DIRITTO E POLITICA NELLA CRISI DELLA “GLOBALIZZAZIONE”

Sommario: 1. Le interdipendenze fra la crisi del capitalismo finanziario e la crisi del capitalismo industriale – 2. La genesi “reale” delle crisi finanziarie e la crisi attuale – 3. La crisi attuale come “crisi generale” – 4. Le risposte di salvataggio – 5. Le misure statunitensi – 6. L’insufficienza delle risposte – 7. Gli interventi sovranazionali ed internazionali – 8. Le misure italiane – 9. Il senso degli interventi – 10. L’“intervento pubblico nell’economia” fra modelli dirigisti e prospettiva democratico-sociale.

1 10. L’”intervento pubblico nell’economia” fra modelli dirigisti e prospettiva democratico-sociale

L’ambigua formula dell’ “intervento pubblico nell’economia” viene utilizzata, dalle opinioni liberiste, proclivi a falsificare la natura dei rapporti reali tra economia e politica, per occultare le differenze strutturali che intercorrono fra gli interessi all’accumulazione della ricchezza e gli interessi sociali. Con la suddetta formula si cerca, insomma, di nascondere la realtà dei rapporti di potere e dei conflitti di classe[1].
Occorre, invece, osservare come gli avvicendamenti tra “liberismo” ed “interventismo” provocati dai processi ricorrenti di “crisi”, comprovino la necessità oggettiva del ricorso al potere dello stato che, sia nelle forme della “regolazione”, sia nelle forme del “capitalismo di stato”, svolge la funzione di soddisfare le esigenze mutevoli del capitale finanziario e industriale[2].
Nella fase attuale, gli “interventi pubblici” sono realizzati per fornire una risposta alle convulsioni congiunturali in atto, che sarebbero, oggettivamente, incontenibili con le forme della “regolazione”[3], cui si è fatto ricorso nella fase dell’ “economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.
Si conferma, pertanto, il ruolo ausiliare che le varie forme di intervento pubblico svolgono per fronteggiare il carattere ciclico delle contraddizioni ingenerate dal modo di produzione capitalistico e per garantire gli interessi organici del capitale finanziario e industriale[4].
Una parte significativa dell’orientamento neoliberista, sfavorevole al ritorno di forme di intervento pubblico nell’economia[5] differenti dalla ormai fallita “regolazione”, paventano il rischio che gli “interventi anti-crisi” possano riaprire la strada al “socialismo di stato”.
Il panico diffusosi nelle file liberiste, a causa dell’invocato e, al tempo stesso, temuto “intervento pubblico”, ha provocato l’insorgere di salti logici e la diffusione di luoghi comuni che annullano la memoria storica.
Nel dibattito in corso sulla stampa, divulgativa e specialistica, si assiste alla indebita sovrapposizione tra le forme di intervento pubblico nello stato capitalistico e le forme di intervento pubblico nello stato socialista[6] e all’occultamento «delle differenze tra liberismo e capitalismo di stato», nonché «delle differenze tra capitalismo di stato nel sistema di capitalismo monopolistico privato e capitalismo di stato nella concezione del socialismo»[7].
Non appare, tuttavia, plausibile ascrivere, nella generica categoria del cd. “interventismo statale”, le differenti risposte che le forze politiche, ispirate alle visioni del liberalismo, del socialismo, del corporativismo fascista e di quello democratico, fornirono alla crisi economica della prima metà degli anni trenta.
Una crisi capitalistica aggravata dall’avvento della società di massa e, quindi, dall’emergere di nuovi interessi organizzati, che rivendicavano bisogni sociali mai riconosciuti dai sistemi politici liberali.
Le strategie realizzate per il superamento della crisi furono differenti per i contenuti espressi e per le finalità perseguite.
Gli interventi che gli stati e le istituzioni sovranazionali stanno effettuando per gestire i problemi suscitati dalla crisi attuale, non possono suscitare, parimenti, semplicistiche analogie con le vicende del “capitalismo di stato nella transizione al socialismo”, ma rientrano nel solco delle vicende del “capitalismo di stato liberista” e devono essere annoverati, pertanto, nella categoria del “capitalismo organizzato”, ossia nella categoria che fu elaborata nel periodo della crisi del ’29 e riutilizzata, nel corso degli anni settanta, dagli storici e dagli studiosi di scienze sociali[8].
Sarebbe, pertanto, opportuno avviare, nell’ambito di un’ interpretazione del passato finalizzata alla comprensione del presente ed all’individuazione di soluzioni per il futuro, una chiarificazione sulle «implicazioni dei percorsi del “capitalismo organizzato”» e, quindi, una riflessione sulle varie forme di interventi che sono stati, storicamente, realizzati per fronteggiare la crisi del capitalismo privato (quali, ad esempio, l’ “irizzazione” fascista, realizzata in parallelo al corporativismo istituzionale, ed il new deal statunitense)[9].
I gruppi dirigenti del sistema capitalistico italiano tedesco e statunitense reagirono alla “grande crisi”, creando apparati di stato “paralleli” (le cd. “amministrazioni parallele”) a quelli burocratici di “repressione”. Ai primi furono affidati compiti di sostegno degli interessi delle grandi imprese, mentre i secondi continuarono ad esercitare funzioni di “oppressione” del pluralismo sociale.
Nel caso del fascismo e del nazismo queste funzioni divennero, tuttavia, più pervasive, perché furono introdotti meccanismi di “governo dall’alto” diretti a trasformare le classi sociali in “masse amorfe e passive[10].
Il regime fascista reagì alla crisi economica e al conflitto sociale[11] mediante l’inserimento coattivo delle masse nello stato e realizzando un’ integrazione piena fra la dittatura e le politiche di sostegno al capitalismo finanziario[12].
Le concezioni corporativiste trovarono espressione sia nelle forme dittatoriali del regime fascista e nazista, sia in quelle autoritarie del presidenzialismo americano[13].
Il fascismo esercitò il controllo capillare sulla società integrando il partito unico e il sindacato nelle strutture governative dello stato, ma introdusse una normativa economico-sociale inedita che garantì la continuità del processo di accumulazione capitalistica.
Il carattere innovativo del sistema giuridico creato dal fascismo può essere colto considerando la normativa che ha disciplinato «le attività economiche private» e delineato «un nuovo tipo di struttura del potere pubblico».
