Diario di viaggio in Cisgiordania

E’ il 24 dicembre 2006 mi trovo a Gerusalemme dove non c’è una grande atmosfera di festeggiamenti, nonostante siamo alla vigilia del Natale cattolico che questo anno anticipa solo di due giorni la festa del Sacrificio dell’Agnello (ED EL ADHA) per la religione islamica. La ragione è evidente, ormai Gerusalemme (AL QUDS) è quasi tutta ebraica, pochi sono gli spazi che rimangono alla sua popolazione palestinese in maggioranza musulmana.

Rimane una parte della Città Vecchia con il suk arabo, una miriade di piccoli negozi, comprati ‘in parte’ da ricchi commercianti di Hebron che a causa dell’insediamento dei coloni ebrei nel loro centro storico sono stati costretti a chiuderne per sempre le serrande, e poi rimane Gerusalemme est, un’enclave sempre più ridotta in dimensioni a causa dei ‘settlements’ che ne impediscono una qualsiasi espansione.

Gerusalemme est non è considerata dal governo israeliano Territorio Occupato ma bensì annesso, i palestinesi che vi abitano sono catalogati attraverso una legge apposita ‘residenti permanenti’. Possono circolare con la loro auto in Israele, pur essendo dotata di una targa diversa rispetto ai veicoli israeliani di Gerusalemme ovest ed alle auto palestinesi dei Territori, ma non possono più transitare nelle altre principali città della Cisgiordania provocando così una innaturale separazione con il resto del loro popolo con pesanti ricadute commerciali e sul lavoro.
Oggi sono sempre di più costretti ad accettare lavori dequalificati a Gerusalemme ovest, nella parte ebraica. I palestinesi di Gerusalemme est possono però accedere ai servizi sanitari di alta qualità israeliani, le famiglie più povere e numerose ricevono un sussidio dal governo che permette loro di vivere con un minimo di dignità.

Qui, infatti, non ci sono più segnali di resistenza all’occupante, la tranquillità di Al Quds è stata comprata con l’elargizione di una soglia minima di benessere di cui non c’è traccia dentro i Territori Occupati ed in modo drammatico nei campi profughi che vivono soltanto della sussistenza fornita dall’Unwra (l’Agenzia specializzata dell’Onu per i profughi palestinesi istituita dopo il ’48) e poco altro. A pochi chilometri da qui la città di Betlemme invece è stata allestita per il Natale con insegne luminose e addobbi vari per volontà dell’amministrazione comunale guidata da un sindaco cristiano (eletto come indipendente nelle liste di Hamas) che ha stanziato una cifra significativa del bilancio per incentivare l’arrivo del turismo religioso internazionale, che prima dell’Intifada rappresentava la fonte primaria delle entrate, ma nonostante gli sforzi i turisti sono ogni anno sempre meno.

Betlemme è divisa da Gerusalemme dal Muro, sempre più terrificante, dove di anno in anno si aggiungono nuovi fili spinati, nuove torrette, nuovi sistemi di controllo tecnologicamente avanzati.
Per ebrei, turisti occidentali, diplomatici, giornalisti accedere a Betlemme è semplice, si resta in auto o in pullman ed i militari israeliani, una volta controllato il passaporto, aprono un’enorme cancello di acciaio costruito nel Muro e lasciano passare. Ma per i residenti palestinesi non è così semplice, vengono costretti al passaggio a piedi attraverso un nuovo modello di check-point (due anni fa a Betlemme tutto questo non c’era!) che consiste in una grande struttura di cemento chiusa dove all’interno una persona deve attraversare 5 o 6 cancelli rotanti di ferro prima di arrivare a presentare il documento d’identità al militare di turno, che a propria discrezione lascerà passare oppure no. La struttura, dotata di telecamere interne ed esterne e di sistemi di massima sicurezza dove non può passare neppure uno spillo, assomiglia agli ingressi carcerari. L’occupazione è stata istituzionalizzata ed ha l’aria di essere irremovibile!

Questi check-point li ho visti anche a Jenin e Qalandya, ed altri sono in costruzione.
Sono stati finanziati dal governo statunitense che ha già elargito 1 milione di dollari per chilometro per la costruzione del Muro, in questo caso però i check point sono stati pagati con i fondi stanziati dagli Usa come aiuti al popolo palestinese, con la motivazione che sono per la loro sicurezza. Proprio gli Usa che hanno sempre aspirato ad essere gli artefici degli accordi di pace tra israeliani e palestinesi, pagano miliardi di dollari per rinchiudere un intero popolo in città-carcere.

Da Betlemme mi sposto al villaggio di Abu Dis, che secondo la parte israeliana durante gli accordi di Oslo nel ’92 doveva diventare la capitale dello Stato Palestinese, non accettato dagli arabi.
Accedo in auto con un permesso particolare nella strada divenuta zona militare che fiancheggia il Muro espropriando la terra dei contadini palestinesi, le cui case sono diventate postazioni per l’esercito e saranno perse per sempre. L’occupazione assume caratteri sempre più brutali, quasi in un disegno pensato a tavolino per far esplodere questo popolo, per poi forse avere il pretesto per reprimerlo in modo sommario .

