“Difendo Peter Handke è lo scrittore del secolo”

Mercoledì scorso, con un articolo intitolato «Inscenare le maldicenze sul proprio conto», la Süddeutsche Zeitung ha preso le distanze dalla piega che aveva preso il dibattito sul premio Heinrich Heine. Oltre tutto, fin da martedì scorso lo stesso Peter Handke è intervenuto personalmente sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung («Quello che non ho detto»), e quindi giovedì sempre sulla Süddeutsche, come già una settimana prima su Libération, con un titolo significativo: «Alla fine non si capisce più nulla».
Per chi legga le sue argomentazioni, e più in generale chiunque sia portato a farsi una sua idea in base alle proprie letture, e può quindi far parte della platea dei lettori ai quali Handke si rivolge come autore, è sconcertante – o anche ridicolo, se non fosse tanto triste – che a un tratto chiunque si senta autorizzato a intervenire senza sapere nulla dei precedenti, e ovviamente senza aver letto neppure un libro di Handke. E non mi riferisco qui solo agli scritti – sei racconti, alcuni lavori teatrali e vari articoli – dedicati in questi ultimi quindici anni alla ex Jugoslavia, bensì in generale all´opera di Peter Handke in quarant´anni di intenso lavoro. A incominciare da Prima del calcio di rigore, passando per Infelicità senza desideri, fino a Perdita dell´immagine – che per me è il libro del secolo – il «lettore» deve aver percepito – e sicuramente ha percepito il respiro di un grande poeta, pensatore e umanista. Di uno che ha rifatto daccapo il percorso della nostra epoca, con coraggio e senza compromessi. Che usa la nostra lingua in maniera nuova e stimolante, e rifonda il mondo (e non solo il suo proprio mondo) con i mezzi di questa lingua. Uno così non è un «fascista» (come si è sentito dire ultimamente in Francia) e neppure «di destra». In quanto autore, è «se stesso». Quest´onore, bisogna innanzitutto esserselo guadagnato (Heinrich Heine era appunto «uno così»).
«Uno così» può e deve possedere un senso dell´ingiustizia diverso da quello dei nostri politici dalla memoria corta. «Uno così» può e deve avere un senso della giustizia incorruttibile. «Uno così» può e deve insorgere contro le opinioni correnti, come Handke aveva fatto fin da prima che iniziasse la guerra della Nato contro Belgrado. C´è da chiedersi quanti di coloro che oggi lo trattano con sufficienza siano stati a Rambouillet, e quanti si rammentino l´oggetto di quelle trattative.
«Uno così» può e deve anche potersi comportare come gli dettano le sue emozioni. E nessuno può seriamente biasimare Peter Handke se per lui quella dei serbi è una questione molto personale e fortemente sentita. O forse non è così? Forse è giusto biasimare chi ha il coraggio di una totale franchezza e umanità, nel mondo freddo e impersonale che è quello della politica? (E anche se così fosse, non sarebbero comunque giustificate certe etichette e certe accuse che rasentano il linciaggio morale). Il fatto che abbia detto una frase di troppo (quell´infelice paragone tra i serbi e gli ebrei) lo ha ammesso, e per iscritto, già da anni (un´ammissione apparsa anche sui giornali tedeschi). All´epoca se ne prese atto senza alcuna replica. Perché ora tutto questo viene tirato un´altra volta in ballo, come se lo stesso Handke non avesse ritrattato quella frase?
Chi si accontenta di basarsi sul sentito dire, su voci o su fonti anonime, non esita neppure un attimo a demonizzare un uomo come Peter Handke. E sempre esaltante veder cadere un grande dall´altare nella polvere. (Come nello sport, che pochi paesi seguono come il nostro.) Ma il «lettore», che giudica con cognizione di causa (o meglio evita di giudicare) non esiterà a schierarsi contro la denigrazione in atto. Di fatto, non può che solidarizzare con il suo autore e dargli manforte. Anche perché altrimenti «il suo leggere» ne uscirebbe screditato.
Indubbiamente – su questo possiamo contare – sarà la storia a dire l´ultima parola sui conflitti dell´ex Jugoslavia, da quelli secolari ai più recenti, così come sul ruolo di Milosevic in queste vicende. Ma se un autore insorge con veemenza in difesa dei serbi e contro la tendenza a condannare in blocco un intero popolo, allora la Germania in particolare dovrebbe usare estrema cautela delle sue reazioni e argomentazioni. Mai come nel nostro caso i vicini e gli ex nemici hanno dato prova di tanta buona volontà a fronte della passata dominazione nazista. «Noi tedeschi» siamo stati perdonati. Fin dall´indomani della guerra, quanta disponibilità a distinguere tra responsabili e innocenti! E quanto ne abbiano approfittato!
Chi oggi si reca in Serbia (io ci sono stato nel marzo scorso) non può non sentirsi profondamente sconcertato e turbato davanti al profondo senso di disperazione per essere segnati a dito dal mondo come «i cattivi». Anche per questo, in Germania più che altrove un autore che insorge contro le condanne generalizzate dovrebbe essere preso sul serio.
Ai membri della giunta comunale di Düsseldorf (che è la mia città, ragion per cui mi sento particolarmente coinvolto) non posso che raccomandare di diventare al più presto «lettori», e di non farsi condizionare dai giudizi prefabbricati. La lettura è fonte di coraggio, magari anche per dissociarsi dal voto del proprio gruppo consiliare! Per favore, leggetelo, prima di giudicare se sia giusto revocare a uno dei maggiori scrittori del nostro tempo una distinzione che ha meritato – se posso dire la mia – più di chiunque altro, precisamente a motivo del suo impegno politico.
(Anche se qualche volta può aver sbagliato nei suoi giudizi.
Anche se il suo intervento al funerale di Milosevic fosse stato un errore. Ma può sbagliare uno che vuole solo essere un «testimone», perché ritiene che questo paese emarginato abbia bisogno di testimoni?)
Se Heinrich Heine avesse voce in capitolo, se potesse ancora una volta «pensare alla Germania nella notte» (anzi, in questo caso a Düsseldorf). Beh, non lo può più fare. Ma oserei dire che su una cosa si può mettere la mano sul fuoco: Heine non esiterebbe un attimo a schierarsi con il poeta coraggioso, caparbio, certo non infallibile ma fedele alle proprie idee.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)