Gli enti pubblici economici costituirono le nuove strutture portanti dell’intervento pubblico nell’economia e svolsero, prevalentemente, funzioni “sussidiarie” nei confronti dell’iniziativa privata[14].
Un altro carattere peculiare del modello organizzativo, introdotto dal fascismo, può essere individuato nella creazione delle “corporazioni”, ossia di forme istituzionali funzionali all’inquadramento coattivo delle organizzazioni di massa nello stato[15].
Il fine principale perseguito dalla strategia corporativa fu quello di «delegittimare la lotta di classe sul versante del movimento operaio» e di rafforzare, «in nome della “collaborazione” tra le classi, il versante padronale dell’organizzazione produttiva».
L’interclassismo, condiviso dalla cultura socialdemocratica e da quella cattolica, fu utilizzato come strumento di un totalitarismo che esaltava lo “stato” reputandolo sintesi di ogni valore, sosteneva la “proprietà” e l’ “impresa” ed assumeva la “gerarchia” come asse dei rapporti sociali in sede civile, politica ed economica.
La Carta del lavoro integrò lo “Statuto albertino” e, in un tale contesto, si realizzò «il rovesciamento della concezione dei “diritti sociali” proclamati dalle forze democratiche antifasciste».
Il regime fascista superò i limiti del “neutralismo liberale”[16] e riconobbe la società di massa, ma in una posizione di “subalternità” e non di “sovranità” rispetto al sistema delle imprese private[17].
Il suddetto riconoscimento avvenne in un modo del tutto peculiare perché il regime fascista, lungi dal realizzare il «regno della pace sociale e dell’armonia tra le classi»[18], perseguì, con una “radicalità” non raggiunta da alcuna altra dottrina, l’obiettivo di smantellare «le forme di rappresentanza elaborate nel processo di costruzione dello stato liberale» e, quindi, di abolire la «sfera politica democratica»[19].
L’abolizione radicale di ogni spazio democratico determinò il primato della vita economica, sicchè il “capitalismo organizzato” nei diversi settori dell’industria finì con l’assorbire l’intera società[20].
Lo stesso corporativismo fascista, nonostante il significato implicito in formule quali “terza via” o “via mediana”, non si presentò, a differenza della sociadelmocrazia e del pensiero sociale cattolico, come un apparato di mediazione fra il socialismo marxista ed il liberal-capitalismo, bensì come un superamento di entrambi e svolse la funzione di un’armatura sovraimpressa ad una società liberal-capitalista, finalizzata a garantirne la sopravvivenza[21].
Il corporativismo non perseguì l’obiettivo della fuoriuscita, sia pur tendenziale, dal capitalismo, ma si inserì, piuttosto, «nell’alveo del “capitalismo organizzato” (e rafforzato)», anche se non sottovalutò le cause che avevano provocato la crisi del sistema liberale e le ragioni che avevano determinato la nascita del movimento operaio organizzato e l’insorgere del conflitto di classe.
La ricerca di una “terza via” tra capitalismo e socialismo[22] ha accomunato, quindi, culture politiche diverse[23]. Sussistono, in effetti, numerose assonanze tra le prospettive del corporativismo fascista e quelle del “nuovo corso” americano[24].
Nell’ambito di ambedue le esperienze furono configurati modelli di regolazione che possono essere, astrattamente, inclusi nella categoria del cd. “interventismo statale” e nella stessa prospettiva possono essere comprese anche le esperienze del corporativismo socialdemocratico e dell’interclassismo cattolico.
Il fascismo adottò, invero, una marcata strategia classista e giunse ad abolire la democrazia formale pur di ripristinare l’accumulazione capitalistica compromessa dagli effetti della crisi del ’29 e del conflitto sociale, ma unitamente agli indirizzi cattolici e socialdemocratici prefigurò, in nome dell’interclassismo concertativo, nuove forme di organizzazione economica e sociale, sconosciute dal sistema liberale.
Il punto di convergenza fra le diverse prospettive può essere individuato, comunque, nell’ intento di scongiurare il rischio che gli effetti della crisi e la pressione delle domande sociali potessero provocare eventi simili a quelli della rivoluzione sovietica[25].
La prospettiva dell’abolizione del capitalismo privato era ritenuta, del resto, praticabile, specie dopo l’esperienza fallimentare della democrazia weimariana, contrassegnata da vistose contraddizioni politiche e sociali.
Le considerazioni precedenti consentono, pertanto, di evidenziare l’erroneità delle opinioni che attribuiscono alle sole forze «di impostazione marxista» o a quelle di «sinistra riformista o rivoluzionaria», l’espressione di un orientamento favorevole all’intervento dello stato nell’economia[26].
Gli attuali interventi pubblici finalizzati a fronteggiare gli effetti della crisi devono essere annoverati nella categoria del “capitalismo di stato borghese” e non in quella del “capitalismo di stato” (o socialismo di stato), usata per connotare la cd. “fase di transizione al socialismo” nelle vicende dell’Unione sovietica.
Ad una differente conclusione si giunge se si opera una generica assimilazione tra le forme istituzionali utilizzate nelle varie esperienze del cd. “capitalismo di stato”, senza valutare le finalità antitetiche che le forme medesime hanno perseguito nell’ambito del modello capitalista e di quello socialista.
Ambedue i modelli sono contraddistinti dalla presenza del “capitalismo monopolistico di stato” e, quindi, dall’uso di “forme” di controllo pubblico della produzione e della finanza. Mentre, però, gli apparati del “soviettismo”, muovendo dalla concezione materialista intesa come “teoria sociale generale”, puntarono a fare dello stato uno strumento di «emancipazione dei soggetti “deboli”»[27], gli apparati dell’ordinamento statunitense e di quello fascista perseguirono il fine di consolidare il dominio del capitalismo in crisi.
Nell’analizzare le incompatibili esperienze del “socialismo” e del “capitalismo” risulta, quindi, essenziale valutare lo specifico nesso tra “forme” e “contenuti” che caratterizza i diversi modelli di “capitalismo di stato”.
Questa valutazione risulta essenziale per evitare di alimentare una confusione ulteriore in cui si potrebbe incorrere quando, sempre per ragioni di tipo “esteriore” e “formale”, si pongono sullo stesso piano gli «apparati di stato del cd. “governo dell’economia”» e gli «apparati di stato del cd. welfare state», facendoli confluire nell’ambigua concezione dello “stato sociale”.