Proseguo il mio itinerario nelle città di Tulkarem, Nablus, Jenin.
Tutte città vistosamente impoverite, anche Nablus che negli anni ’70 era non solo la principale city commerciale della Cisgiordania con un meraviglioso centro storico patrimonio dell’Unesco, ora semi-distrutto dall’occupazione, ma anche una città molto laica dove le donne vestivano all’occidentale e poche indossavano il velo. Oggi non è più così, quasi la totalità delle donne è velata, e per la prima volta vedo il velo nero integrale. La stessa cosa mi viene raccontata nella città di Hebron, anche se da sempre più tradizionalista.

Man mano che la ghettizzazione dei Territori avanza, la reazione del popolo occupato è sempre di più il rifugio nella religione. Il ritorno alla umma per tutti i musulmani, ai tempi ‘puri ‘ di Maometto, viene elevata ad ideologia politica soprattutto ad Hebron. Questa città è occupata nel suo centro storico da non più di 300-400 coloni in prevalenza di origine americana, estremisti, ben tutelati dall’esercito, che hanno ridotto questa parte di città in un paesaggio spettrale di guerra (4 check-point in pochi mq. a ridosso della Tomba dei Patriarchi) e fanno vivere nell’incubo la popolazione palestinese che sarà costretta ad andarsene via.
Qui Hamas riscuote molto consenso ed è proprio ad Hebron che ha fatto la sua comparsa un movimento islamista, presente anche in altri paesi islamici non solo in Palestina, l’HISB AL TAHRIR, che per ora non partecipa alla vita politica istituzionale, il cui ideale è il ritorno al califfato per tutti i paesi islamici (una sorta di Turchia pre-Ataturk) .

Mi sposto ora in direzione Nazareth, percorro il passaggio a piedi in un altro terrificante check-point, quello di Jenin ai confini con la Galilea, e dopo una lunga attesa davanti al semaforo rosso del primo dei 6 cancelli rotanti di ferro che i militari non posizionavano mai sul verde, lascio alle mie spalle il degrado dei Territori e mi sembra di entrare in un paradiso in Terra: sono in Israele. Anche qui, in Galilea, i villaggi arabi abitati non solo dai musulmani ma anche da molti palestinesi cristiani, sono visibilmente tenuti separati dai luoghi destinati agli ebrei, ma la situazione per gli arabo-israeliani, nonostante perdurino molte discriminazioni, non è comunque paragonabile a quella dei loro fratelli in Cisgiordania e a Gaza. Lieberman, l’attuale vice-premier israeliano, ha più volte ripetuto che ne vorrebbe la deportazione o nei Territori o fuori da Israele, ipotesi che attualmente non sembra raccogliere un vasto consenso nelle altre forze politiche, fortunatamente.

Il giorno successivo visito i luoghi santi di Tabgha, famosa per la Prima Moltiplicazione dei pani, e mi trovo nei pressi di Tiberiade. Nella città trasformata in luogo turistico per decisione del governo non vi possono abitare gli arabi. E’ una vera roccaforte per i partiti della destra israeliana che qui in ogni elezione fanno il pieno dei voti. Ma proprio sopra Tabgha, nella sommità della montagna detta delle Beatitudini, si trova il Domus Galilaeae, e qualcosa di inquietante sta avvenendo in questo centro internazionale del Movimento Neocatecumenale. Il Movimento fondato negli anni ’70 a Madrid da Kiko Arguello e Carmen Hernandez, stabilisce un cammino di fede volto a riscoprire il valore del Battesimo ed un percorso di conversione basato sull’idea che ogni individuo deve innanzitutto riconoscere la propria miseria morale (un percorso molto rigido ed invasivo della sfera intima individuale). Alcuni non esitano a definirla setta, pare stia spopolando anche in Italia.

Ma chi sono e soprattutto cosa fanno a Tiberiade? Sono uno dei movimenti di rinascita cattolica, i cosiddetti ‘cristiani rinati ‘, in forte espansione in tutto il mondo. Ciò che caratterizza queste nuove correnti cristiane è l’amicizia con Israele in controtendenza alle chiese storiche protestanti. Al Domus Galilaeae lavorano con le correnti ebraiche ortodosse, soprattutto con gli ebrei-cristiani divenuti tali perché hanno ricevuto il Battesimo (che poco amano mettersi in evidenza ma sono già diverse centinaia di israeliani), chiamati anche Ebrei Messianici, e credono che il Gesù del Nuovo Testamento sia il loro Messia che tornerà alla fine dei tempi.

Sotto il cielo del Mar di Galilea queste correnti religiose lavorano ad una sorta di recupero dei valori giudaico-cristiani (forse quelli che si volevano inserire nella Costituzione europea?), che molto anzi moltissimo hanno in comune con i teocons a capo dell’amministrazione Bush (quell’alleanza di cristiani – rinati , protestanti, correnti ebraiche ortodosse), i fautori della teoria della guerra preventiva e dello scontro di civiltà seguito ai fatti dell’11 settembre, e che hanno provocato la guerra in Afghanistan ed Iraq . Mi chiedo se in Terra Santa si lavori alla giustificazione teologica dello scontro totale contro l’islam, ma questo è un mondo impenetrabile, e la mia purtroppo rimane solo una domanda inevasa .

Termina così il mio viaggio, è il 3 gennaio 2007, torno a casa e lo sconforto mi assale. Ho visto un popolo a cui non è concesso il diritto all’autodeterminazione, apolide, prigioniero a casa propria e molto impoverito. Non c’è pace in vista. E come dice Michele Giorgio, a ragione: ‘l’ obiettivo storico dello Stato di Palestina è un sogno che diventa agonia’ e rischia di estinguersi dentro miseria e annessa corruzione.