Direzione nazionale 21 ottobre 2005: documento di “Essere comunisti”

Gli avvenimenti che in questi giorni hanno animato la scena politica nazionale confermano, per un verso, la pervicacia con cui il governo delle destre continua a perseguire il disegno di sistematica destrutturazione degli assetti politico-istituzionali del nostro Paese e, per altro verso, la persistente e forte volontà di una larga, maggioritaria fetta di cittadini italiani di voltare pagina e mandare a casa Berlusconi e i suoi ministri.

Con il passaggio alla Camera della controriforma che sancisce tra l’altro lo smembramento dell’offerta formativa pubblica e la frammentazione territoriale del sistema sanitario nazionale, le destre muovono un ulteriore passo in direzione del “federalismo competitivo” di ispirazione leghista, assecondando le peggiori pulsioni reazionarie e alimentando la spinta a spezzare i vincoli di solidarietà sociale ed ogni istanza di comune impegno partecipativo. Il centro-destra salda così il suo debito nei confronti della Lega e in tal modo, a scapito della tenuta democratica e sociale del Paese, tiene insieme una coalizione di governo attraversata da crescenti contraddizioni e sfiduciata da una parte non secondaria dei suoi stessi referenti sociali.

Come per la legge 30, erede del cosiddetto “pacchetto Treu” (che aprì la strada alla precarizzazione e alla deregolazione del mercato del lavoro); come per la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, varata nel solco della Turco-Napolitano; o ancora come per l’offensiva contro la previdenza pubblica, preparata dalle riforme peggiorative di Dini e Amato – anche nel caso della controriforma federalista le responsabilità dei precedenti governi di centro-sinistra non sono lievi, essendo ad essi da addebitare la revisione del Titolo V° della Costituzione con cui a suo tempo sono state gettate le basi ideali e normative della “devolution”. La storia recente dimostra che, ponendosi sullo stesso terreno culturale e politico delle destre – seppure secondo una modulazione più o meno “temperata” – lungi dal frenare l’involuzione reazionaria, si finisce per costituirne le premesse. Anche per questo la stessa sinistra moderata dovrebbe adottare comportamenti che la rendano almeno riconoscibile in quanto sinistra. In ogni caso, ora occorre che ci si prepari ad un duro confronto referendario per contrastare la controriforma costituzionale della destra, nel caso che venga definitivamente approvata dal Parlamento.

D’altra parte, resta – come detto – il grande desiderio di partecipazione e visibilità del “popolo della sinistra”. L’afflusso di votanti alle primarie è andato in effetti al di là di ogni previsione: non pensavamo – e come noi, così gli altri – che una tale consultazione potesse costituire l’occasione per una così consistente mobilitazione di elettori. In un contesto di apparente difficoltà del centro-sinistra e, in particolare, del suo candidato premier, visibilmente spiazzato dall’iniziativa di cambiamento della legge elettorale lanciata dalle destre, l’opinione democratica di questo Paese ha voluto trasmettere un ulteriore messaggio di rassicurazione e – come già accaduto con la riuscita manifestazione del 9 ottobre a Roma – ribadire ancora una volta l’urgenza di battere le destre. Non a caso, una larga (“plebiscitaria”) quota di consensi è andata a colui il quale è ritenuto in grado di portare a casa la vittoria: Romano Prodi. Se Prodi fosse uscito indebolito dall’esito di questa votazione, Berlusconi avrebbe ripreso pericolosamente fiato: questa è stata, a nostro parere, la motivazione di voto nettamente prevalente. Mai come in questo frangente ha dunque funzionato il meccanismo del “voto utile” (assegnato alla persona del candidato, leader della coalizione), a conferma di quanto illusorio fosse pensare che una tale modalità di contesa potesse in qualche modo favorire l’azione del Prc.

Beninteso, non è in questione il valore in cifra assoluta dei voti ottenuti che, seppur di poco, supera la consistenza del voto conseguito dal Prc alle ultime elezioni regionali: un importante risultato, conseguito grazie all’apporto di tutto il partito, anche (e, in certi casi, perfino soprattutto) di quanti erano critici circa la bontà dello strumento adottato. Ma il punto è che quelle critiche alla natura del meccanismo delle primarie hanno ricevuto nei fatti un’evidente conferma. Come asseriscono tutti gli osservatori politici, oggi Prodi (con il suo 74,1% di consensi) e la parte moderata della coalizione sono più forti di prima; e più duro sarà il compito di spostare a sinistra l’asse politico e programmatico della coalizione stessa.

