Diliberto si fa da parte. Il suo posto ad un operaio

HA CEDUTO IL POSTO di capolista in Piemonte all’operaio della Thyssen Ciro Argentino, perché «i comunisti sono diversi» e perché «la politica si può fare bene anche fuori dalle istituzioni». Oliviero Diliberto spiazza tutti e a metà di una giornata che si apre all’insegna della polemica tra il Partito democratico e la Sinistra arcobaleno, annuncia che non correrà per un seggio in Parlamento. Decisione presa senza consultarsi né con il candidato premier Fausto Bertinotti, che infatti a chi lo interpella sull’argomento risponde con un tranchant «nessun commento», né con gli altri leader della forza rosso-verde. Una decisione, inoltre, che se fa cambiare di segno a una vicenda che iniziava a creare qualche imbarazzo a sinistra, fa anche nascere il sospetto dentro il Prc che Diliberto voglia tenersi le mani libere per lavorare a una strada alternativa alla Sinistra arcobaleno come forza unitaria, cercando convergenze con le minoranze legate al simbolo della falce e martello e con il ministro Paolo Ferrero, pronto a impegnarsi, quando sarà, in una battaglia congressuale per sostenere la federazione arcobaleno ma non il partito unico. Non a caso, se il segretario del Pdci ribadisce in ogni occasione che il suo partito non si scioglie, Franco Giordano come può precisa che la Sinistra arcobaleno «non è soltanto un cartello elettorale».
Il “caso Argentino” nasce dal modo in cui era stato completato il puzzle delle candidature rosso-verdi, con Diliberto che inizialmente doveva correre come capolista in Campania (puntando anche sul fatto che il Pdci non è mai entrato in una giunta Bassolino) e poi nel complicato gioco di incastri viene dirottato nella circoscrizione Piemonte 1, davanti alla verde Grazia Francescato e a Daniela Alfonzi, del Prc. Fine dei posti “eleggibili” e fine delle speranze di portare in Parlamento Ciro Argentino, dirigente del Pdci torinese e sindacalista Fiom, uno dei principali organizzatori delle iniziative per fare luce sul rogo alla Thyssen e quello immortalato nelle foto mentre al funerale di un collega strappa per la rabbia il nastro della corona di fiori mandata dai vertici dell’azienda. Quando vengono rese note le liste il diretto interessato non si lamenta, e anzi fa buon viso a cattivo gioco: «Ho scelto volontariamente di non candidarmi». Ma la polemica scoppia comunque, innescata dall’ex sindacalista Cgil Achille Passoni, candidato dal Pd al Senato: «Mentre polemizza con il Pd per le candidature di imprenditori, la Sinistra arcobaleno fa fuori dalle liste l’operaio della ThyssenKrupp». A seguire intervengono battendo sullo stesso tasto i candidati Pd Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita e anche il collega di Argentino Antonio Boccuzzi: «Le logiche della vecchia politica hanno fatto saltare la sua candidatura». Seguono le repliche del responsabile Lavoro del Prc Maurizio Zipponi («nelle nostre liste sono candidati decine di esponenti del movimento operaio»), della capogruppo Verdi-Pdci al Senato Manuela Palermi («volgarità dettate dalla difficoltà di stare nelle stesse liste con Ichino e Calearo»), del capogruppo del Prc alla Camera Gennaro Migliore («Noi rappresentiamo gli operai con i fatti, mentre il Pd li rappresenta come figurine»).
Polemica che va avanti finché Diliberto convoca una conferenza stampa nella sede del Pdci e sorprendendo tutti annuncia il passo indietro: «I comunisti sono diversi da tutti gli altri, per questo motivo ho deciso di lasciare il Parlamento e al mio posto ci sarà come capolista Ciro Argentino, operaio della Thyssen. La politica si può fare bene anche fuori dalle istituzioni». Poche parole, per dire che questa è «una risposta alla politica della casta» e alla polemica sollevata dal Pd («questi sono fatti, non parole»), ma anche per sottolineare che «avevamo deciso di eleggere un operaio e nella trattativa però non c’era posto» e che continuerà a fare il segretario del partito. Parole che vengono lette in filigrana dai partner del processo unitario. Non a caso i commenti più entusiasti per la decisione di Diliberto vengono, oltre che dal Pdci (a cominciare dallo stesso Argentino: «Sono commosso») da Marco Follini («un gesto di sensibilità che merita di essere apprezzato») e da Walter Veltroni («un gesto che mi ha colpito»), al quale però Diliberto risponde in modo polemico: «Veltroni sostiene che è grazie a lui che due operai saranno in Parlamento. A Veltroni rispondo con semplicità: Quanti altri leader fanno un passo indietro? È una scelta di elementare coerenza con tutta la mia vita politica. Che Veltroni non può capire». Quanto ai vertici della Sinistra arcobaleno, al no comment di Bertinotti si affianca una stringata dichiarazione di Giordano, «un gesto da apprezzare una scelta meritoria». Che però, si interrogano nel Prc, bisogna vedere se avrà conseguenze sul processo unitario della Sinistra arcobaleno.