Direzione nazionale del 29 gennaio 2007 – Intervento di Claudio Grassi

In questi giorni è stato spesso utilizzato il termine “lenzuolata” a proposito delle liberalizzazioni del ministro Bersani, per indicare la necessità di effettuarne una grande quantità. Anch’io dovrei ricorrere al termine “lenzuolata”, per elencare la quantità di problemi che vengono posti – nelle molte assemblee a cui ho partecipato in questi ultimi giorni – anche con una certa rabbia, dai nostri compagni e dai nostri elettori, in conseguenza delle ultime scelte effettuate dal Governo.

Certo, come ha ricordato anche Giordano nella relazione, il Partito ha cercato di contrastarle. Positivo è stato il convegno sulle pensioni. La decisione di non votare nel consiglio dei ministri il decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan e di contestare duramente la scelta dell’ampliamento della base di Vicenza vanno nella giusta direzione.
Ed è anche vero che nel convegno di Caserta siamo riusciti a respingere la tanto invocata fase 2 che piace tanto a Rutelli, Corriere della Sera e Confindustria. Ma la nostra resistenza, per il momento, non è riuscita a contenere una serie di scelte negative che ci stanno mettendo in grave difficoltà. Lo dobbiamo riconoscere apertamente.

La stessa legge finanziaria che il nostro partito, all’inizio, ha valutato — sbagliando – in modo positivo, con un infelice manifesto (anche i ricchi piangano), è ampiamente criticata. L’introduzione dei tickets, l’aumento delle spese militari, i tagli agli enti locali — che riducono fortemente i già modesti benefici derivati dalle rimodulazioni delle aliquote Irpef – la destinazione di larga parte della riduzione del cuneo fiscale a favore della imprese, la truffa -inserita all’ultimo minuto — dei Cip 6, sono i provvedimenti più contestati. Per quanto riguarda le questioni della pace, che a noi stanno molto a cuore, la situazione è ancora peggiore: aumento delle spese militari in finanziaria, conferma delle truppe in Afghanistan, ampliamento della base di Sigonella e raddoppio della base di Vicenza.

Ciò sta determinando qualcosa di più di un “appannamento” – come ha detto Giordano – del Governo rispetto ad una sua propensione pacifista. L’appannamento si era già verificato a luglio con il via libera al primo finanziamento per l’Afghanistan, oggi siamo vicini ad una vera e propria divaricazione che potrebbe avere delle conseguenze molto gravi. Non dimentichiamoci che nel nostro paese su questi temi sono scesi nelle piazze milioni di persone e per tanto tempo dalle finestre e dai balconi di tantissime case sono state esposte le bandiere della pace.

In merito alla questione dell’Afghanistan vorrei dire che la nostra iniziativa di luglio non era poi così sbagliata se oggi, sullo stesso decreto, il ministro Ferrero ha deciso di non partecipare al voto e la stessa cosa hanno fatto, in rappresentanza di Verdi e Pdci, i ministri Pecoraro Scanio e Bianchi.

A mio parere il problema va posto in questi termini: è evidente che sull’Afghanistan nell’Unione ci sono due posizioni opposte. C’è chi vuole restare e chi, come noi, vorrebbe il ritiro immediato. Ma se è così non può essere che la soluzione del problema passi per una decisione maggioritaria. La soluzione è quella che noi avanzammo già in luglio e cioè una exit strategy. Se è vero, come ha riconosciuto lo stesso D’Alema, che la azione militare non ha funzionato e che in Afghanistan la situzione è peggiorata sotto tutti i punti di vista, occorre predisporre un calendario per il ritiro.

Per questo motivo credo che sia un errore il fatto che la maggioranza del nostro Partito abbia già, di fatto, rinunciato a chiedere una exit strategy. Attestarsi su una conferenza internazionale rischia di produrre la stessa situazione di luglio. Allora ci si accontentò di un comitato di monitoraggio che non venne mai realizzato. Al contrario io ritengo che in questo mese noi dobbiamo insistere sulla exit strategy e lavorare per costruire una mobilitazione del movimento contro il rifinanziamento.

Inoltre abbiamo di fronte altre due scadenze importanti sulle quali dobbiamo conseguire risultati positivi. Mi riferisco alla partita delle pensioni sulle quali l’abolizione dello scalone e l’aumento delle pensioni minime devono essere ottenuti in modo pulito. L’altra partita è quella dei servizi pubblici locali (ddl Lanzillotta) rispetto alla quale deve essere mantenuto l’affidamento in house e l’acqua deve rimanere integralmente pubblica.

Come è noto l’area Essere Comunisti criticò fortemente sia durante il Congresso, sia durante l’elaborazione del programma dell’Unione, il modo con cui la maggioranza del partito propose l’ingresso nel Governo. Ci veniva detto che non era necessario porre condizioni precise, soprattutto in politica estera e in politica economica, (i famosi “paletti”), poiché il centro sinistra era cambiato, essendo stato permeato anch’esso dai movimenti, e che la forza dei movimenti ci avrebbe sorretto nei passaggi difficili. Purtroppo quella analisi si è rivelata totalmente sbagliata: la componente moderata del centrosinistra si propone addirittura di completare la sua deriva moderata con la costituzione del partito democratico e i movimenti, ormai da tempo, vivono una situazione di estrema debolezza. Da qui nascono le nostre difficoltà di oggi. Negarlo non serve a nulla, se non a rimandare il problema e quindi a renderne più difficile la soluzione.
Che fare, in questo contesto così difficile? La soluzione non credo che sia, come qualche compagno ha proposto, l’uscita di Rifondazione Comunista dal Governo. Se noi facessimo oggi questa scelta, a meno di un anno dalla sconfitta di Berlusconi, e ciò determinasse, come è probabile, un ricorso a nuove elezioni, il rischio di un risultato elettorale drammatico per il nostro Partito e per l’intero schieramento democratico sarebbe sicuro. D’altro canto non si può nemmeno pensare di proseguire per 5 anni questa esperienza accumulando una serie di sconfitte su aspetti per noi decisivi, poiché anche questo ci porterebbe ad una sconfitta sicura e, come abbiamo già visto in passato, si spianerebbe la strada alle destre.
Per cercare di uscire da questa tenaglia – subalternità o rottura – dobbiamo muoverci in due direzioni. In primo luogo lavorare affinché ripartano i movimenti e le lotte nel paese. Da questo punto di vista la vicenda di Vicenza, su cui dobbiamo investire fortemente puntando a impedire l’ampliamento della base, potrebbe essere il punto di ripartenza. In secondo luogo, siccome lo stesso disagio che viviamo noi lo vivono anche le altre forze della sinistra dell’Unione, occorre costruire con tutte loro una unità di azione. Va archiviato questo metodo di andare in ordine sparso. Questi primi mesi di governo Prodi dimostrano che così non si va da nessuna parte. Bisogna superare resistenze, personalismi, ripicche e costruire assieme – Prc, Pdci, Verdi, Sinistra Ds – una iniziativa comune, nel paese e nel Parlamento, per cercare di spostare a sinistra l’asse politico di questo Governo.