Direzione nazionale PRC 21/10/05 – intervento di Alberto Burgio

Care compagne e cari compagni,

a me pare che non sia, questo, il tempo delle polemiche tra noi. Anche se i risultati delle primarie sono all’ordine del giorno di questa nostra riunione, non è di essi che voglio parlare in apertura. Mi preme invece richiamare la vostra attenzione sul difficile momento che attraversa la storia del nostro Paese.
All’indomani delle Regionali abbiamo insistito affinché si facesse tutto il possibile per determinare la caduta del governo Berlusconi. Ritenevamo sbagliato darlo già per finito e guardavamo con grande preoccupazione ciò che avrebbe potuto fare pur di risalire la china e di riaprire la partita con le opposizioni in vista delle Politiche. I mesi che stanno alle nostre spalle e ancora le vicende parlamentari di questi ultimi giorni forniscono purtroppo la più plateale conferma della fondatezza dei nostri timori. La vicenda del Tfr, il colpo di mano del ministro Moratti sull’Università, le manovre finanziarie di massacro sociale, la legge elettorale “ad coalitionem”, la devolution e la controriforma costituzionale, la ex-Cirielli, l’attacco alla par condicio: è un catalogo eloquente, benché del tutto lacunoso. Che ci raccomanda di non ripetere l’errore di sottovalutare il rischio che la destra possa recuperare il tempo perduto, utilizzando senza limiti di sorta le leve del potere. Proprio la fine della par condicio sarebbe una minaccia gravissima, considerato lo strapotere mediatico della Casa delle Libertà e del suo capo e il fatto che una gran parte di questo Paese è ancora esposta (anzi sovraesposta) all’egemonia della destra.
Questo è lo scenario. Che porta con sé una evidente tendenza alla militarizzazione della maggioranza, la quale può liberare altre tossine nel sistema politico, e contagiare anche il campo delle opposizioni. Leggo in questo contesto i toni ossessivi, persino totalizzanti, spesso assunti dalla domanda di unità delle opposizioni. Tanto più necessario è, in questo scenario, il contributo di analisi e di intervento del nostro Partito. A questo fine, si tratta di mettere a valore al meglio la nostra riflessione collettiva, concentrandoci sulle cose, sull’oggettività delle sfide e degli obiettivi da perseguire.
Vengo dunque alle primarie. Sul passaggio che ci sta alle spalle il nostro giudizio è noto. Lo abbiamo ripetutamente espresso, senza alcuna reticenza, anche quando manifestare le nostre critiche non è stato agevole. Per questo mi limiterò a una sola considerazione su ciò che è avvenuto. Nella sua introduzione, stamani, il Segretario ha parlato di «distacco» e addirittura di «sottrazione all’impegno» da parte dei gruppi dirigenti delle minoranze del Partito. Voglio dire con molta pacatezza ma con altrettanta fermezza che – per quanto concerne le compagne e i compagni della seconda mozione – queste accuse sono a mio giudizio destituite di qualsiasi fondamento. Come dicevo, abbiamo criticato il ricorso allo strumento delle primarie (che – vorrei non lo perdessimo di vista in questa nostra discussione – non ci è stato imposto da nessuno, e che la maggioranza che guida il Partito ha invece fermamente voluto). Ma sappiamo distinguere tra la critica politica e gli obblighi che ci vengono posti dalla lealtà nei confronti delle scelte assunte dal Partito. Anche in questa occasione abbiamo lavorato con costanza e impegno, affinché il Partito ottenesse il miglior risultato possibile. Stamattina, riconoscendo che egli ha ottenuto risultati molto buoni in molte località in cui a dirigere il Partito sono compagni della mozione Essere comunisti, il Segretario ha sostenuto che questo testimonia dell’impegno delle compagne e dei compagni della base, ma non dice nulla del comportamento dei gruppi dirigenti. Trovo questa affermazione non convincente. Perché mai dovrei ritenere che tra base e dirigenti vi sia una divaricazione? Perché non dovrei invece pensare che se il Partito si impegna, in blocco, per raggiungere un determinato risultato, ciò si deve anche (se non in primo luogo) al fatto che i gruppi dirigenti hanno saputo motivare quell’impegno, presentare come importante quel risultato? Mi sembra che se non ragionassimo così, dovremmo assumere l’ipotesi di una separatezza tra gruppi dirigenti e corpo del Partito che getterebbe sulla nostra stessa discussione l’ombra dell’autoreferenzialità e della sterilità.
