Direzione nazionale PRC 21/10/05 – Intervento di Gianluigi Pegolo

Il tono pacato della relazione del segretario mi consente di sviluppare con serenità alcune riflessioni sull’esito delle “primarie”. Vorrei preliminarmente soffermarmi sul nostro risultato perché ho sentito in questi giorni interpretazioni un po’ frettolose e, a mio parere, poco rigorose. Se, come mi pare tutti facciano, assumiamo come riferimento le elezioni europee del 2004, possiamo costatare come in quell’occasione il risultato di Rifondazione comunista sia stato pari al 13,2% di quello complessivo ottenuto dalle forze dell’Unione. Ciò significa che paragonandolo al 14, 7% ottenuto alle recenti “primarie”, ne risulta che dalle europee ad oggi vi sarebbe stato un incremento pari al 1,5%. Questo risultato, riportato sul piano del voto politico, ci assegnerebbe un 6,7 – 6,8 rispetto al 6,1% ottenuto alle europee, con un aumento effettivo quindi dello 0,6 – 0,7 %. Se, tuttavia, consideriamo come nelle “primarie” non sia stato presente alcun candidato del PDCI e come nel corso della campagna la competizione si sia tradotta in un confronto a due, Prodi e Bertinotti, e quindi emarginando gli altri candidati, si può concludere che in queste “primarie” Rifondazione Comunista registra sostanzialmente una tenuta.

E, tuttavia, il dato numerico in sé non esaurisce il campo dell’analisi, perché sappiamo benissimo l’importanza che il gruppo dirigente del partito ha attribuito a questa competizione e le risorse e le energie che vi ha profuso. Era del tutto evidente che le “primarie” – nell’ottica della maggioranza che governa il partito – avrebbero dovuto rappresentare l’occasione per sancire la crescita di una forza collocata nella sinistra dell’Unione, in grado di competere coi DS ed influenzare le scelte di un futuro governo retto dal centro sinistra. Da questo punto di vista, dobbiamo riconoscere tutti che l’obiettivo non è stato raggiunto, ed anzi si è rafforzato ulteriormente il peso politico delle componenti moderate dell’Unione e il potere del premier in pectore Romano Prodi.

Da queste constatazioni, che a me pare siano difficilmente contestabili, devono partire i nostri ragionamenti e, conseguentemente, deve essere precisata la linea da tenere da qui ai prossimi mesi. Preliminarmente, dobbiamo comprendere che la situazione determinatasi con le “primarie” è oggettivamente più favorevole alla sinistra moderata che a quella radicale, come peraltro commentano quasi tutti i giornali, anche quelli meno schierati. Gli effetti prevedibili sono, allo stato attuale, almeno due.

1) Il primo è che la definizione del programma sarà fortemente condizionata dal ruolo di Prodi e della sinistra moderata. Se pensavamo di poter esercitare un condizionamento sulla base del risultato ottenuto nelle “primarie” ci siamo sbagliati e vi è il rischio di subire ora un arretramento sul piano delle proposte programmatiche dell’Unione.
2) Il secondo è che con questo voto il sistema bipolare e maggioritario ottiene un riconoscimento di massa e quindi è destinato a consolidarsi ulteriormente, per esempio con la diffusione sistematica del ricorso alle “primarie” per la designazione del leader delle coalizioni nei governi locali.

Si tratta di previsioni credibili e preoccupanti. Ne sono segnali allarmanti una serie di dichiarazioni rese recentemente da alcuni esponenti del centro sinistra. Penso all’appoggio di Prodi alla direttiva Bolkestein, o alle precisazioni di Fassino sul ritiro dall’Iraq, subordinato ad un accordo con l’attuale governo iracheno, e cioè con gli Stati Uniti, o all’opposizione alla chiusura dei CPT. Peraltro, nella stessa affermazione di Prodi, a risultato acquisito – Non esiste più un Prodinotti, ma un Prodi-Prodi – è esplicita la volontà di determinare in toto (o quasi) l’orientamento del futuro governo del centro sinistra.

Né a tale riguardo è consolante richiamare il valore di una consultazione che ha visto la partecipazione di un numero di elettori superiore ad ogni previsione. Anche qui occorre essere precisi. Tale partecipazione è stata motivata dalla volontà di molti elettori del centro sinistra di schierarsi nella battaglia contro il governo Berlusconi. E’ stato tuttavia un errore pensare che le “primarie” potessero consentire un’affermazione della sinistra radicale. Questo pezzo del popolo di sinistra che si è recato alle urne, infatti, ha risposto all’interrogativo che gli veniva posto (e cioè l’individuazione del candidato che meglio avrebbe potuto consentire la vittoria del centro sinistra) e inevitabilmente si è espresso a favore di Prodi. Peraltro, è proprio questa la logica delle “primarie” (ispirata al principio del “voto utile”) e pensare di torcerla a proprio beneficio è del tutto irrealistico. Per questo ritengo sbagliato pensare ora di poter contrastare possibili derive ricorrendo ad altre primarie questa volta indette sul programma. Si rischia di ottenere lo stesso risultato o, addirittura, di peggiorarlo, giacchè dovendo a questo punto utilizzare lo strumento delle assemblee regionali, e cioè di ambiti ancora più ristretti e condizionabili dalle forze politiche maggiori, è assai probabile che ad esserne favorite saranno le componenti moderate. Inoltre, le decisioni emerse in tali assemblee comporterebbero, per le forze che vi hanno partecipato, sicuramente un vincolo di mandato.