Questa sovrapposizione concettuale appare fuorviante perché non consente di cogliere la differenza tra l’intervento pubblico che si limita a “gestire” le contraddizioni generate dall’intreccio tra il capitale finanziario e quello industriale per restituire forza al capitalismo in crisi e l’intervento pubblico che persegue finalità redistributive e concede, sia pur nei limiti delle compatibilità (finanziarie) determinate dalla preminenza degli interessi capitalistici, «frammenti di “diritti sociali”, tradizionalmente conculcati dai liberisti»[28].
I gruppi dirigenti, nel periodo della “grande crisi”, hanno connesso le due tipologie di intervento e le hanno utilizzate per ripristinare le condizioni dell’accumulazione privata della ricchezza e per contenere la recrudescenza del conflitto sociale[29].
Per comprendere la natura degli ordinamenti sovietico, liberista, socialdemocratico, corporativo e democratico-sociale, nonché delle rispettive modalità di intervento pubblico nell’economia[30], occorre valutare, pertanto, il modo in cui è stato costruito il rapporto tra l’ “economicità” e la “socialità e il sistema di valori costituzionali cui deve conformarsi[31].
Occorre evidenziare, a questo proposito, che la Costituzione italiana, superando i caratteri residuali della teoria del cd “stato sociale” ispirata alla costituzione weimariana, ha recepito un sistema di “Principi fondamentali” che legittimano il primato della “socialità” su quello dell’ “economicità”, ossia su quel concetto che i gruppi di potere reputano essenziale per garantire la salvaguardia dei profitti delle imprese industriali e finanziarie.
La Costituzione possiede un impianto organicamente unitario fondato sullo stretto nesso fra i Principi fondamentali, la Parte Prima e la Parte Seconda. Un tale assetto ordinamentale non consente di utilizzare, come canone ermeneutico, la nozione di “costituzione economica”, in quanto essa svolge la funzione di isolare il potere economico, garantendone una forza superiore di impatto sulla realtà sociale complessiva[32].
I “rapporti di produzione” e gli altri “rapporti sociali” sono disciplinati in modo interdipendente per garantire una realizzazione effettiva dei diritti sociali, che non sono stati aggiunti come appendici di un catalogo di diritti di matrice liberale, ma sono stati connessi con strumenti di potere (art. 41, 3° comma, Cost.) per evitare che la loro funzione fosse compatibile con una prospettiva di “liberismo compassionevole”[33].
I Principi fondamentali costituiscono l’espressione di un intreccio fra i valori della democrazia politica, della democrazia economica e della democrazia sociale, che legittima l’esercizio di un controllo sociale sull’attività economica pubblica e privata finalizzato ad agevolare la costruzione di rapporti improntati all’eguaglianza dei diritti e dei poteri[34].
I Costituenti, muovendo da una concezione inedita del potere pubblico-sociale[35], hanno considerato la programmazione democratica dell’economia come uno strumento istituzionale che consente una visione globale delle questioni economiche e sociali e rende, pertanto, possibile l’esercizio di una funzione unificante necessaria per risolvere i problemi della collettività[36].
Nell’ambito della funzione generale del governo democratico dell’economia rientrano anche le attività finanziarie dei soggetti pubblici e privati, che devono essere coordinate ed indirizzate verso la realizzazione di fini sociali. Uno stretto legame sussiste tra l’art. 3, 2° comma, l’art. 41, 3° comma e l’art. 47 della Costituzione, sicchè la politica monetaria costituisce un aspetto subordinato e servente rispetto alla politica economica che deve perseguire gli obiettivi della qualità della vita e della qualità del lavoro dei cittadini[37].
La Costituzione non persegue il fine di razionalizzare le contraddizioni intrinseche del processo di accumulazione, ma fornisce, in un’ottica più avanzata ed autonoma, gli strumenti idonei a proteggere i lavoratori dalle dinamiche distruttive dei mercati finanziari e ad eliminare l’insicurezza dal loro futuro.
Si è stabilito, infatti, che la Repubblica deve disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito e promuovere e tutelare il risparmio popolare, orientandolo verso la realizzazione di finalità sociali (artt. 41, 47 Cost.) e, quindi, di investimenti produttivi capaci di accrescere la qualità dei rapporti sociali[38].
Il grado di civiltà e di benessere di una comunità non è considerato nei termini riduttivi del PIL, ma in relazione al pieno sviluppo della persona umana, che può esprimersi, soltanto, nell’ambito di un sistema economico e sociale improntato a garantire il soddisfacimento dei bisogni morali e materiali dei lavoratori (artt. 2 e 3, comma secondo, Cost.).
Sulla base di questi principi, un vasto movimento di lavoratori ha intrapreso, nella seconda metà degli anni sessanta, un ciclo di lotte sociali per attuare il programma di trasformazione economico-sociale recepito dalla Costituzione. La funzionalizzazione del capitalismo monopolistico privato alle utilità sociali e la democratizzazione degli apparati del “capitalismo di stato”, costituirono gli assi di una strategia che puntava ad emancipare la società dal giogo delle contraddizioni molteplici generate dal sistema capitalistico[39].
La lunga stagione di lotte politiche e sociali fece conseguire, ai cittadini-lavoratori, alcune conquiste significative (introduzione delle Regioni; Statuto dei lavoratori; riforma sanitaria; riforma della Rai) ed ha lasciato, comunque, le «tracce di un disegno percorribile» di democratizzazione dello Stato e di socializzazione dell’economia[40].
La dottrina sensibile ai principi costituzionali ed alle rivendicazioni dei movimenti che ponevano esigenze di rinnovamento sociale anche nel campo finanziario sostenne, in coerenza con il disegno costituzionale e con la disciplina allora vigente, che le attività finanziarie, dei soggetti pubblici e privati, dovessero essere inquadrate nell’ambito del governo democratico dell’economia (art. 41, comma 3°, Cost.), in vista delle finalità di giustizia sociale perseguite dalla Costituzione[41].
Il processo di attuazione della Costituzione fu interrotto, tuttavia, da una serie di strategie che indussero il movimento operaio a deviare dall’ originaria impostazione strategica[42]. Proprio al culmine della stagione riformatrice venne sferrata, a livello nazionale ed internazionale, una controffensiva diretta ad arrestare lo sviluppo della democrazia-sociale.
