«Dico agli israeliani: fidatevi di Hamas»

Il suo messaggio agli elettori israeliani?
«Vorrei dire che noi di Hamas non siamo assolutamente contro gli ebrei in quanto tali. E siamo ben lontani dal voler perpetuare l’infernale cerchio di violenze e massacri che da decenni insanguina la nostra regione. Alcuni sostengono che con Hamas al governo dei palestinesi la situazione sarà destinata a peggiorare. Ma io dico l’opposto: proprio con noi si potrebbe trovare il punto di partenza per risolvere la crisi, basta non perdere l’occasione».
Il momento di una qualche apertura arriva solo alla fine di questa lunga intervista, quando a Ismail Haniyeh chiediamo un po’ esasperati da tante risposte ambigue se almeno ha qualche cosa da dire sul voto di domani. Ma per il resto il neo-premier palestinese resta estremamente cauto. E si rifiuta anche solo di accennare alla possibilità che Hamas possa accettare di riconoscere Israele e rifiutare la violenza in cambio dell’avvio dei negoziati e degli aiuti internazionali. Haniyeh appare però fiducioso. Ci riceve nel suo ufficio a Gaza con un piccolo gruppo di giornalisti sauditi e degli Emirati. Non alza mai la voce, si sofferma a puntualizzare con calma. Neppure l’evidente scontro frontale con il presidente palestinese, Abu Mazen, sembra scuoterlo troppo.
In Israele è dato per scontato che il leader di Kadima, Ehud Olmert, sarà il prossimo premier. E con lui si proporrà il piano di ritiro israeliano unilaterale da parte della Cisgiordania. Come lo vede?
«E’ ovvio che nessun palestinese potrà mai accettare un piano del genere. Troverà critiche non solo nel mondo arabo, ma nell’intera comunità internazionale. Non saremo comunque noi a tirare gli israeliani per le maniche e chiedere loro di restare in Cisgiordania. Se Olmert crede, può anche andarsene. Il punto è che noi non riconosceremo mai i suoi confini imposti unilateralmente come definitivi. Olmert vorrebbe delineare il territorio di uno Stato palestinese che non può stare in piedi da solo».
Cosa suggerisce di votare agli arabi israeliani, che tutto sommato rappresentano il 10 per cento della popolazione?
«Io sono un palestinese che sta a Gaza, non vivo a casa loro e dunque non ho diritto di interferire. Sta a loro decidere se astenersi o votare».
Superate le elezioni israeliane e formato il nuovo governo palestinese, lei sarebbe pronto a negoziare la pace?
«Il problema non siamo noi, ma sono Olmert e Kadima. Sono loro a dire di non volerci parlare. Sono loro a non voler riconoscere il libero risultato delle elezioni democratiche palestinesi».
Ciò significa che se Israele aprisse al negoziato con Hamas lei ci starebbe?
«Stiamo a vedere. Se e quando Israele farà questa mossa, noi valuteremo di conseguenza. Per ora basti chiarire che se per caso i nostri rappresentanti trattano di affari pratici con gli israeliani ciò non significa affatto legittimare l’occupazione».
Come spiega che Tanas Abu Eita, unico cristiano tra i suoi 24 ministri, si sia dimesso?
«Lo ha fatto per motivi personali. Così mi ha spiegato. E comunque abbiamo già trovato il sostituto, un altro cristiano. Si chiama George Markus e lavora come ingegnere al Comune di Betlemme. A lui andrà il dicastero per il Turismo».
È pronto a smantellare i gruppi armati?
«Continuiamo a sostenere la legittimità della lotta militare contro l’occupazione. Hamas proteggerà i gruppi armati, senza dubbio non li perseguiterà».
Il presidente Abu Mazen minaccia di non affidarvi il mandato di governo, se prima non riconoscerete l’Olp e gli accordi che ha firmato con Israele.
«Tra Hamas e Abu Mazen esistono importanti differenze politiche. Ma intanto il processo di insediamento del governo procede regolare. Lunedì (oggi per chi legge, ndr ) sarà approvato dal Parlamento e mercoledì, al ritorno dal summit arabo in Sudan, il presidente ci accoglierà a Gaza per il giuramento dei nuovi ministri».
E se Abu Mazen vi costringesse a tornare alle urne?
«Andiamo con calma. Siamo ben lontani dalle elezioni anticipate. Per ora non c’è alcun motivo di scontro interno, tra l’altro Israele non ha posto sul tavolo alcuna seria iniziativa di pace. Abu Mazen ci chiede di riconoscere la centralità dell’Olp? Ci va bene. Ma quale Olp? Quello attuale è assolutamente superato. Non sappiamo neppure più quanti e chi siano i membri del Parlamento palestinese in esilio, che una volta era la massima istituzione dell’Olp: 450, 650, o persino 840? Hamas diventerà il motore della sua riforma».
Come farete senza i finanziamenti europei?
«Con alcuni Paesi europei, che ora non voglio nominare, stiamo tessendo ottimi rapporti politici ed economici. Sono convinto che alla fine Hamas sarà aiutata dall’intera Ue. Anche perché gli europei sono consapevoli che il miglioramento del loro rapporto con il mondo islamico passa dalla Palestina».
E i vostri rapporti con gli Stati Uniti?
«Personalmente ritengo fondamentale il dialogo con Washington. L’importante però è che sia diretto e non mediato da Israele o dalla comunità ebraica americana».