Né mi pare, in aggiunta, che si possa assumere una posizione che in nome del valore della partecipazione sostenga la necessità di estendere il sistema delle “primarie” ad ogni livello istituzionale. Anche qui si torna a commettere l’errore inizialmente compiuto dopo il successo di Vendola in Puglia. Quel successo, infatti, è stato erroneamente interpretato come il risultato di un mutamento di fase in cui, l’accresciuta fluidità dell’elettorato democratico e di sinistra, in presenza di una domanda estesa di cambiamento, avrebbe potuto consentire l’affermazione di candidati della sinistra radicale. Quel risultato, invece aveva un significato diverso. Esso era il prodotto del combinarsi di almeno tre fattori: l’inconsistenza del candidato espresso dalle componenti moderate dell’Unione, l’oggettiva superiorità del nostro candidato ed, infine, la sottovalutazione delle dinamiche prodotte dalle “primarie” da parte delle forze moderate dell’Unione. L’impegno che ha caratterizzato, invece, nell’ultima consultazione partiti come i DS ci dimostra, non solo la loro presa di massa e la loro consistenza organizzativa, ma anche che nei gruppi dirigenti la lezione della Puglia è stata ben compresa e che da ora in poi non verranno più commessi gli errori a suo tempo fatti.

Resta valido, pertanto, l’orientamento che abbiamo cercato, inutilmente, di fare assumere al gruppo dirigente nei mesi scorsi. Il rapporto fra Rifondazione comunista e l’Unione dovrebbe garantire, pur nell’ambito di un’alleanza, l’autonomia dei soggetti contraenti il patto; questo patto dovrebbe essere il risultato di un confronto programmatico e non un esito predeterminato; la collocazione di Rifondazione – nell’abito di una futura possibile maggioranza – dovrebbe essere conseguente al livello di convergenza raggiunto sul piano del programma. Non si sfugge pertanto all’esigenza di costruire un asse privilegiato con le altre forze della sinistra critica, né è rimandabile il coinvolgimento dei movimenti per definire assieme le linee di un programma avanzato e le iniziative di lotta contro il governo e a tutela dei soggetti che intendiamo rappresentare. In un processo di recupero di autonomia, necessario al fine di impedire il nostro assorbimento definitivo in una logica bipolare, si colloca la questione posta nella relazione introduttiva del segretario e cioè il rapporto – all’interno del partito – fra maggioranza e minoranza.

Io concordo sulla necessità della ricerca dell’unità a partire dal rilancio della sinistra di alternativa e della definizione di un programma di iniziativa politica e sociale. E, tuttavia, mi pare che questo percorso, auspicabile, implichi alcune condizioni. La prima è di rimuovere dal dibattito interpretazioni sui risultati delle “primarie” che mi paiono non solo ingenerose ma foriere di nuove divisioni. Mi riferisco al tentativo di leggere il risultato come l’effetto di una mobilitazione unitaria della base, cui si sarebbero contrapposti i gruppi dirigenti delle minoranze, assumendo una posizione di non collaborazione o addirittura di boicottaggio. Basta analizzare i risultati ottenuti nelle varie federazioni, comprese quelle dirette da compagni che fanno riferimento alle minoranze, per vedere che spesso sono state queste ultime ad ottenere i risultati migliori. E’ impensabile sostenere che in questi casi ciò sarebbe stato possibile senza il sostegno o, addirittura, nonostante l’avversità dei gruppi dirigenti locali. La seconda condizione che mi pare essenziale è rappresentata dal riconoscimento del carattere pluralistico del partito e della necessaria attribuzione di una pari dignità alle diverse sensibilità in esso presenti. Dal congresso ad oggi questo è mancato. E’ tempo di porvi rimedio.

Un’ultima considerazione sulla pericolosità di una manovra neo centrista. Che tale manovra sia in atto è fuori di dubbio, ma ritenere che in ragione di ciò non avrebbe dovuta essere modificata la legge maggioritaria uninominale costituirebbe un grave errore. L’emarginazione delle ali estreme, e nella fattispecie di Rifondazione Comunista, non si produce, infatti, solo nel caso in cui un centro, liberato dai vincoli di un sistema rigidamente bipolare, assume una più forte soggettività, ma anche nella misura in cui un assetto ipermaggioritario può consentire alla coalizione vincente di ottenere un vantaggio spropositato sulla coalizione perdente, consentendo così alla prima di poter fare a meno di alcune delle sue componenti originarie. A tale proposito il pericolo più grande che grava sul nostro partito, in questa fase, non mi sembra che derivi dagli effetti prodotti dall’introduzione della nuova legge elettorale voluta dalla Casa delle libertà, quanto da una sua revisione in chiave maggioritaria, come qualcuno, nell’Unione, ha già dichiarato di voler fare una volta ottenuta la vittoria alle elezioni politiche. Su questo rischio il nostro partito deve essere adeguatamente consapevole.