Le premesse per un attacco organico alla Costituzione possono essere rinvenute sia nel documento della Commissione trilaterale (1975), sia nel documento della Loggia massonica P. 2, che puntavano a diffondere l’ideologia della “governabilità” funzionale alle esigenze di “stabilità” del sistema capitalistico[43].
La prospettiva dell’europeizzazione è stata assunta, inoltre, come motivazione per alterare il quadro dei principi relativi alla “forma di governo” contenuti nella “seconda parte” della Costituzione, anche se si perseguiva, in realtà, lo scopo di sostituire le norme della “prima parte” volte alla socializzazione della proprietà e dell’impresa, con altre improntate al primato dell’ “economia” sulla “socialità”.
L’ obiettivo finale era quello di dare «preminenza al ruolo della moneta e delle istituzioni che regolano il sistema dei rapporti finanziari internazionali e nazionali», al fine di garantire uno sviluppo del sistema produttivo basato sulla autonomia incontrollata dell’impresa[44].
I gruppi dirigenti del centrodestra e del centrosinistra, astretti dal cemento del revisionismo ideologico, puntano, oggi, a formalizzare, mediante il processo di revisione costituzionale, un accordo perverso finalizzato a vulnerare i fondamenti della forma di stato di democrazia-sociale ed a rendere irreversibile quel sistema di rapporti politici “bipolari” che, sin dagli anni ottanta, è stato utilizzato per alterare la portata dei costituzionali “sostanziali” contenuti nella “prima parte” delle Costituzione e per stabilire il primato del “mercato”, del “Pil”, della “moneta” e delle privatizzazioni”. La strategia controriformatrice non mira a cancellare le funzioni dello stato nell’economia, ma a restituire allo stato «il ruolo di strumento degli interessi atavici del capitalismo»[45].
Il loro obiettivo è quello di realizzare il “bipolarismo” o il “bipartitismo” per omologare il modello costituzionale italiano a quello degli altri Stati europei nei quali i sistemi politici sono organizzati intorno a due schieramenti (“conservatore” e “progressista”) che, pur confliggendo per la “gestione” del potere, perseguono, in nome del binomio “stabilità economica/stabilità di governo”, il medesimo fine di garantire la continuità del modo di produzione capitalistico.
La cosiddetta sinistra “post-comunista” e “post-socialdemocratica”, rinunziando ad assumere una posizione netta nella dialettica capitale-lavoro e facendo propria la concezione del bipolarismo funzionale alla conservazione del sistema capitalistico, ha abbandonato i lavoratori nelle spire di un assistenzialismo subalterno agli imperativi del bilancio statale gestito con i criteri privatistici della grande impresa[46].
Nella fase attuale, contrassegnata dagli effetti devastanti della crisi globale, la risposta efficace ai problemi posti dalla “stabilità destabilizzante” del modo di produzione capitalistico non può provenire, tuttavia, da un debole keynesismo[47], ossia da un tipo di soluzione che si inserisce nella prospettiva ambigua dell’“economia sociale di mercato”.
Le contraddizioni strutturali del modo di produzione capitalistico non possono essere risolte con la “regolamentazione” dei mercati finanziari o con l’elaborazione di codici “etici” per l’esercizio dell’impresa, né con la nazionalizzazione temporanea delle banche e delle assicurazioni.
Un generico intervento pubblico nell’economia non è mai mancato nelle fasi di espansione e in quelle di crisi del processo di accumulazione, ma si è sempre rivelato subalterno ai piani strategici dei potentati economici ispirati alla filosofia della “socializzazione delle perdite e della privatizzazione degli utili”.
Si dovrebbe affrontare, invece, la questione fondamentale relativa alla natura, alla qualità ed ai fini dell’intervento pubblico nell’economia e cercare di prefigurare il modello futuro di società che si vuole realizzare. Una indicazione feconda proviene, come s’è detto, dalla Costituzione italiana che, attribuendo un ruolo determinante ai poteri pubblico-sociali finalizzati al controllo del sistema produttivo, delinea una concezione avanzata dei rapporti economico-sociali.
Occorrerebbe riprendere, dunque, il filo di un discorso interrotto[48] per rilanciare un processo di democratizzazione delle istituzioni nazionali e sovranazionali e ripristinare un controllo politico e sociale sui centri di potere economico che impongono un unico pensiero ed un univoco modello di sviluppo.

________________________________________
[1] Sulle ragioni per cui il (neo) liberismo, occultando le connessioni tra lo stato e il sistema economico, si presenta come espressione dei “meccanismi spontanei del mercato”, cfr. A. BURGIO, Senza democrazia, cit., p. 95.
[2] F. GABRIELE, Processi di decisione multilivello e governo dell’economia: alla ricerca della sovranità economica, in AA.VV, Governance dell’economia e integrazione europea. Processi di decisione politica e sovranità economica, vol. I, a cura di F. GABRIELE e M. A. CABIDDU, Giuffrè, Milano, 2008, p. 4, dopo aver rilevato che l’espressione “governo dell’economia” non può considerarsi ideologicamente “neutra” ma “orientata”, osserva come lo Stato non si sia mai astenuto del tutto e come anche l’ “astensione” costituisca una forma di intervento, «specialmente a favore dei soggetti più forti». Sul punto, cfr., altresì, C. P. GUARINI, Contributo allo studio della regolazione “indipendente” del mercato, Cacucci, Bari, 2005, pp. 48, 49. Z. BAUMAN, Capitalismo parassitario, cit., pp. 24, 25, evidenzia come la simbiosi tra Stato e mercato costituisca, nel sistema capitalistico, la regola. Le politiche dello stato capitalista “dittatoriale” o “democratico” vengono costruite e condotte «nell’interesse, non contro l’ interesse dei mercati» e il loro effetto principale è quello di «avallare/consentire/garantire la sicurezza e la longevità del dominio del mercato».
[3] S. D’ALBERGO, Economicità e socialità nel diritto, in AA.VV., Il governo dell’economia tra “crisi dello stato” e “crisi del mercato”, a cura di F. GABRIELE, Cacucci, Bari, 2005, p. 219, critica le sofisticazioni culturali che, nell’ultimo ventennio, sono state utilizzate per legittimare l’adozione di soluzioni normative dirette a fare del potere pubblico il luogo di una “regolazione” dei rapporti economico-sociali e ritiene che queste concezioni “neoliberiste” ripropongono la propensione tradizionale alla protezione degli interessi economico-privati.
