Diecimila «verità per Aldro»

È stata quasi una cerimonia laica, con migliaia di persone a camminare per più di due ore lungo le vie di Ferrara, perlopiù in silenzio, con pochi striscioni, di bandiere solo quella arcobaleno. Almeno ottomila, tantissimi quelli arrivati senza alcuna organizzazione, a chiedere pacificamente, come aveva domandato la famiglia, verità e giustizia sul caso di Federico Aldrovandi.
Accade tutto all’alba del 25 settembre di un anno fa. Federico, diciotto anni appena compiuti, cammina lungo via dell’Ippodromo per tornare a casa dopo una sera di festa passata con gli amici di sempre. A casa non ci è mai tornato, per la sua famiglia sono stati giorni e giorni di silenzi e depistaggi. Ma non si sono arresi, hanno denunciato che Federico – fermato da quattro poliziotti – era stato picchiato brutalmente e senza motivo dagli agenti. Ora sotto l’insegna di via dell’Ippodromo c’è scritto «verità e giustizia», due parole vergate con un gessetto bianco da una ragazza, quando il corteo si è fermato di fronte alla strada. Un applauso lungo, gli occhi bassi di tanti di fronte all’emozione di Patrizia e Lino, i genitori di Federico, dietro allo striscione di apertura insieme al figlio Stefano e a tanti amici. Ci sono i compagni di scuola di Federico, gli amici di famiglia, quelli che aiutarono Patrizia ormai otto mesi fa a mettere su un blog. E’ partito tutto da lì, una lettera di una madre che raccontava con parole semplici come ci si sente a vedere tuo figlio che si cambia le scarpe di corsa e ti dà un bacio prima di uscire, e non sai che è l’ultimo. Lo ha ripetuto ieri dal palco allestito in piazza Castello Patrizia, con una gigantografia di Federico accanto: «Ringrazio la mia città». Una Ferrara che all’inizio è stata in silenzio (ancora oggi si fa fatica a trovare i testimoni oculari) ma che ieri è scesa in strada, come testimoniavano le centinaia di persone in bicicletta. «E’ che questo è un posto dove la gente prima sta a vedere, ascolta, poi partecipa. Siamo fatti così», spiega un pensionato che raggiunge alle tre il concentramento di piazzale Poledrelli.
Certo Ferrara non è abituata a essere teatro di una manifestazione nazionale. Fino a ieri c’è chi ha soffiato sul fuoco dicendo che sarebbero arrivati i no global, le tifoserie, che avrebbero spaccato le vetrine. Invece è stata una manifestazione pacifica, partecipata. Una vittoria anche per il sindaco, Gaetano Sateriale, che nonostante le polemiche ha dato il suo appoggio al corteo. Una vittoria per i ragazzi del «Comitato verità per Aldro», mobilitati in un organizzatissimo servizio d’ordine. C’è gente che è arrivata dalla Sardegna, come Maria, anche lei informata di tutta la storia da Internet. E ci sono le tifoserie, quelle del calcio e quelle del basket. Gli ultras della pallacanestro hanno addirittura stilato un documento comune, nonostante gli «odii» tra opposte fazioni. E ci sono ovviamente le curve degli stadi, divise perché proprio non corre buon sangue: dalla Spal di Ferrara all’Atalanta, al Brescia che ha mandato una rappresentanza nonostante ieri la squadra giocasse in trasferta a Verona. Circostanza significativa perché oggi ricorre un anno da quando un tifoso bresciano finì in coma alla fine della stessa partita proprio per un pestaggio della polizia. Ora il caso va verso l’archiviazione perché gli agenti non sono riconoscibili. «Sono proprio storie come queste che impongono di fare una legge che renda riconoscibili gli agenti in servizio», dice il sottosegretario all’Economia Paolo Cento, uno di quelli che con le sue interpellanze ha seguito il caso fin dall’inizio, come Titti De Simone (Prc), anche lei al corteo con la diessina Katia Zanotti e Gigi Malabarba. Altra presenza significativa, quest’ultima, visto che il senatore rifondarolo cerca inutilmente da due mesi di dimettersi per far entrare Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, che ha intenzione di chiedere una commissione di inchiesta sul G8 di Genova, dove morì su figlio.
Con la famiglia Giuliani al completo anche Rosa Piro, la madre di Dax, il ragazzo milanese ucciso in un agguato fascista. Quante storie di violenza si incontrano lungo il corteo per Aldro: ci sono i ragazzi di Como, dove sei mesi fa un ragazzo è stato colpito alla testa da un colpo di pistola sparato da un agente della polizia municipale di uno strano «nucleo antiwriters»(subito ricostituito). C’è il camioncino del Livello 57 di Bologna, al centro di una bizzarra vicenda giudiziaria in cui l’antiprobizionismo diventa «aggravante» per una ragazza agli arresti domiciliari. E si scopre che nella relazione dei carabinieri sul Livello – di novembre – si parla anche del «già noto Federico Aldrovandi», citato come uno dei frequentatori del centro sociale. Una piccola, ennesima, testimonianza di come si sia cercato di mettere all’angolo la figura di Federico, inchiodandolo come «tossicodipendente».
«..E Cristo morì di freddo», come sintetizza efficacemente lo striscione de «Il Ribelle», foglio di Ferrara che aggiunge: «Secondo Vangelo Ercole d’Este I, 26» (l’indirizzo della questura della città). Le forze di polizia sono saggiamente invisibili, solo agenti municipali a presidiare i lati del corteo. Un segnale del nuovo clima, dopo il trasferimento del questore Elio Graziano, sostituito da Luigi Savina. Un altro risultato – ovviamente non ufficiale – della mobilitazione. Che fa dire a Newton Polani, uno dei tanti «normali cittadini» arrivati da Modena: «Certo, la storia è tragica. Ma è anche una storia di speranza: se ti ribelli, puoi sperare di ottenere giustizia».