Dimenticare Ustica

Caratteristica comune a tutti i misteri d’Italia è la longevità. Passano i decenni eppure, di tanto in tanto, salta fuori qualcosa – una dichiarazione inedita di qualche protagonista pentito o di testimoni seminascosti, un guizzo procedurale dalle nostre polverose aule giudiziarie, un libro, una commissione d’inchiesta parlamentare – qualcosa, appunto, che ce li ricorda. E ci ricorda che che non forse non c’è niente da fare, quel mistero rimarrà appunto un mistero.

E’ successo qualche settimana fa, l’ex brigatista Barbara Balzerani ottenne i domiciliari ed ecco il caso Moro davanti a noi in tutta la sua indecifrabile evidenza. Successe con l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Pino Pelosi che disse di non essere stato solo al momento dell’assassinio dello scrittore. L’annuncio della presenza a un convegno (con l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi) di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti fece scattare d’indignazione i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna. Ora ecco Ustica.

Stavolta è stata la Cassazione. Il procuratore generale Luigi Ciampoli aveva chiesto di sostituire la formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” pronunciata in appello, nel dicembre 2005, nei confronti degli ex ufficiali dell’Aeronautica militare Lamberto Bartolucci e Franco Ferri con quella che recita “perché il fatto contestato non è più previsto dalla legge come reato”. La richiesta è stata rivolta ai giudici della prima sezione penale di fronte ai quali si stava svolgendo il terzo grado di giudizio sul disastro aereo di Ustica. La prima sezione presieduta dal giudice Torquato Gemelli ha risposto picche, la formula rimane di assoluzione piena. Ustica non ha colpevoli, nemmeno morali.

Quello del dottor Ciampoli non era un capriccio. Se è vero, infatti, che cambiare la formula assolutoria non avrebbe avuto conseguenze sulla sorte di Ferri e Bartolucci – assolti erano e assolti sarebbero rimasti – è altrettanto vero che avrebbe permesso ai familiari delle vittime di iniziare un’azione civile per i risarcimenti. Ai due generali venne contestato il reato di “Attentato contro organi costituzionali” per il presunto depistaggio delle indagini sull’inabissamento del Dc9 della compagnia aerea Itavia al largo, appunto, dell’isola di Ustica. Morirono 81 persone. Ma nel 2006, con la legge 85 (entrata puntualmente in vigore nel periodo tra la lettura della sentenza e la pubblicazione delle motivazioni, nello scorso aprile), quell’articolo 289 del codice penale è stato annacquato. L’attentato agli organi costituzionali, da pochi mesi a questa parte, si verifica solo quando siano stati commessi “atti violenti” diretti a impedire agli organi costituzionali l’esercizio delle loro funzioni. Ostacolare un indagine, a parte la difficoltà di andare a spiegarlo ai familiari delle vittime, non è un atto violento. Ergo: il fatto non sussiste. Ciampoli aveva provato a rendere quella formula più complessa, fare in modo che rendesse conto del cambiamento legislativo. Per aprire, almeno, la strada ai risarcimenti.

Ai familiari delle vittime, quindi, neanche la magra consolazione dei risarcimenti, anche se quello che più importa ai cari di quegli 81 uccisi è la verità. Bastava sentire Daria Bonfietti, la presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica: “Non ci importa del risarcimento, questo ultimo atto della lunga fase processuale ci coinvolge fino a un certo punto: chiediamo piuttosto che adesso intervenga la politica, che deve difendere la dignità nazionale: in tempo di pace è stato abbattuto un aereo civile da aerei militari stranieri, questo dovrebbe bastare affinché il governo, il ministro degli Esteri D’Alema, chiedano conto a questi Paesi di quel che è successo. Paesi che sin d’ora sono stati reticenti”. Parole pronunciate prima della sentenza. Il presidente libico Gheddafi ha detto, quattro anni fa, che quell’aereo venne abbattuto dagli americani che, convinti che fosse a bordo, volevano eliminarlo.

La sera del 27 giugno 1980 l’aereo dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo cadde nel mar Tirreno, a metà tra le isole di Ponza e Ustica. I soccorsi arrivarono solo la mattina dopo, e non si capirono mai i motivi dell’incidente. Cedimento strutturale, si disse alla fine, e la compagnia Itavia finì per sciogliersi. Ma dovuto a che? Negli ambienti giornalistici si fece strada lo scetticismo e il magistrato titolare delle indagini, il pubblico ministero Santacroce, dovette aspettare 26 giorni per ottenere dall’aeronautica militare i nastri di Roma – Ciampino, sui quali era registrata la sequenza del volo Dc9. Novantanove per avere i nastri di Marsala, e altro materiale gli venne nascosto.