[4] Cfr. S. D’ALBERGO, La débacle del liberismo, dopo gli apologeti vecchi e nuovi, cit., pp. 9-11.
[5] E. GALLI DELLA LOGGIA, Le élites in pericolo, cit., rileva come, specie negli USA, si sia manifestato un indirizzo liberista fondamentalista contrario al ritorno dell’intervento pubblico nell’economia, sia pur finalizzato alla “socializzazione delle perdite”.
[6] Sul punto, cfr. F. LORDON, Il giorno in cui Wall Street diventò socialista, in Le Monde diplomatique, n. 10, ottobre 2008.
[7] Cfr. S. D’ALBERGO, La débacle del liberismo, dopo gli apologeti vecchi e nuovi, cit., p. 11; R.ROSSANDA, Ma quale Marx, in il manifesto, 8 marzo 2009.
[8] Cfr. E. ALVATER, Il capitalismo si organizza: il dibattito marxista dalla guerra mondiale alla crisi del ’29, in AA. VV., Storia del marxismo, vol. III, t. I, Einaudi, Torino, 1980, pp. 850 ss.; W. SCHIVELBUSCH, 3 New Deal, Tropea, Milano, 2008, pp. 165 ss., evidenzia come i governi degli Stati Uniti di Roosevelt, dell’ Italia di Mussolini e della Germania di Hitler realizzarono, a prescindere dai diversi livelli di repressione politica, un cambiamento storico di portata epocale, ossia il passaggio dal “capitalismo liberale” al “capitalismo di stato”, con i suoi elementi di assistenzialismo, pianificazione e direzione della società.
[9] Cfr. S. D’ALBERGO, La débacle del liberismo, dopo gli apologeti vecchi e nuovi, cit., p. 12.
[10] Per un’analisi ancora attuale del totalitarismo, cfr. E. LEDERER, Lo Stato delle masse. La minaccia della società senza classi, (1940), a cura di M. SALVATI, Bruno Mondadori, Milano, 2004. L’Autore definisce la “dittatura moderna” come “stato delle masse”, ossia come un sistema politico imperniato sulla figura del leader, sul partito, sulla milizia, sulle organizzazioni di massa e su un potente sistema di propaganda, ossia su tutte le istituzioni e le tecniche capaci di trasformare l’intero popolo in massa “amorfa” e “istituzionalizzata” (pp. 20 ss.). Sulla base di questo forte controllo della società si sono dispiegate anche le politiche economiche dello “stato-massa”.
[11] Per un’acuta ricostruzione della crisi dello stato liberale e della svolta totalitaria e dirigista, come risposta alla crisi, cfr. D. CHIRICO, Profili dei rapporti tra potere politico e potere economico nelle dinamiche dell’ordinamento costituzionale italiano, Bonomo editrice, Bologna, 2008, pp. 108 ss.
[12] Per una puntuale ricostruzione dei passaggi di fase della complessa strategia politica, giuridica ed istituzionale, che consentì al regime fascista di garantire la sostanziale continuità con l’ordinamento liberale e di porre l’impresa capitalistica al «centro di ogni valore della vita sociale», cfr. S. D’ALBERGO, Prefazione, in Documenti del corporativismo fascista. Da Palazzo Vidoni alla Carta del Lavoro, Laboratorio politico, Napoli, 1995, pp. 5, 6, 7. Per un’analisi critica di queste vicende, cfr. F. DE FELICE, Lo Stato fascista, in AA.VV., Matrici culturali del fascismo, Tipolitografia Mare S.n.c., Bari, 1977, pp. 35 ss.
[13] Sulle anologie e le differenze fra le forme giuridiche e le strutture economiche degli “Stati d’eccezione” (nazionalsocialismo tedesco; fascismo italiano) e quelle degli “Stati interventisti” (Repubblica di Weimar; Stati Uniti di Roosevelt), cfr. S. DE BRUNHOFF, Stato e capitale, cit., p. 78. N. POULANTZAS, Fascismo e dittatura, Jaca Book, Milano, 1978, p. 337. Per una comparazione tra il “corporativismo fascista”, il “corporativismo democratico rooseveltiano” e l’odierno neocorporativismo che continua ad essere caratterizzato dall’interclassismo, dalla “collaborazione”, dalla “cogestione” e dalla subalternità alle strategie egemoniche del capitale monopolistico finanziario transnazionale, cfr. G. PALA, Le forme del corporativismo. Il neocorporativismo nelle diverse fasi della crisi, in La Contraddizione, n. 10, 2004, pp. 41 ss. Sulla nozione di corporativismo e sulle sue diverse accezioni, cfr. L. ORNAGHI, Stato e corporazione. Storia di una dottrina nella crisi del sistema politico contemporaneo, Giuffrè, Milano, 1994.
[14] Sul tema, cfr. S. D’ALBERGO, Costituzione e organizzazione del potere nell’ordinamento italiano, Giappichelli, Torino, 1991, pp. 88, 90; D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, (1936), Erre emme, Roma, 1994, pp. 336 ss; P. GRIFONE, Il capitale finanziario, cit.
[15] F. DE FELICE, Lo Stato fascista, cit., pp. 46-47, valuta le corporazioni nel quadro più generale dell’organizzazione e del controllo dell’intera società in funzione dei settori dominanti. L’Autore evidenzia come la via capitalistica di uscita dalla crisi del ’29 sia stata quella «di una riduzione della base produttiva e di un ampliamento dell’apparato pubblico». Questo ampliamento non si tradusse soltanto in una maggiore accentuazione del ruolo dello Stato nell’economia (mediante l’ IRI e l’ IMI), ma perseguì il fine più ampio di estendere il controllo sull’intera società per garantire che l’intero processo di accumulazione potesse svolgersi in funzione degli interessi dei gruppi dominanti della società e dell’economia.
