Diliberto lascia il posto all’operaio Thyssenkrupp

Il Partito Democratico che dà il via alla polemica con un attacco volgare, la Sinistra Arcobaleno che risponde con un contropiede da manuale e si aggiudica – anche stavolta – la sfida su chi rappresenta meglio il mondo del lavoro. La partita si è giocata ieri e decisiva, ai fini del risultato, è stata la mossa del segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, che nel pomeriggio ha convocato una conferenza stampa per rendere noto di avere rinunciato alla propria candidatura in Parlamento per fare posto all’operaio della Thyssenkrupp, Ciro Argentino, anche lui del Pdci. «I comunisti sono diversi da tutti gli altri – ha detto Diliberto – la politica si può fare bene anche fuori dalle istituzioni».
Il fischio d’inizio lo avevano dato al mattino due ex Cgil con la “coda di paglia”, Achille Passoni e Paolo Nerozzi, con dichiarazioni di fuoco rilasciate alle agenzie subito dopo aver letto della mancata candidatura di Argentino. Probabilmente imbarazzati dall’essersi inopinatamente ritrovati assieme nel PD con personaggi come il giuslavorista Pietro Ichino (le cui idee sono sempre state pubblicamente contestate da Nerozzi), l’ex presidente di Federmeccanica, Massimo Calearo, e l’ex leader dei giovani di Confindustria, Matteo Colaninno, i due neoveltroniani hanno tentato goffamente di rigettare la palla nel campo altrui: «Che fine hanno fatto – domanda Nerozzi – tutti quelli della Sinistra arcobaleno che criticavano le liste del PD che rimproveravano operai e sindacalisti di aver accettato di stare vicino agli imprenditori? Perchè nessuno oggi alza un dito contro l’esclusione di Ciro Argentino, operaio della Thyssen Krupp, dalle liste elettorali?». Passoni parla addirittura «di incoerenza incredibile» e aggiunge: «Se dovessimo usare il loro stesso metro dovremmo dire che tra Diliberto e l’operaio Ciro Argentino nelle liste della Sinistra Arcobaleno uno dei due era di troppo. L’operaio». A Passoni non sono evidentemente andate giù le parole taglienti con cui Fausto Bertinotti, candidato leader della Sinistra Arcobaleno, aveva commentato la compresenza nelle liste piddine dell’imprenditore Colaninno e dell’operaio Boccuzzi: «Uno dei due è di troppo».
Il primo a fischiare il fuorigioco degli ex Cgil è però lo stesso Argentino: «Ho scelto volontariamente – precisa subito l’operaio – di non candidarmi alle elezioni politiche per evitare qualunque strumentalizzazione della vicenda della Thyssen a fini elettorali. Sono orgoglioso – aggiunge – della candidatura a capolista a Torino del mio segretario Oliviero Diliberto». Successivamente, Ciro si dichiarerà «commosso e onorato» dalla scelta di Diliberto di cedergli il posto.
Per Maurizio Zipponi, deputato del Prc e responsabile lavoro del partito, diventa fin troppo facile smascherare il carattere «strumentale e rozzo» della polemica. «Nelle liste della Sinistra Arcobaleno – ricorda – sono candidati decine di esponenti del movimento operaio». Come il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, ex operaio Fiat. «La realtà – prosegue Zipponi – è che Nerozzi non sa più come giustificare la presenza di candidature nelle liste Pd incompatibili con qualsiasi idea di sinistra, da Calearo a Colaninno. Invece di muovere accuse ridicole – incalza il dirigente del Prc – Nerozzi dovrebbe spiegare perchè dopo aver assicurato pubblicamente appena tre mesi fa che “mai e poi mai sarebbe entrato nel Pd”, ha poi improvvisamente cambiato idea di fronte all’offerta di candidatura avanzata proprio nel momento in cui sta per scadere il suo mandato della Cgil».
Al di là delle incoerenze personali, è sui programmi che si sostanzia la differenza tra Pd e Sinistra. I due ex Cgil, ad esempio, «dovrebbero anche spiegare – dice Zipponi – perchè sono contrari alla nostra proposta di stabilizzazione a tempo indeterminato per i precari dopo 36 mesi, e perchè vogliono invece prolungare l’apprendistato e ulteriormente il periodo di prova in cui non esistono, come è noto, diritti per nessuno».
Intanto, a conferma del fatto che gli imprenditori si sentono meglio rappresentati dal Pd, giunge la notizia del «no» di Antonio D’Amato, ex presidente della Confindustria, alla candidatura nel Pdl offertagli da Silvio Berlusconi. Secondo quanto si apprende, il Cavaliere non avrebbe dato a D’Amato la certezza di un ministero, ma solo un’indicazione di massima. Ciò, anche a causa della “freddezza” mostrata da ambienti di Confindustria rispetto alla possibilità che l’imprenditore ottenesse un dicastero.