della guerra permanente, però, tutto è permesso … e l’unico pericolo che può (anzi, deve) essere sottolineato per l’opinione pubblica sono i reattori nucleari iraniani.

Anche l’Italia contribuisce a questo stato di cose. La presenza di bombe atomiche sul nostro territorio è una violazione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare e dell’articolo 11. Sì, lo so, ci dicono che sono armi di “difesa”, fanno parte dell’ombrello difensivo della Nato. Ma da quando la Corte Internazionale di Giustizia, l’8 luglio 1996, ha dichiarato all’unanimità che non solo l’uso delle armi atomiche, ma anche la minaccia dell’uso di tali armi è illegale secondo il diritto internazionale, credo che l’addestramento dei militari e le esercitazioni con bombe atomiche sul territorio italiano diventi illegale.

Ma c’è di peggio. Le 40 bombe atomiche B61 che si trovano a Ghedi (Brescia) fanno parte di un accordo di “nuclear-sharing” della Nato, cioè sono in dotazione alle forze armate di un Paese che si è impegnato a non dotarsi mai di armi nucleari quando, nel 1975, ratificò il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. Saranno i piloti italiani del Sesto Stormo a caricarle sui Tornado e a sganciarle. E quelle bombe sono lì da molto tempo, da molto prima dell’avvento del governo Berlusconi.

Vorrei che un impegno al disarmo diventasse un punto importante nel futuro programma del centrosinistra.

Vorrei che qualcuno di voi si fosse scandalizzato quando un ministro della Repubblica ha promesso alle industrie del settore della difesa che i loro fatturati cresceranno, perché questo è un settore che tira, un fiore all’occhiello del “made in Italy”. O dovremo aspettare che siano i lavoratori ad ascoltare la propria coscienza, come fecero per prime le operaie della Valsella?

Vorrei che quando, nel nuovo Parlamento, si ripresenteranno discussioni come quella sulla difesa delle Legge 185, voi ci siate tutti e votiate tutti insieme. Come voterete tutti insieme per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Vorrei che, insieme, potessimo anche parlare con serenità di tutte le altre guerre a cui l’Italia ha partecipato in questi ultimi anni: non per dire “ve l’avevamo detto” ma per trarre tutti insieme gli insegnamenti dagli errori del passato e costruire meglio un futuro di pace.

Vorrei sentirvi dire che si rinegozieranno gli accordi segreti per la concessione di basi straniere in questo Paese. Ma anche che è incompatibile con la nostra Costituzione che i bambini delle scuole di Grosseto vengano portati in gita scolastica educativa ad ammirare i cacciabombardieri, aerei esclusivamente di attacco. O che il presidente di una nostra Regione accetti il titolo onorifico di Comandante di una base che custodisce bombe atomiche.

L’Italia è il terzo produttore/esportatore mondiale di armi leggere. Altro fiore all’occhiello. Vorrei che il nostro futuro governo inizi a studiare intanto come regolamentarne il commercio (esiste già una proposta di trattato internazionale) e poi come riconvertire la produzione di tante fabbriche. La costruzione della pace, impegno assunto nel programma in base agli articoli della nostra Costituzione, non si può reggere sulla produzione di armi.

Vorrei che l’Italia ritornasse ad essere un Paese che propone novità nel campo del disarmo a livello internazionale. Insieme potremmo portare avanti la proposta di un Mediterraneo libero da armi nucleari, che vada ad aggiungersi alle altre cinque zone libere da armi nucleari che ormai comprendono l’intero emisfero sud del pianeta. E lavorare insieme a Germania e Belgio per far smantellare le bombe Nato in nuclear-sharing dislocate nei nostri tre Paesi. Sarebbe un primo passo verso un’Europa denuclearizzata.

E poi vorrei che, quando parlerete dell’Europa che insieme andremo a costruire, cercaste di affrontare la contraddizione delle potenze nucleari europee, negazione stessa di ogni nostro principio condiviso per un’Europa continente di pace. Vorrei che anche voi lavoraste per un’Europa che non si presenti nelle relazioni internazionali come continente forte sul piano militare, ma forte sul piano della solidarietà, dei diritti. Insomma, un’Europa che stabilisce rapporti di amicizia privilegiata con l’Africa, piuttosto che con i potenti.

Noi, associazioni e movimenti, ne abbiamo tante di idee e progetti nel campo del disarmo. Ogni volta che tentiamo di lavorare in tal senso, facciamo fatica a trovare interlocutori. E’ un controsenso che si debba dialogare su questi problemi con il ministero della Difesa, per esempio.

E questo mi porta all’ultimo mio desiderio. Penserete che sia una sciocchezza, ma in Nuova Zelanda – paese tra i più importanti nelle sedi internazionali dove si elaborano trattati e convenzioni in tema di disarmo – già esiste. Vorrei che nel programma dell’Unione fosse previsto un nuovo ministero: il ministero del Disarmo e della Pace.