[16] G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista. Il mito del corporativismo, Carocci, Roma, 2006, p. 22, 24, osserva come, negli anni fra le due guerre, il corporativismo fascista conquistò una reale attualità perché riuscì ad inserirsi sia nel solco di una cultura della collaborazione di classe e della pace sociale che era all’ordine del giorno in Europa, sia nella crisi del sistema liberale provocata dagli effetti della “grande crisi” economica, che rilanciò la questione della ricerca di un quid medium tra gli opposti estremi del liberismo e della collettivizzazione sovietica. Esso si prospettò come «“terza via” offerta all’ Occidente, sconvolto dal crollo del vecchio mondo e dei vecchi valori». Le ragioni del suo consolidamento sono, tuttavia, impensabili «senza la crisi della società liberale e l’obsolescenza della sua visione dei rapporti sociali». Il grosso della pubblicistica corporativa si rivolse, del resto, contro l’ideologia liberale assai più che contro il socialismo teorico o il “bolscevismo”.
[17] Cfr. S. D’ALBERGO, Prefazione, in Documenti del corporativismo fascista, cit., pp. 5, 6. F. DE FELICE, Lo Stato fascista, cit., pp. 35, 43, evidenzia come lo Stato fascista intervenne, con radicalità, nel settore della disciplina dei rapporti di lavoro, perché in questo ambito si era espresso l’antagonismo sociale, che aveva costituito la ragione principale del crollo dello Stato liberale. Il modo in cui l’Italia fascista affrontò la crisi mondiale del ’29 e del ’30 e i processi di ristrutturazione dell’economia, non sarebbe pensabile senza la distruzione delle organizzazioni del movimento operaio e senza la disciplina dei rapporti di lavoro, che consentì all’economia fascista di svilupparsi con salari minimi.
[18] G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista, cit., pp. 11, 47, 48 osserva come il corporativismo fascista, al di là delle vaghe promesse di “ibridazione” della rappresentanza, che avrebbero dovuto essere realizzate mediante l’innesto del mondo del lavoro nel mondo della produzione, assunse una forma autoritaria e, in seguito, totalitaria. La sua visione si tradusse, quindi, nell’«esaltazione della pace sociale imposta con la forza» (cfr., op. cit., p. 33).
[19] Cfr. G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista, cit., pp. 22, 23. D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, cit., pp. 432, 435, definisce lo Stato fascista una «dittatura militare-poliziesca al servizio del grande capitale», ma evidenzia come esso, pur piegando le masse, riuscì ad estorcere, mediante l’uso di espedienti ingannatori, la loro adesione. Fra questi espedienti sono richiamati sia quelli di ordine idealistico (la “mistica fascista”; il mito del “capo”; l’educazione dei giovani), sia quelli di ordine materiale (il massiccio riassorbimento della disoccupazione nel settore delle opere pubbliche e degli armamenti; il controllo dittatoriale sulle uscite di capitali e sul livello dei prezzi; le gigantesche “opere sociali” volte ad assicurare svaghi collettivi per i lavoratori).
[20] K. POLANYI, La libertà in una società complessa, (1935), a cura di A. SALSANO, Bollati Boringheri, Torino, 1987, pp. 115, 116, rileva come, nell’ordine strutturale della società fascista, gli esseri umani furono considerati «produttori e solo produttori». I diversi settori dell’industria – riconosciuti legalmente come corporazioni dotate del privilegio di trattare i problemi economici, finanziari, industriali e sociali – divennero «i depositari di quasi tutti i poteri appartenuti, in precedenza, allo Stato politico».
[21] D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, cit., pp. 437, 438, riporta la definizione di Radek secondo cui la dittatura fascista può essere paragonata a dei «cerchi di ferro» con i quali la borghesia tentò di «consolidare la botte sfasciata del capitalismo». La classe operaia, paralizzata dalle sue organizzazioni e dai suoi dirigenti, non fu in grado, nella fase della crisi dell’economia capitalistica, «di sostituire il socialismo al capitalismo morente». In tale contesto, il fascismo, pur promettendo demagogicamente il riassorbimento della disoccupazione e la ripresa delle attività economiche, perseguì l’obiettivo di ritardare, con mezzi artificiali, «la caduta del saggio di profitto di un capitalismo divenuto parassitario» e «di mantenere in vita un pugno di magnati monopolisti e di grandi agrari».
[22] G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista, cit., p. 10, osserva come il fascismo tentò, mediante le soluzioni corporative, di fornire risposte ad uno degli interrogativi più drammatici del tempo, ossia quello che riguardava l’assetto complessivo di una società che , da un lato, non poteva più fare affidamento sugli automatismi della “mano libera” del mercato e, dall’altro, guardava con timore alla soluzione collettivistica che prendeva corpo, con risultati controversi ma sorprendenti, nell’Unione sovietica.
[23] C. GIORGI, The Origins and Development of the Welfare States : democracies and Totalitarianisms Compared from an Italian Point of View in Democracy and Social Rights in the Two Wests, Edited by Alice Kessler-Harris and Maurizio Vaudagna, Otto editore, Torino, 2009, (di prossima pubblicazione), pp. 1 ss. (del dattiloscritto), rileva come l’idea del corporativismo costituì il principale punto d’incontro tra le elaborazioni fasciste e quelle dell’America di Roosevelt. Nel dibattito dei primi anni trenta, il corporativismo fascista e il New Deal furono considerati come «due modi simili di affrontare la gravità della situazione creatasi con il crollo di Wall Street». L’Autrice, richiamando la riflessione gramsciana, evidenzia come il regime fascista e il New Deal statunitense cercarono di rispondere alla crisi dello stato liberale mediante una gestione corporativa del conflitto, la programmazione dell’economia, la concentrazione economica, la cartellizzazione, l’intervento finanziario dello stato attraverso la creazione di nuovi enti, l’aumento della spesa pubblica ed il suo dirottamento verso le esigenze della produzione bellica
[24] Cfr. G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista, cit., pp. 192, 208, 209, rileva come, nello stesso periodo storico si affermarono altre culture ed esperienze che, pur prive delle caratteristiche totalitarie ed imperialiste del fascismo, si posero nella prospettiva di una “terza via”, concertativa ed anticlassista, finalizzata al superamento del liberalismo e del socialismo. Basti pensare, in proposito, alle dottrine di stampo medievaleggiante nate nell’ambito del pensiero sociale cattolico, agli indirizzi socialdemocratici e alle esperienze del New Deal statunitense.
