Diliberto riscopre la classe operaia, sotto l’Arcobaleno volano bulloni

Roma. Nel giorno in cui il Foglio si preparava a sfotticchiarlo per aver preferito in Parlamento Katia Belillo all’operaio Ciro Argentini, Oliviero Diliberto ha spiazzato tutti cedendo al metalmeccanico della Thyssen l’unica cosa sicura che aveva: il proprio seggio alla Camera. Colpo di scena e polemiche sedate all’istante. D’altra parte, per come si stavano mettendo le cose, il segretario del Pdci non poteva fare altrimenti. I cugini del Partito democratico – e i fratellastri più a sinistra della sinistra -già cominciavano a ironizzare. Il Pdci è l’unico partito d’Italia ad aver trasferito in blocco il proprio gruppo dirigente in Parlamento, e come rileva la migliore guida ragionata sull’estrema sinistra (“I Forchettoni rossi”, Massari editore): “Spicca l’assenza di operai”. Ecco. A dire il vero crediamo sarebbe continuata a spiccare, se non fosse che ieri Repubblica ha sollevato il caso con un microscopico trafiletto. Piccolo, ma sufficiente a chiarire le sfumature del caso:
per un operaio, nel partito comunista più nomenclaturizzato del paese, non c’è posto. E invece c’è – ha detto Diliberto facendosi da parte – “Avevamo deciso di eleggere un operaio, ma nella trattativa non riuscivamo a imporlo”. Schiaffone agli alleati Arcobaleno, ma soprattutto grande verità. Perché in questi giorni la parola “trattativa” è l’unico aspetto solido nell’universo vaporoso della sinistrona. Trattativa, forsennata trattativa: trattativa su tutto.
A un mese e cinque giorni dalle elezioni, la chiusura delle liste per la Sinistra arcobaleno è un miraggio: gli unici posti assicurati sono quelli dei dirigenti. Sulle liste si combatte una guerra di logoramento, palmo a palmo, millimetro per millimetro, cognome per cognome. Verdi contro Pdci, Pdci contro Prc, Pdci contro Sd e persino Prc contro Prc. Il caso più eclatante riguarda la candidatura di Roberto Soffritti, il tesoriere del Pdci, carissimo a Diliberto: i Verdi proprio non lo vogliono. Candidato in Emilia Romagna è talmente inviso alla sezione verde di Ferrara che i militanti sono scesi a Roma con un dossier che riassumerebbe le sue “malefatte”. Per non ricordare poi che Vladimir Luxuria, candidata in Sicilia, s’è vista contrapporre 124 firme di militanti del suo stesso partito sostenitrici di un’altra candidata.
Ecco. Nel Prc cresce lo smarrimento, manca la leadership.
Dentro Rifondazione gli equilibri sono saltati, Fausto Bertinotti è un sovrano pro tempore e manca l’erede. Distante e un po’ rassegnato, il presidente della Camera ha annunciato – forse sbagliando i tempi – il proprio pensionamento. Così il partito si presenta come l’impero di Alessandro Magno dopo la scomparsa del suddetto: regni ellenistici, imperversare di capi locali, piccoli potentati in lotta. Il ministro Paolo Ferrero è il più forte, anche se ha subito uno smacco nel trasferimento dalla lista del suo Piemonte a quella del Veneto. Tuttavia per adesso sovrasta l’avversario di sempre, quel Gennaro Migliore (preferito da Bertinotti) che tuttavia si è indebolito per i riflessi dello scandalo sulla “munnezza” nel proprio feudo campano. Tra i due la lotta va avanti da anni, con il ritiro di Bertinotti si preannuncia lo scontro finale. E questa volta non potrà esserci un compromesso, come quello che portò il malleabile Franco Giordano alla segreteria. Quanto a Nichi Vendola, fosse quella di Rifondazione una favola, lui sarebbe il principe azzurro. Candidato forse al Senato (ma anche no), il governatore della Puglia tentenna: non dispone degli eserciti di Ferrero e Migliore, ma ha grande appeal popolare. Se la sinistrona dovesse affermarsi alle elezioni (e dunque non naufragare nella decomposizione) potrebbe rappresentare la figura del leader ecumenico. Putroppo per lui i sondaggi della Cosa rossa non sono buoni e c’è pure il solito Diliberto che, neanche tanto segretamente, già teorizza la possibile rottura per il 15 aprile.