Diktat di Bush alla Siria

L’opposizione libanese contro il negoziato, primi scontri a Tripoli. Arrivano i marines?

Il presidente americano Bush, con il sostegno della Francia, della Gran Bretagna e di Israele, a poche ore dalle dimissioni del premier libanese Omar Karameh e dalle dichiarazioni del presidente siriano Assad, su un imminente ritiro delle ultime truppe siriane dal Libano, ha lanciato ieri un nuovo diktat chiedendo a Damasco che il ritiro sia «immediato e totale», «in modo che una buona democrazia possa avere la possibilità di fiorire in Libano». Poche ore prima il ministro degli esteri Usa, Condoleezza Rice, e quello francese, Michel Barnier, avevano annunciato che i due paesi starebbero studiando una serie di possibili misure necessarie per «stabilizzare» il Libano, dall’organizzazione e dal monitoraggio delle elezioni, previste per il prossimo maggio, all’invio di vere e proprie forze militari multinazionali. Se le truppe dell’ex potenza coloniale del Libano e quelle del nuovo impero dovessero tornare a Beirut sarebbe la prima volta da quel lontano 17 febbraio del 1984 quando il presidente Reagan, dopo i devastanti attentati dell’ottobre precedente contro il quartier generale francese (58 morti) e americano (241 morti) e di fronte al disgregarsi dell’esercito del governo di destra di Amin Gemayel sotto i colpi delle forze progressiste-musulmane appoggiate dalla Siria, dette l’ordine di ritirarsi dal paese dei cedri. Un ritiro che avrebbe portato di lì a poco all’abrogazione del trattato di pace separato del 17 maggio dell’anno precedente tra il governo israeliano e quello libanese. E di nuovo ieri il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom, in visita in Ungheria, glissando sull’occupazione da parte di Israele della West Bank, della striscia di Gaza e delle alture del Golan siriano, ha chiesto alla comunità internazionale di isolare Damasco dal momento che «la Siria non deve rimanere in Libano, l’occupazione deve terminare». Poi, spiegando perché questo passo sarebbe così importante, Shalom ha poi aggiunto: «E’ molto, molto importante che i siriani se ne vadano dal Libano perché penso che questo renderà i libanesi più aperti al dialogo con Israele”. In altri termini, la rottura degli storici legami tra la Siria e il Libano, aprirebbe la strada all’eliminazione della resistenza libanese e palestinese e quindi ad un trattato di pace separato Libano-Israele senza che lo stato ebraico si sia ritirato dai territori occupati di Palestina e del Golan siriano e abbia riconosciuto i diritti degli oltre 300.000 profughi palestinesi che da cinquant’anni vivono nei degradati campi del Libano. Il nuovo diktat di Bush, Sharon, Blair e Chiraq, ha spinto l’opposizione libanese, composta dalle forze della destra cristiano-maronita, dal signore della guerra e feudatario druso di origine curde, Walid Jumblatt, e dei seguaci dello scomparso ex premier Rafik Hariri, ad alzare la posta e a condizionare la partecipazione alle consultazioni per la designazione del nuovo governo «elettorale» al soddisfacimento da parte del presidente Emile Lahoud di condizioni praticamente impossibili da accettare: un «immediato» e «incondizionato» ritiro delle truppe siriane (presenti nel paese sulla base di due trattati bilaterali del 1991) e la destituzione del ministro della giustizia e di tutti i capi dei servizi segreti libanesi e della stessa guardia presidenziale. Se l’opposizione non dovesse partecipare alle consultazioni e boicottare il processo costituzionale di formazione del governo, si creerà in Libano un pericoloso vuoto di potere che potrebbe destabilizzare gli accordi di Taif che posero fine nel 1990 a quindici anni di guerra civile. L’intera comunità sciita, maggoritaria, per bocca del leader del movimento degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha invitato l’opposizione al dialogo e al senso di responsabilità ma senza molto successo. Gli sciiti e le loro forze politiche, Hezbollah e Amal, favorevoli al mantenimento dei legami storici con Damasco, sino ad oggi non hanno contestato la vandea nazionalista filo-occidentale e si sono tenuti in disparte ma non potrebbero più farlo se venisse rimesso in gioco il ruolo del Libano nel conflitto arabo-israeliano e la loro autonomia politica e militare nella periferia sud di Beirut e nel sud del paese. Gli sciiti ricordano bene le discriminazioni, l’emarginazione, la miseria e le umiliazioni patite quando al potere c’erano i cristiano maroniti filo-francesi e i ricchi sunniti alla Hariri per essere disposti a tornare a quei tempi. Il problema non riguarda solo gli sciiti ma anche le comunità sunnite legate anch’esse alla Siria. La situazione è particolarmente tesa a Tripoli, nel nord, la città natale del primo ministro dimissionario, Omar Karame, dove vi sono stati stati gravi incidenti con una vittima e dove le milizie armate sono di nuovo comparse per le strade.