«Diritti al lavoro», le proposte della Cgil in un libro

Cancellare la legge 30 e riportare al centro il rapporto a tempo indeterminato; lotta al sommerso, diritti agli immigrati, riforma di scuola, università e collocamento pubblico. Le proposte della Cgil per cambiare segno sono contenute nel volume «Diritti al lavoro» (edizioni Ediesse), a cura di Alessandro Genovesi, Marica Guiducci e Claudio Treves, del dipartimento mercato del lavoro. «Raccoglie le elaborazioni degli ultimi anni di battaglie, un quinquennio di “atti e passioni” Cgil – spiega Genovesi – Sono le nostre alternative alla legge 30 ma anche al pacchetto Treu; alla Bossi-Fini e al decreto Moratti. E non è un caso che il libro esca in questo periodo, quando chi si candida a governare presenta i suoi programmi. Non facciamo mistero di guardare con maggiore attesa nei confronti dell’Unione, ma Guglielmo Epifani lo dice chiaro nella prefazione: la Cgil giudica le proposte e il futuro governo a partire dai propri testi ed elaborazioni, e in questo intende rimarcare la sua autonomia». Sulla legge 30 si presentano le proposte di legge Cgil, firmate da 5 milioni e mezzo di cittadini: va riportato al centro il rapporto a tempo indeterminato, creando la nuova figura del «lavoratore economicamente dipendente», chiaramente distinto dall’autonomo, e sopprimendo l’area grigia dei cococò e cocoprò, sfruttati spesso come «dipendenti mascherati». I rapporti a termine vanno limitati alle causali stabilite per contratto, e non possono essere reiterati oltre un certo numero di volte (anche queste stabilite dai contratti). Va sostituito il contratto di inserimento con il «contratto di inclusione», che non penalizza le fasce deboli. L’apprendistato deve essere limitato a 4 anni e il lavoratore non va più sottoinquadrato. Si riporterebbe – sottolinea la Cgil – la contrattazione e il contratto nazionale alla parità con la legislazione, come era prima della legge 30 e dello stesso pacchetto Treu. Gli ammortizzatori sociali vanno estesi a tutte le categorie: ma soprattutto come cassa integrazione e sostegno al lavoro, non tanto al reddito.

L’impostazione generale è insomma quella di tutelare il cittadino sul posto di lavoro e non solo nel mercato, a differenza di altri punti di vista (in particolare quelli dell’ala «riformista» dell’Unione) che preferiscono rafforzare il solo welfare, per sostenere la flessibilità e poter indebolire il lavoro. Lo stesso programma licenziato ieri dall’Unione, necessario compromesso tra queste due filosofie, deve aver lasciato la Cgil (o almeno la sua parte più avanzata) con la bocca amara.

Sul lavoro nero si propone il concetto di «indice di congruità», ovvero il ritorno alla responsabilità dell’impresa: sarà quest’ultima, quando gareggia per un appalto, chiede finanziamenti o un tot di apprendisti, a dover dimostrare che il numero di lavoratori impiegati è compatibile con la sua produzione e il fatturato. Si mette fine all’esperienza dei contratti di riallineamento, le imprese vanno incentivate con fondi nazionali ad hoc e accordi locali. Le risorse si troveranno con la lotta all’evasione, per recuperare parte dei 200 miliardi di euro che sfuggono ogni anno al fisco, e quei 16 miliardi di mancati versamenti all’Inps.

Sugli immigrati, la Cgil aveva già proposto a Bari, l’anno scorso, quel principio oggi accolto dal programma dell’Unione: concedere il permesso di soggiorno agli extracomunitari che denunciano le imprese che li occupano in nero.

«Le proposte parlano a 8 milioni di persone, un quarto dell’intera forza lavoro del paese – conclude il rappresentante della Cgil – Sono i quattro milioni e mezzo di precari e i quattro milioni di sommersi, spesso “interscambiabili” da un ruolo all’altro, tutti parte di quel “lavoro al margine” a cui le forze politiche italiane devono dare una risposta».