«Disagio delle banlieues e dei borghesi»

François Dubet è professore di sociologia all’università di Bordeaux-II. Ha appena pubblicato, assieme ad altri quattro ricercatori, Injustices, l’expérience des inégalités au travail (Seuil, 504 pag.), dove affronta tutti i problemi che ora sono al centro del dibattito del movimento degli studenti. Non ha una visione ottimista della situazione.

I giovani si rivoltano, prima le banlieues adesso gli studenti. Esiste un legame tra le due proteste?

«Non credo che i problemi delle banlieues e quelli degli studenti siano gli stessi, non bisogna immaginare un solo movimento, omogeneo, ma al tempo stesso non si può non essere impressionati dal fatto che i giovani più esclusi, più marginalizzati si sono rivoltati a loro modo, con molta violenza e oggi gli studenti, che non sono esclusi, maltrattati, protestano, perché pensano, in modo fondato oppure no, che il Cpe sia un modo per dire loro che il precariato è il loro destino. La società francese è di fronte alla questione della sua capacità di offrire un minimo di ottimismo, di avvenire, una maggiore fiducia ai giovani.

Il movimento esprime, attraverso l’opposizione al Cpe, un sentimento di ingiustizia generalizzato tra i giovani?

C’è in Francia una forte percezione collettiva del senso di ingiustizia. Anche se la Francia non è in una situazione catastrofica, il morale è bassissimo, dalle inchieste che abbiamo fatto risiulta che è sentimento diffuso che il futuro sarà peggio del presente e del passato. I giovani dicono: ecco, da vent’anni ci raccontano che fare degli studi è il solo modo per cavarsela e poi questi studi deludono. Il livello a cui speravano di potersi integare nel mondo del lavoro, diventare quadri medi, non sarà realizzato e l’occupazione che troveranno non sarà veramente legata alla loro formazione. Come una promessa non mantenuta… Questo tipo di movimento non è nuovo. L’anno scorso c’è stata la protesta contro la riforma del bac, ogni volta che si profila una riforma della scuola c’è il blocco. C’è il sentimento che da vent’anni siamo nella paralisi.

E’ dovuto al fatto che quello che viene proposto viene percepito come un passo indietro rispetto alle conquiste del passato?

Sappiamo che viviamo in una società dove il lavoro sarà più flessibile, che non avremo più come una volta stipendi che aumentano, un lavoro stabile, ma avremmo potuto immaginare che il sistema scolastico si sarebbe adattato, che il padronato e i sindacati avrebbero trovato un modo per gestire la situazione in una forma non catastrofica per la gente, che le categorie sociali relativemante molto protette avessero accettato qualche sacrificio. Ma non ne siamo stati capaci. La situazione del padronato è migliorata, quella dei dipendenti delle grandi società anche, mentre quella dei giovani si è degradata. In un certo senso, abbiamo scelto di fare dei giovani le vittime di queta evoluzione. Tutti dovrebbero guardarsi allo specchio.

Il movimento, anche se è stato paragonato al ’68, ne sembra molto lontano, almeno nei toni. C’è una forma di tristezza, non le pare?

Sî, non è il ’68, anche se lo sciopero generale non è escluso. Ma socialmente e culturalmente, non è il ’68. Nel ’68 c’era la certezza che il domani sarebbe stato meglio del prsente, oggi è il contrario. E’ molto preoccupante, per esempio, che non ci sia nessuna critica nei confronti dell’università, che è proprio il sistema che li esclude.

C’è la sensazione diffusa tra gli studenti di subire un declassamento? Non è pericoloso? C’è un collegamento con il «no» alla costituzione europea?

Certo, i movimenti usciti dalla paura della caduta, del declassamento, in generale non sono simpatici. Anche se non è ancora il momento di esagerare, abbiamo già visto le categorie che hanno questo senso di caduta riportarsi sull’estrema destra, con il tema della nazione che non è più lì, la cultura lo stesso ecc. Anche il voto contro il trattato costituzionale, anche se è stato motivato con temi che non erano di destra – ma neppure di sinistra, a mio parere – aveva un fondo nazionale, difensivo, di paura. Il movimento degli studenti, che come tutti questi tipi di movimenti è simpatico, è però povero nelle proposte. E neppure i sindacati e la sinistra propongono nulla.

Quale via d’uscita vede?

Oggi siamo a un incrocio: o accettiamo forme vicine a quelle della Svezia, della Danimarca, con un lavoro più flessibile assieme a una ridefinizione della protezione sociale su base cittadina, oppure ognuno si barrica sul proprio status e i giovani saranno condannati al precariato, malgrado i titoli di studio.