Ma, come dicevo, non vorrei riaprire inutili polemiche. Mi sembra più importante mettere un punto fermo a quanto è accaduto sino al 16 ottobre e ripartire dalla situazione che si è determinata dopo le primarie. Come ci si presenta questa situazione? Quale scenario ci consegna l’esperimento delle primarie e il trionfo di Romano Prodi?
Io sono tra quelli che ritengono che le primarie e la schiacciante affermazione di Prodi contribuiscono ad accentuare la tendenza al leaderismo che connota l’intera scena politica italiana. Tutto il sistema politico del nostro Paese è preda di un processo di radicalizzazione del personalismo che esibisce marcati tratti autoritari. Il presidenzialismo ha seminato germi pericolosi. La politica tende ad essere ricondotta a plenipotenziari, a figure monocratiche. È una tendenza sistemica, che sarebbe proprio per questo urgente ostacolare con ogni forza.
Nel campo delle opposizioni questo elemento si collega ad altri aspetti, anch’essi divenuti più marcati in conseguenza delle primarie. Sul terreno delle opzioni politiche, nell’Unione appaiono rafforzarsi posizioni moderate. Pensiamo alla difesa ad oltranza della Bolkestein da parte di Prodi, alle valutazioni benevole della legge 30 da parte del senatore Treu, ai ripensamenti di Fassino a proposito del ritiro delle nostre truppe dall’Iraq. Mi sembra chiaro che questa vera e propria corsa al centro abbia molto a che fare con il riassestarsi dell’intero campo delle opposizioni su equilibri di forza che hanno decisamente premiato le forze più moderate.
Lo stesso vale per quanto concerne la struttura del sistema politico. Le primarie hanno, per così dire, resuscitato quell’Ulivo che molti tra noi avevano definito una «gabbia» e dato per definitivamente morto. Non basta. Parrebbe ritornare in auge anche il clintonismo, il mito veltroniano dell’Ulivo mondiale sotto l’egida del Partito democratico americano, e, appunto, l’ipotesi di un Partito democratico che – oltre a decretare il trionfo del bipolarismo e nella sua versione estrema, appunto bipartitica – si sgancerebbe definitivamente dalla pur moderata tradizione del socialismo europeo.
Proprio stamattina sul Corriere della Sera Michele Salvati osserva che «le primarie … hanno ridato fiato al progetto politico per il quale Prodi si batte da dieci anni: l’Ulivo e, al di là di quello, un unico partito – il Partito democratico – che raccolga tutte le tradizioni riformistiche del nostro Paese». Naturalmente non penso che si debba prendere per oro colato quanto sostiene un osservatore per nulla neutrale come Salvati. Ma dovremmo evitare anche il rischio opposto, quello di confondere i nostri giudizi di valore con un esame obiettivo della situazione, ai fini del quale le considerazioni di Salvati possono essere, mi pare, di qualche utilità.
Per quanto concerne poi il rafforzamento della deriva leaderistica conseguente alle primarie (un fenomeno che secondo me si intreccia con il riprendere quota di ipotesi bipartitiche), vorrei osservare che tra quanti rimarcano questo aspetto vi è anche Rossana Rossanda, di cui ho sentito ripetutamente citare il recente articolo nel quale si fa ammenda per un errore di sottovalutazione della portata del test del 16 ottobre. Rossanda ha certamente ammesso un errore di previsione, che concerneva tuttavia solo le dimensioni della partecipazione. Non ha invece cambiato idea – mi pare – sul significato politico delle primarie e sulle loro conseguenze. Per questo proprio in quell’articolo ha voluto ribadire che dalle primarie «viene il sostegno a un premierato forte, che può essere incompatibile con la divisione dei poteri» (nientemeno!). «Sono gli eletti che decidono e non sono eletti sulla base degli impegni che prendono». Mi sembrano critiche serissime e durissime, che non saprei mettere tra parentesi. Critiche rese ancor più gravi proprio dall’ammissione di un parziale errore di previsione. Critiche a mio parere del tutto condivisibili, anche per l’accenno alla centralità della questione programmatica (su cui tornerò), che resta la grande assente in tutta questa discussione.
