Dietro gli squadroni della morte e la pulizia etnica ci sono gli alleati degli Usa

Molto inchiostro, nonché indignazione, sta venendo speso a chiedersi se l’Iraq sia sull’orlo della guerra civile, nel mezzo, oppure neanche lontanamente vicino. Dovunque ci si collochi in questa discussione per lo più semantica, l’unica certezza è che il terreno di coltura per l’autodistruzione del paese è la pletora di milizie in Iraq. Secondo la frase adatta di Zalmay Khalilzad, l’ambasciatore Usa a Baghdad, esse sono l’ “infrastruttura della guerra civile”.

Egli non è il primo padrone Usa in Iraq a individuare il pericolo. Poco prima del trasferimento formale di sovranità agli iracheni, l’allora massimo funzionario dell’America, Paul Bremer, ordinò a tutte le milizie di sciogliersi. Alcuni membri avrebbero potuto entrare nel nuovo esercito.
Altri avrebbero dovuto cercarsi un lavoro civile.

Il suo decreto non venne attuato, e adesso, due anni dopo, questa omissione è tornata a perseguitare l’Iraq.

“Stanno morendo più iracheni a causa della violenza delle mil izie che a causa dei terroristi”, ha detto Khalilzad di recente. “Le milizie devono essere sotto controllo”.

Il suo commento diretto è arrivato sulla scia di oltre 1.000 rapimenti e omicidi in un solo mese, di cui sono state incolpate per la maggior parte le milizie sciite. Gli abitanti terrorizzati delle zone in prevalenza sunnite di Baghdad parlano di automobili che arrivano con fragore dopo che fa buio, senza venire bloccate dalla polizia nonostante il coprifuoco.
Entrano nelle case e portano via le persone, i cui corpi vengono scoperti in seguito, spesso strangolati o con i segni di buchi fatti con il trapano elettrico – prova di torture fatte prima che venissero assassinati.

La denuncia delle milizie da parte di Khalilzad è stata un voltafaccia straordinario, dato che il focus dell’attività delle forze armate Usa dalla caduta di Saddam Hussein è stata la battaglia contro i jihadisti stranieri e una rivolta nazionalista a guida sunnita. Improvvisamente gli Usa di trovano ad affrontare un maggiore “nemico interno” – le milizie composte dalla comunità sciita, una volta vista dagli Usa come alleata, e gestite da ministri del governo.

La nuova linea, se verrà mantenuta, segna una fine dell’ambiguità precedente. Sotto Bremer c’era una tendenza a considerare alcune milizie come buone, ovvero dalla parte degli Usa, come i combattenti Peshmerga che appartengono ai due grandi partiti kurdi, e altre come cattive, come l’Esercito del Mahdi dell’esponente religioso sciita Moqtada al-Sadr, che si oppone all’occupazione.

Anche una terza milizia, la Badr Organisation, veniva tollerata. Essa è l’ala armata del Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, un influente partito politico sciita che aveva appoggiato l’invasione, ed è il principale interlocutore di Washington all’interno della coalizione sciita.

I funzionari Usa parlavano formalmentedella necessità di sciogliere le milizie, ma non hanno mai mostrato alcuna sensazion e di urgenza. Per dirla con un rapporto del Pentagono al Congresso lo scorso anno: “Le realtà del paesaggio politico e di sicurezza iracheno lavorano contro il portare a termine la transizione e il reintegro di tutte le milizie irachene a breve termine”.

I leader iracheni lodavano le milizie, sostenendo che erano soggette ai ministeri della difesa e degli interni, e quindi assolutamente non un elemento fuorilegge. Alla Badr Organisation era persino stata affidata la responsabilità di difendere l’abitazione del leader religioso venerato dagli sciiti, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani.

Il Primo Ministro, Ibrahim Ja’afari, definiva la Badr Organisation l’estate scorsa uno “scudo” che difende l’Iraq, mentre il presidente, Jalal Talabani, sosteneva che la Badr Organisation e i Peshmerga erano patrioti che “sono importanti per portare a termine questo compito sacro, creare un Iraq democratico, federale, e indipendente”.