[25] Sul fascismo e l’americanismo come “rivoluzioni passive”, cfr. A. GRAMSCI, Quad. 10 (XXXIII), 1932-1935, § (41), in ID. Quaderni del carcere, II, a cura di V.GERRATANA, Einaudi, Torino, 1977, pp. 1324, 1325; ID., Quad. 10 (XXXIII), 1932-1935, § (9), in Id. Quaderni del carcere, II, cit., p. 1228; ID., Quad. 1 (XVI), 1929-1930, § (135), in Id. Quaderni del carcere, I, a cura di V.GERRATANA, Einaudi, Torino, 1977, p. 125; ID., , Quad. I (XVI), 1929-1930, § (60), cit., p. 72. Sul tema, cfr. C. N. COUTINHO, L’epoca neoliberale: rivoluzione passiva o controriforma?, in www. gramscitalia.it, pp. 1, 2, 5; D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, cit., pp. 321-324.
[26] Cfr. S. D’ALBERGO, Costituzione e organizzazione del potere, cit., p. 90.
[27] Cfr. S. D’ALBERGO, Costituzione e organizzazione del potere, cit., pp. 93, 94.
[28] Cfr. S. D’ALBERGO, La débacle del liberismo, dopo gli apologeti vecchi e nuovi, cit., pp. 12, 13. Gli interventi pubblici che, oltre ad aver mirato al sostegno dell’accumulazione capitalistica, hanno puntato a garantire un parziale soddisfacimento dei “diritti sociali”, sono riferibili sia alle esperienze del welfare state, sia alle esperienze del corporativismo fascista. Le basi concettuali delle esperienze del corporativismo fascista possono essere individuate nelle concezioni della cd. “sinistra fascista” e, in specie, nelle teorizzazioni del filosofo Ugo Spirito che, nel 1932, elaborò una singolare ipotesi di “corporazione proprietaria”. Le elaborazioni della “sinistra fascista” riuscirono a trovare una pur fugace realizzazione nella “socializzazione” delle imprese effettuata, nel 1943, dalla “repubblica sociale italiana”. Sugli esiti della problematica “corporativa” di Ugo Spirito e sulla radicalità “classista” di molte prese di posizione di Berto Ricci divenuto simbolo di una “sinistra fascista” confinante con l’ “anticapitalismo”, cfr. G. SANTOMASSIMO, La terza via fascista, cit., pp. 12 ss. e 58 ss. Sull’inquietudine manifestata dal grande capitale tedesco per il possibile prevalere, nello Stato nazionalsocialista, di un indirizzo favorevole allo “statalismo socialisteggiante” e sulle esplicite rassicurazioni ricevute dai dirigenti del Terzo Reich, cfr. D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, cit., pp. 376 ss.
[29] L. VILLARI, La roulette del capitalismo, Einaudi, Torino, 1995, pp. 125, 128, evidenzia come lo “stato sociale” possieda «anche motivazioni conservatrici che si esprimono sia negli esiti politici delle politiche keynesiane, sia nelle forme estreme di intervento dello Stato, come la pianificazione nazista».
[30] I riflessi delle questioni che sono state, precedentemente, prospettate a proposito del costituzionalismo weimariano, del “corporativismo fascista” e del dirigismo statunitense, sono identificabili, nel diritto amministrativo italiano, attraverso l’enucleazione del concetto di “diritto pubblico dell’economia” risalente al contributo di Massimo Severo Giannini. Una prospettiva teorica segnata, in modo centrale, dalla questione della natura giuridica degli “enti pubblici economici” e dal fenomeno delle “partecipazioni statali” come forma di società per azioni incardinate in “enti pubblici di comando”. Su questa problematica, cfr. G. MIELE, La distinzione tra ente pubblico e privato, in Riv. dir. comm., 1942; G. ARENA, Le società commerciali pubbliche, Giuffrè, Milano 1942; M. S. GIANNINI, L’impresa pubblica in Italia, in Riv. delle soc., 1958; ID., Diritto pubblico dell’economia, il Mulino, Bologna, 1985; G. GUARINO, La programmazione economica e le imprese pubbliche. Il sistema italiano delle PP. SS. in Scritti di diritto pubblico dell’economia, II, Giuffrè Milano, 1970; S.CASSESE, Partecipazioni statali ed enti di gestione, Comunità, Milano, 1962; S. D’ALBERGO, Le partecipazioni statali, Giuffrè Milano, 1960, ID. Il sistema positivo degli enti pubblici nell’ordinamento italiano, Giuffrè, Milano, 1969; ID., Impresa pubblica, (voce), in Noviss. Dig., vol. VIII, Utet, Torino, 1982 ; G. AMATO, Il governo dell’industria in Italia, il Mulino, Bologna, 1972; F. GABRIELE, In tema di nazionalizzazione e di altre forme di intervento pubblico nell’ economia in Foro amm., (parte III), 1972.
[31] Cfr. S. D’ALBERGO, Economicità e socialità nel diritto, cit., p. 216.
[32] Sulla struttura contraddittoria della Costituzione di Weimar e sull’inidoneità delle sue parti a realizzare una superiore unità, cfr. C. MORTATI, La Costituzione di Weimar, Sansoni, Firenze, 1946. Per una interpretazione critica della nozione di “costituzione economica”, cfr. G. AZZARITI, L’ordine giuridico del mercato, in ID., Forme e soggetti della democrazia pluralista, Giappichelli, Torino, 2000, p. 155; F. COCOZZA, Riflessioni sulla nozione di «costituzione economica», in Dir. dell’econ., n. 1, 1992, p. 82; M. LUCIANI, Economia nel diritto costituzionale, in Digesto delle discipline pubblicistiche, vol. V, Utet, Torino, 1990, p. 378.
[33] Cfr. S. D’ALBERGO, Costituzione e organizzazione del potere nell’ordinamento italiano, Giappichelli, Torino, 1991, pp. 321, 322.
[34] Cfr. U. CARABELLI, Europa dei mercati e conflitto sociale, Cacucci, Bari, 2009, pp. 163 ss.
[35] Cfr. S. D’ALBERGO, La democrazia politica economica e sociale tra potere e «globalizzazione dell’economia», in Fenomenologia e società, n. 3, 1997, p. 23.
[36] Cfr. S. D’ALBERGO, Economia e diritto nella dinamica delle istituzioni, in AA.VV., Scritti in onore di Giuseppe Guarino, vol. I, Cedam, Padova, 1998, pp. 805, 80; ID., Costituzione e organizzazione del potere nell’ordinamento italiano, cit., pp. 321, 322.