In questo quadro di spostamento generale verso posizioni più moderate si colloca il rischio della generalizzazione del modello primarie. Molti ormai le reclamano per ogni sorta di consultazione elettorale. In questo senso si è espresso anche il Segretario nella sua relazione introduttiva, nella convinzione che ogni occasione di «partecipazione» sia come tale da sfruttare. Ci sarebbe molto da discutere sulla natura della «partecipazione» messa in moto dalle primarie. Qui mi limito ad osservare un solo dato di fatto. Le primarie sono un meccanismo che allude ad un unico contesto organizzativo. Servono a scegliere un candidato nel quadro di un Partito, di un’unica struttura organizzata. Questo è un elemento oggettivo che ha il sopravvento su qualsiasi velleità di «innovazione». Anche per questo considero le primarie come una minaccia mortale per l’autonomia del nostro Partito, e credo che questa minaccia diventerebbe davvero letale ove prendesse corpo l’ipotesi delle «primarie di programma». Che cosa succederebbe, infatti, in tale eventualità? Che rischieremmo di avere un programma – quello del candidato premier, già santificato dal plebiscito del 16 ottobre – blindato da un’analoga legittimazione popolare. Mi domando che ne sarebbe, a quel punto, delle nostre istanze programmatiche, dei nostri obiettivi di lotta, dei nostri sforzi di far valere la nostra forza per inserire nel programma del futuro governo almeno alcune nostre priorità.
Faccio un solo esempio, per spiegarmi. Nelle eventuali «primarie di programma» si tratterebbe ovviamente anche delle politiche relative al fenomeno migratorio. Che fare della Bossi-Fini? Che fare dell’impianto della Turco-Napolitano? In definitiva: che fare dei Cpt, che né Prodi né Fassino pensano di abolire? Io temo molto che – bombardata da un’informazione venata di razzismo e orientata da forze politiche contrarie alla chiusura dei Cpt – la base dell’Unione boccerebbe la nostra richiesta di porre finalmente un termine allo scandalo di questi campi nei quali si fa quotidianamente strame dei diritti e della dignità di donne e uomini già gravati da terribili esperienze di povertà e di violenza. Temo che si perderebbe, perché non è vero che il corpo della società (il cosiddetto «Paese reale») sia sempre, per definizione, più avanti della politica (del «Paese legale»). Pensarlo è un retaggio di un certo anarchismo, di cui è traccia anche nel pensiero libertario dei radicali italiani. Potremmo facilmente perdere e a qual punto che cosa potremmo fare? Quale spazio di manovra ci resterebbe nel confronto con il centrosinistra, che ci direbbe: «Ma che volete ancora? Sono gli italiani, è anche il “popolo della sinistra” che ha detto no alla chiusura dei Cpt»?
Detto questo, vorrei soffermarmi in chiusura su una breve considerazione relativa al che fare. Penso che, dopo le primarie, il nostro compito non sia affatto più agevole. Anzi, è più difficile. La partita che dobbiamo giocare per liberare il Paese non solo da questo governo ma anche dalle politiche di destra appare più complessa di quanto già non fosse. Se questo è vero, dobbiamo riconoscere che oggi è più che mai necessario definire alcune priorità programmatiche su cui concentrare tutta la nostra capacità di iniziativa e di elaborazione. Intorno ad alcuni obiettivi qualificanti dobbiamo costruire il più ampio concorso delle forze sociali e politiche della sinistra di alternativa. Dobbiamo individuare alcuni punti chiave in grado di giustificare l’alleanza con il centrosinistra e il nostro eventuale ingresso nel governo. E questi punti, porli al centro del dialogo, del confronto e anche del conflitto con la componente moderata dell’Unione, facendo valere sin d’ora tutta la forza politica – il peso specifico – del Partito della Rifondazione comunista.