Il difetto nel quadro era che mentre i kurdi e g li sciiti avevano due milizie ciascuno, i sunniti non ne avevano nessuna. I capi sunniti erano in grado di mettere insieme alcuni uomini armati dalle fila della famiglia allargata, in caso di necessità, come era stato fatto per secoli, ma non c’era nulla delle dimensioni della Badr, del Mahdi, o dei Peshmerga. Molti sunniti videro con favore i ribelli che combattevano l’occupazione come un tipo di milizia surrogata.

La rabbia dei sunniti aumentò con la prova di prigioni segrete, gestite dal ministero degli interni, nelle quali centinaia di uomini e ragazzi, in maggioranza sunniti, venivano torturati, e di “squadroni della morte” che agiscono contro i sunniti. Come reazione, i quartieri sunniti di Baghdad hanno iniziato a formare gruppi di vigilanti per difendere il loro territorio.

I funzionari Usa ora vedono le milizie in modo diverso. Eliminarle gradualmente integrandone i membri nelle forze ufficiali di ordine pubblico è considerato rischioso, a meno che la leadershi p non cambi. A febbraio di quest’anno, la nuova linea del Pentagono era che l’integrazione potrebbe avere come esito forze di sicurezza che “potrebbero essere più leali all’organizzazione politica che le sostiene che al governo centrale iracheno”, secondo un nuovo studio, Iraq’s Evolving Insurgency and the Risk of Civil War, di Anthony Cordesman, un esperto di Iraq del Centre for Strategic and International Studies di Washington. Ora gli Usa stanno cercando di garantire che il controllo politico sui ministeri degli interni e della difesa sia gestito in modo congiunto da un consiglio di sicurezza composto da tutti i partiti.

I segni incoraggianti sono che i leader iracheni stanno denunciando la violenza di tipo confessionale. Provocazioni come l’attacco suicida della settimana scorsa contro una moschea sciita a Baghdad sembrano essere opera di “outsider”. Nessuno ne ha rivendicato la responsibilità, ma esse sono stati probabilmente pianificate da agitatori, stranieri o iracheni , che vogliono spaccare la fragile società irachena per i propri fini politici.
Conforta anche il fatto che gli omicidi di strada confessionali hanno origine da milizie che sono controllabili piuttosto che da folle non organizzate.

Proprio come fanno i generali, diplomatici e giornalisti tendono a combattere di nuovo l’ultima guerra. Formati in Bosnia e in Kosovo, i funzionari di Washington sono arrivati in Iraq con l’idea che siccome alcuni iracheni erano sciiti e altri sunniti, queste identità erano destinate a scontrarsi. Questa semplificazione è stata accettata da gran parte dei media, influenzati dalle proprie esperienze nei Balcani. Essa ha acquistato peso quando la gente ha osservato il comportamento settario dei leader religiosi iracheni, in particolare fra gli sciiti. Essi avevano guidato la resistenza contro Saddam e non vedevano alcuna ragione per ritirarsi dalla politica una volta che lui era andato via.

In realtà l’Iraq non ha alcuna storia di pogrom in stile Balcani, dove i vicini si rivoltano contro i vicini, dando fuoco a case e negozi. Ma adesso potrebbe svilupparsi. La violenza distruttiva da parte delle milizie sciite e l’aumento dei vigilanti sunniti con funzioni di difesa hanno lanciato una pulizia etnica a bassa intensità. Fino a 30.000 persone hanno abbandonato le loro case nelle ultime settimane.

La questione cruciale è se le milizie possano essere fatte ritirare in questa fase tardiva. Avendo permesso loro di sfidare gli ordini che inizialmente le vietavano, nonché la nuova costituzione irachena, che le ha messe fuori legge, possono gli Usa convincere o costringere i loro alleati iracheni a scioglierle? Affrontate la rivolta sunnita significa, in termini crudi, affrontare un nemico. Affrontare le milizie maggiori, la Badr e i Peshmerga kurdi, significa che gli Usa devono affrontare i loro amici.

(Traduzione di Ornella Sangiovanni)