Dietro il far west del Trullo, tra disagio e nuovo razzismo

«Qui non c’entra niente il razzismo, qui si tratta di difendersi da questa invasione di rumeni». La signora Lidia abita al civico 34 di Via Monte delle Capre. Proprio sotto il suo balcone, l’altra sera, c’è stata l’ultima “puntata” di quello che è stato definito il “Far west” del Trullo: una trentina di ragazzi italiani, bendati e armati, che assaltano e danno alle fiamme il cosiddetto “Bar dei rumeni”.
L’epilogo di una vicenda iniziata domenica scorsa quando, a causa di un banale litigio per una macchina in doppia fila, 5 ragazzi rumeni finiscono in ospedali con ferite da arma da fuoco. La mattina dopo arriva l’arresto dei tre responsabili e nel pomeriggio l’assalto al bar, la vera e propria spedizione punitiva, finita con l’incendio e l’aggressione indiscriminata ai clienti.

Ma come si è arrivati a tanto? E cosa cova sotto la cenere, è il caso di dirlo, dell’assalto al bar del Trullo?

Estrema periferia Sud-Ovest di Roma, in breve tempo il Trullo è diventato una delle zone più calde e difficili della capitale. E dietro quella che può apparire un’aggressione a sfondo razzista contro i rumeni, nella realtà, altro non è che una vera e propria guerra tra bande criminali che si contendono il mercato della prostituzione e dello spaccio di droga. Ed è proprio su questa linea che si stanno muovendo gli inquirenti.

Ma parlando con i residenti la questione assume tutto un altro contorno e il messaggio che esce fuori, l’unico, è l’esasperazione contro i residenti rumeni.

«Basta, non ce la facciamo più – sbotta la signora Francesca poco fuori la scuola elementare Arvalia, a due passi dal “Bar dei rumeni”, in attesa che la figlia esca da scuola – il Trullo è diventato invivibile. Non possiamo più uscire la sera. Quel bar era un bivacco di rumeni ubriachi. Il bello – continua Francesca – è che tra un mese, quando giornali e televisioni non ci saranno più, tutto tornerà come prima». In breve tempo, intorno a noi, si forma un nugolo di mamme, almeno una quindicina, che riprendono le parole di Francesca e rincarano la dose: «Non ce la facciamo più, anche voi giornalisti, scrivete solo quello che vi fa comodo, la realtà è che hanno fatto bene a sparargli». Anche sua figlia Elisabetta, 18 anni tra qualche mese, ha le idee molto chiare: «certo, hanno fatto bene, se fosse per me li metterei tutti in fila e ci passerei sopra con un camion. L’altra sera – continua Elisabetta – camminavo per strada, sono passata lungo il bar, e mi hanno violentata con gli occhi. Mio padre ha provato a dire qualcosa e subito hanno iniziato a minacciare. Qui non ce la facciamo più. Dobbiamo cacciarli tutti». «E’ vero – fa eco un’altra signora in attesa del figlio – è ora di fermarli. E poi io ce l’ho anche con gli italiani che gli affittano gli appartamenti; in 50 metri quadri ci vivono in 10. Ti lascio immaginare l’igiene». E con gli altri migranti? «E’ diverso – risponde la signora Maria, romana doc – sotto casa mia, nel mio stesso palazzo, vive una famiglia egiziana. Hanno capito perfettamente che ci sono delle regole che vanno rispettate. Qui nessuno è razzista, il fatto è che non si campa più, sti rumeni bisogna cacciarli tutti».

Una volta lasciata la scuola, bastano pochi passi per arrivare al civico 34 di via Monte delle Capre. Del “Bar dei rumeni” non è rimasto praticamente più nulla. Solo cenere. Il signor Mario, il portiere del palazzo, cerca di toglierla dal marciapiede adiacente: «Ogni sera era una lite, una rissa – ci dice sconsolato – stavano fino alle 2, le 3 di notte ad ubriacarsi e a urlarle». Nel frattempo arriva una condomina, la signora Lidia, e ci interrompe: «Parlate dei rumeni? Io voglio che voi scriviate che qui non è una questione di razzismo, è legittima difesa. Noi non campavamo più e poi, qui sotto era diventata una cosa invivibile anche dal punto di vista igienico. Sti rumeni pisciavano sul marciapiede, vomitavano. Ma che altro dobbiamo fare. Diteglielo ai politici di portali sotto casa loro». L’ultima testimonianza è di Luca e Andrea, 16 17 anni al massimo, «hanno fatto bene – dice Luca – a me non me ne frega un cazzo se ci scappa il morto». «Devono morire tutti» aggiunge Andrea «e state certi che non finisce qui».

Insomma, una situazione esplosiva quella che si sta vivendo al Trullo da qualche anno. Una situazione che può degenerare ed esplodere in qualsiasi momento. Il tutto con l’assenza completa delle forze dell’ordine. Il commissariato più vicino è a non meno di mezz’ora da qui e difficilmente si vede una volante: «Poi non ce da sorprendersi se qualcuno pensa di far giustizia da solo» afferma ancora Mario.

Ed è proprio su questo tema che risponde Dante Pomponi, Assessore alle Periferie: «Troppo facile stigmatizzare le periferie romane dopo l’inquietante escalation di violenza del Trullo. E’ necessario distinguere e contestualizzare gli eventi anche drammatici che questa città ha vissuto in questo ultimo periodo. La politica ha il compito di offrire risposte non di alimentare l’insicurezza e le preoccupazioni, pur legittime, dei cittadini».

Sulla vicenda interviene anche Massimiliano Smeriglio, segretario romano di Rifondazione: «Io penso che noi sbaglieremmo a incasellare questo fenomeno in categorie classiche. La realtà – continua Smeriglio – E’ che si vanno palesando delle ombre pesanti, un disagio evidente che non è prerogativa delle periferie. Noi dobbiamo costruire luoghi dell’accoglienza vera. Certo che se in luoghi già degradati si sommano presenze di nuove comunità senza nessuna forma di mediazione, si crea una miscela esplosiva. Peraltro i flussi dell’est aumenteranno e noi dobbiamo essere in grado di costruite percorsi di accoglienza vera o sarà il disastro. Nello tesso tempo – conclude Smeriglio – dobbiamo iniziare a rispondere alle domande di fondo di questo disagio, capire il contesto che lo produce e lo sostiene». In tutto questo la Fiamma Tricolore annuncia una manifestazione anti-immigrazione.