Differenze molto di classe (Rapporto ISTAT)

L’Italia è un paese più ricco, ma più complesso, sostiene l’Istat nel Rapporro annuale presentato ieri. Ricchezza e complessità sono elementi positivi. Meno positivo, anzi negativo, che le complessità tendano a determinare «nuove differenze» rischiando di imbalsamare il paese e soprattutto emarginare una larga fetta della popolazione in un ghetto di emarginazione economica e culturale che l’Istituto di statistica evidenzia esemplarmente. Le cifre (e non le chiacchere) dell’Istat, però, dicono molte altre cose. Ad esempio che la dimensione aziendale delle imprese non ha soluzioni di continuità. Ovvero, non ci sono scalini che possano dimostrare che le imprese non superano la fatidica soglia dei 15 dipendenti per paura dell’articolo 18. Anzi.

Altro mito che viene sfatato: quello della flessibilità. Forse l’Italia è arrivata buon ultima nella giungla del capitalismo senza regole, però ha recuperato in fretta: il 27,5% dei dipendenti lavora con orari flessibili e sono ancora più di 2 milioni quelli che lavorano oltre 40 ore alla settimana. L’impennata della flessibilità è stata accompagnata da una esplosione dei lavori atipici dei quali l’Istat «propone uno schema di classificazione in 31 differenti tipi di rapporti di lavoro» e ci racconta come l’atipicità nel 30% dei casi significa rapporti di lavoro che si interrompono entro un mese. Insomma, lavoro «usa e getta». Con la conferma che non è vero che l’atipico èl’anticamera di un lavoro stabile.

Ma al capitale tutto questo non basta visto che l’Italia rimane la patria del lavoro nero: con una punta di sommerso che in Calabria sfiora il 28%, mentre la media nazionale tra il `95 e il ’99 è salita dal 14,5% al 15,1%. Perché tutto questo?

L’Istat non ha dubbi: la struttura produttiva italiana, pur senza generalizzare e con molti settori d’eccellenza, difetta da un punto di vista tecnologico, di innovazione. E gli investimenti – nel 2001 – «in attesa di nuove agevolazioni» sono crollati.

Il paese è certamente più ricco, come afferma l’Istat. Ma l’equità nella distribuzione dei redditi, dimostra la stessa Istat, non è migliorata. Il risultato è una progressiva emarginazione di fasce di popolazioni; di aumento della distanza tra Nord e Sud; di consumi sempre più opulenti per una piccola fetta e di un sopravvivere per un altra con il permanere di 670 mila nuclei familiari senza alcun reddito. E ancora: è un po’ aumentato il peso delle donne nel mercato del lavoro, ma il tasso di attività è nettamente superiore (a parità di fasce di età) per quelle, anche coniugate, ma senza figli. Perché rimane elevato il peso dell’assenza di strutture sociali in grado di sostenere adeguatamente i nuclei familiari e consentire alle donne italiane di avere accesso sul mercato del lavoro. Infine la cultura, che significa facilità di accesso, di godimento di diritti. Le differenze anche nel possesso e nell’uso di nuove tecnologie, che molti considerano banali come il Pc e Internet, è enorme e discriminante per chi non ne ha l’accesso. Un’ultima notazione riguarda la spesa sanitaria pubblica: è addirittura vergognoso che la salute sia negata (o fortemente ritardata) per chi ne ha più bisogno: anziani e cittadini di scarsa cultura.