Non a caso, all’indomani delle primarie si moltiplicano gli esempi di un nuovo fervore “centrista”. Dopo che Prodi aveva già escluso il ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan, Piero Fassino non perde l’occasione per precisare che non si deve parlare di ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq: il ritiro ci dovrà essere, ma va programmato e concordato con il governo iracheno (cioè: con gli Usa) e con l’Onu. Tiziano Treu si incarica di puntualizzare che la famigerata legge 30 non va abrogata ma corretta. Lo stesso Prodi non trova di meglio che salutare la manifestazione del 15 ottobre scorso contro la direttiva Bolkestein, concernente la liberalizzazione su scala europea nel settore dei servizi, affermando la totale condivisione della direttiva medesima. Si potrebbe purtroppo continuare. Di fatto torna ad essere messa in cantiere la ricostruzione dell’Ulivo, cioè di quel soggetto politico che abbiamo definito una “gabbia” e che avevamo dato per morto e sepolto.

E, per questa via, viene tra l’altro a profilarsi per un futuro non troppo lontano il progetto di costituzione di un partito democratico, un esito che – come ben si comprende – andrebbe a consolidare un’organizzazione compiutamente bipartitica (“americana”) dell’assetto politico italiano.

Nel contempo, il complesso delle forze di alternativa escono dalla competizione indebolite e frammentate: anziché unire per pesare di più, di fatto si è proceduto in ordine sparso per pesare di meno. Sul piano dei rapporti di forza, l’obiettivo di guadagnare posizioni per meglio condizionare da sinistra il confronto programmatico è stato evidentemente mancato: l’82% dei votanti ha scelto i candidati moderati dell’Unione.

Si dirà: cos’altro potevamo fare? Non potevamo non essere parte di una partita voluta da altri. Giustificazione del tutto impropria: in realtà, il Prc ha voluto e caldeggiato il ricorso a tale strumento di consultazione popolare, presentandolo come la quintessenza della partecipazione democratica. Così non è, per le considerazioni di principio che abbiamo a più riprese illustrato (per quanto partecipate, le primarie per loro natura si collocano entro l’orizzonte del sistema maggioritario, sulla base del nesso forte primarie/personalizzazione/leaderismo). Ed errato si è rivelato anche il calcolo tattico: esattamente come avevano legittimamente argomentato le minoranze del nostro partito.

Ma ora è più urgente che mai riprendere con forza a percorrere la strada dei contenuti e delle lotte. In relazione agli assetti politico-istituzionali, occorre rafforzare l’azione di contrasto nei confronti del sistema elettorale maggioritario e dei suoi dispositivi, in parte riconfermati dalla nuova normativa proposta dalle destre, e riproporre contestualmente all’ordine del giorno il sistema proporzionale. Occorre farlo senza timidezze e ambiguità. Siamo consapevoli che anche su tale materia si tratta di aprire un aspro confronto all’interno stesso del centro-sinistra. Ma sappiamo anche che attorno a tale questione (la quale si inquadra nella più generale contesa istituzionale in difesa del dettato costituzionale e contro le spinte al presidenzialismo e al premierato forte) è possibile adunare una vasta adesione di massa, facendo appello alla sensibilità democratica e antifascista di tanta parte della popolazione del nostro Paese.

Dobbiamo continuare a cercare dentro la società e i suoi conflitti la forza per imprimere al confronto programmatico uno slancio verso sinistra, in direzione degli interessi delle classi cui intendiamo rivolgerci. La nostra internità alle lotte sociali, alle vertenze di lavoratori, occupati e semioccupati, nonché di disoccupati deve continuare ad avvalersi della consapevolezza che, nella prospettiva del confronto programmatico, non deflettiamo dai principali obiettivi di fondo, dall’abrogazione della legge 30 alla proposizione di una legge per la democrazia nei luoghi di lavoro.

Va recuperato il tempo perduto. Dobbiamo tornare a lavorare d’intesa con le altre forze della sinistra di alternativa e di movimento, sviluppare da subito una forte iniziativa per coinvolgere tutte le forze sociali, sindacali, politiche che a tale versante politico si riferiscono, per ricomporre quella capacità di mobilitazione e di elaborazione unitaria che in questi ultimi tempi abbiamo lasciato disperdere. Occorre cercare intese, convergenze programmatiche, accordi su priorità e obiettivi, cercando – nel vivo della società – di dare corpo a una massa critica che influenzi in modo determinante il lavoro politico delle opposizioni in vista della campagna elettorale ormai incombente.

Autonomia, dunque coerenza con i presupposti della propria iniziativa politica, e spirito unitario: queste istanze hanno costituito l’alfa e l’omega della nostra proposta. Siamo stati riconosciuti in questi anni non solo come interlocutori, ma come componenti essenziali dei movimenti di massa, dei loro ineludibili obiettivi: a cominciare dall’opposizione “senza se e senza ma” alla guerra, sotto qualsiasi egida essa sia portata. Con la medesima convinzione dobbiamo ora accelerare il confronto politico e programmatico, assicurando la nostra disponibilità unitaria a battere Berlusconi; ma, nello stesso tempo, riversando nella dialettica politica tutto il peso dell’alternativa. Che certo è limitato; ma che può risultare anche determinante.

Claudio Grassi

Bianca Bracci Torsi

Alberto Burgio

Bruno Casati

Beatrice Giavazzi

Damiano Guagliardi

Gianluigi Pegolo

Fausto Sorini