«Dicevano: stai tranquilla, noi le donne le rispettiamo»

La notizia me la dà lei. Stiamo partecipando a un pubblico dibattito su come i media giapponesi «coprono» la guerra in Iraq (malissimo) e la vedo impallidire. Si allontana con il suo telefonino, e dopo qualche minuto, mi chiama in disparte. «Hanno rapito due donne italiane. Non ci posso credere». Naoko Takato, 23 anni, è la «maestrina» di Hokkaido, uno dei tre ostaggi giapponesi poi liberati dai rapitori, lo scorso aprile. E’ appena tornata da Amman, dopo essere rimasta segregata in casa per 4 mesi. Sindrome post traumatica. «Non per il rapimento – spiega – per il modo in cui la stampa giapponese ha cercato di distruggere la mia persona, una volta rientrata». Adesso sta bene, anche se è ancora sotto psicofarmaci. Dei tre ex ostaggi, Naoko è quella che ha più sofferto il dramma del rientro. Se fossero stati ammazzati, sarebbero diventati eroi nazionali (il governo stava perfino pensando a funerali di stato, sinora organizzati solo in occasione della morte dell’imperatore Hirohito). Ma essendo stati liberati – grazie all’appello dei familiari e alla loro «storia» irreprensibile di impegno civile e umanitario – la stampa giapponese li ha trasformati in farabutti. «Altro che maestrina – scrisse a suo tempo un settimanale – Naoko ha perso la verginità a 14 anni e si fa le canne dall’età di 16». I due uomini, il fotografo Koriyama e il giovane ricercatore Imai, hanno subito reagito con coraggio (il secondo ha citato il governo giapponese, accusandolo di esser il vero responsabile del suo rapimento e chiedendo un simbolico risarcimento), ma lei si era chiusa in se stessa, ricorrendo alle cure di uno psicologo e rifiutando ogni pubblica apparizione. Poi è sparita. «Sono tornata laggiù – racconta a il manifesto – il mio cuore è con gli iracheni e anche se ora è forse presto per tornare a Fallujah, volevo mettermi già al lavoro per realizzare i nuovi progetti. In questi mesi, senza sollecitarlo, ho ricevuto un sacco di soldi da migliaia di cittadini. Quasi otto milioni di yen (circa 70 mila euro, n.d.r.) Ho già preso accordi con degli amici iracheni per ricostruire una scuola. Mi aspettano…»

Nel frattempo i rapimenti continuano. Oggi hanno rapito due donne italiane. «Già, e la cosa mi stupisce e mi insospettisce…vedi, i musulmani, anche i più fanatici, hanno un grande rispetto per le donne. Per loro fare del male a donne e bambini è una cosa ignobile, un peccato gravissimo…» Però anche tu sei stata rapita…..«Sì, ma per sbaglio. Volevano dei giapponesi e hanno trovato il nostro gruppetto. Me lo hanno detto sin dall’inizio e ripetuto molte volte, quando mi lasciavo prendere dalla paura e dalla disperazione. I rapitori sono stati sempre gentili con noi, ma in particolare con me. Mi dicevano di non preoccuparmi, perché anche nell’ipotesi peggiore io non sarei stata toccata…» Ho visto che hai fatto un po’ di telefonate. Saputo qualcosa? Qualche notizia diretta? «No, niente di importante, penso. Un mio amico mi ha detto che i rapitori sembra fossero vestiti all’occidentale, non sembrano essere mujaheddin….se così fosse, non so se sia meglio o peggio….l’Iraq oramai è una giungla, può succedere di tutto…» Tu sei stata tenuta in ostaggio per molti giorni, da persone verso le quali, in un certo senso, simpatizzavi. Cosa si prova, in quella situazione. «Paura tanta. E poi rabbia, indignazione. Perché sei costretta a soffrire, a pagare per colpe che non hai. E nonostante tutto alla fine ti ritrovi a confermare la tua simpatia. Certo, non è bello essere tenuti in ostaggio, esseri minacciati di morte, e sono con vinta che questi sistemi non giovano certo alla causa della resistenza e del popolo civile iracheno. Ma è gente disperata e nessuno può controllare la propria disperazione». I continui rapimenti, le imboscate, gli omicidi stanno provocando il rientro di tutti i volontari, di tutti coloro che sono in Iraq per motivi umanitari… «E’ un errore. Debbono rimanere, anzi debbono aumentare. Sono i militari, gli uomini armati che se ne debbono andare, tutti, al più presto. Le missioni umanitarie condotte con le armi in pugno non sono credibili. Ma la gente che crede nella cooperazione, nella solidarietà, nella tolleranza internazionale non deve abbandonare l’Iraq. Deve invaderlo. E cacciare i militari.»