[37] Cfr. U. ALLEGRETTI, Il governo della finanza pubblica, Cedam, Padova, 1971, p. 80.
[38] Cfr. L. VASAPOLLO, La crisi del capitale, cit., pp. 367, 368, 369.
[39] Cfr. S. D’ALBERGO, La débacle del liberismo, dopo gli apologeti vecchi e nuovi, cit., pp. 9, 13.; L. CAVALLARO, Come nacque e come morì il conflitto di classe in Italia, in Alternative per il socialismo, n. 7, ottobre-dicembre, 2008, pp. 147, 148, 149.
[40] Cfr. S. D’ALBERGO, Economia e diritto nella dinamica delle istituzioni, in Scritti in onore di Giuseppe Guarino, vol. I, Cedam, Padova, 1998, p. 807.
[41] U. ALLEGRETTI, Il governo della finanza pubblica, cit., 17, 244-245.
[42] Sul vasto movimento che, nel periodo 1968-1977, ha rivendicato l’attuazione del programma di trasformazione economico-sociale recepito dalla Costituzione, nonché sulle forze che hanno operato per deviarlo dalla sua originaria impostazione strategica, cfr. S. D’ ALBERGO, Economia e diritto nella dinamica delle istituzioni, cit., pp. 795 ss.; G. FERRARA, Istituzioni, lotta per l’egemonia e sistema politico, in ID., L’altra riforma nella Costituzione, manifestolibri, Roma, 2002, p. 119.
[43] Cfr., sul tema, S. D’ALBERGO, La Costituzione del 1948 tra revisionismo storico e revisionismo giuridico, in La Contraddizione, n. 106, 2005, pp. 21 ss; G. FERRARA, La mutazione del regime politico italiano, in Costituzionalismo.it, 3/2008; ID., Lo «Stato pluriclasse»: un protagonista del «secolo breve», in AA. VV., Dallo Stato monoclasse alla globalizzazione, a cura di S. CASSESE, G. GUARINO, Giuffrè, Milano, 2000, p. 98.
[44] Cfr. S. D’ALBERGO, Costituzione e organizzazione del potere, cit., pp. 324, 325.
[45] Cfr. S. D’ALBERGO, Verso il baratro. Dalla “transizione” alla “repubblica monarchica”, in La Contraddizione, n. 121, 2007, p. 21.
[46] Cfr. S. D’ALBERGO, La democrazia sociale tra rilancio e delegittimazione, in S. D’ALBERGO, A. CATONE, Lotte di classe e Costituzione. Diagnosi dell’Italia repubblicana, La città del sole, Napoli, 2008, pp. 151, 174, 177; ID., La débacle del liberismo, in La Contraddizione, n. 125, 2008, p. 14; G. BUCCI, Stato democratico-sociale e «bonapartismo mercatista», in Scritti in onore di Lorenza Carlassare, cit., vol. V, pp. 1828, 1845.
[47] L. VILLARI, La roulette del capitalismo, cit., p. 128, rileva come la teoria scientifica keynesiana e le sue forme storiche «contengano la perennità del capitalismo e “la riconquista dei vantaggi tradizionali dell’individualismo”». J. HALEVI, Stagnazione e crisi: USA, Asia Nippo-Americana e Cina, in AA. VV., Lavoro contro Capitale, Jaca Book, Milano, 2005, p. 196, sostiene che è insensato propugnare, nell’epoca attuale, il ritorno a Keynes per fronteggiare la «stagnazione mondiale». Le classi dirigenti dei paesi capitalistici accettarono alcuni aspetti del keynesismo, «fintantoché i maggiori gruppi economici puntarono a realizzare uno sviluppo nazionale», mentre, a partire dalla fine del sistema monetario internazionale postbellico, il keynesismo si è manifestato, esclusivamente, in modo bellico e sotto la direzione degli USA. Specie da Reagan in poi, «il keynesismo militare USA» si è basato «sull’accentuazione dei conflitti intercapitalistici», sicché lo spazio per politiche keynesiane globali appare inesistente. M. DONATO, Questo non è un titolo tossico, cit., p. 36, rammenta come la crisi degli anni ’30 sia stata superata con la seconda guerra mondiale e non con «il keynesismo di Roosevelt» e come il capitalismo, nella fase imperialista, abbia superato le crisi soprattutto mediante la guerra. Sul tema cfr., anche, A. Burgio, Senza democrazia, cit., pp. 91 ss., 159 ss. Sull’aumento della spesa militare mondiale e sulla corsa agli armamenti nell’attuale fase di crisi economica, cfr. M. DINUCCI, Corsa al riarmo. Al primo posto USA e Nato. Ma anche l’Italia…, in il manifesto,18 marzo 2009; A. DAKLI, La vera misura anticrisi di Medvedev: il riarmo, in il manifesto, 18 marzo 2009; G. MARCON, M. PAOLICELLI, Il riarmo per uscire dalla recessione, in il manifesto, 25 marzo 2009; J. FEFFER, Battaglia nel pacifico. Una sfida per il dominio sul “lago americano”, in il manifesto, 27 marzo 2009; S. PIERANNI, Il riarmo cinese allarma il Pentagono, in il manifesto, 27 marzo 2009.
[48] U. ALLEGRETTI, Il governo della finanza pubblica, cit.; U. MATTEI, Piccole apocalissi, cit., evidenzia la necessità di rilanciare la prospettiva del “governo democratico dell’economia” sperimentato, in Italia, negli anni settanta. La via di uscita dalla crisi viene individuata nella elaborazione di un piano finalizzato a ripristinare il primato del sociale rispetto alle strategie predatorie dei grandi gruppi di imprese finanziarie ed industriali. Sulla necessità di ricostruire gli strumenti di politica economica collettiva smantellati in trent’anni di privatizzazione economica e istituzionale, cfr. A. BURGIO, Senza democrazia, cit., p. 261. Sulla necessità di rilanciare i grandi obiettivi dell’autogoverno dei produttori e della pianificazione dell’economia, cfr. V. GIACCHÉ, Karl Marx e la crisi del XXI secolo, cit., p. 52; A. MINUCCI, La crisi generale tra economia e politica, cit., p. 26. Sul punto, cfr., altresì, L. MICHELINI, La fine del liberismo di sinistra, 1998-2008, Il Ponte Editore, Firenze, 2008, p. 75.