Di ritorno dal Festival mondiale della Gioventù e degli Studenti

LOTTIAMO QUI ED ORA CONTRO L’IMPERIALISMO E LA GUERRA

È difficile narrare dell’esperienza venezuelana. É difficile narrare dell’eclettismo di questa terra nevosa e marina, andina e selvaggia di cascate che accoglie un popolo pieno di voglia di riscatto, di partecipazione, di consapevolezza di ciò cui non si è più disposti a rinunciare.Credo sia sempre difficile narrare qualcosa di incredibile e meraviglioso accaduto sul piano soggettivo, ma forse lo è ancor più narrare oggettivamente della ricchezza di un paese che incede verso il riscatto sociale, morale e materiale. É difficile poiché lo spirito di questo popolo sorge maestoso ed imponente ad infrangere il quadro depresso e sconfortante proposto da molte «sinistre occidentali» deturpate nel migliore dei casi da attendismo e provincialismo generalizzati, da egoismo senza sogni nel peggiore. Unico prodotto dell’amaro ricordo di sconfitte passate è il disfattismo di chi pare oramai incapace pur solo ad immaginare quel “sol dell’avvenire” e a far vivere Politicamente quell’impeto di riscatto sociale e materiale che per tanti anni ha illuminato le lotte della classe operaia e della gioventù comunista mondiale. Il ricordo del sangue versato per le conquiste della nostra costituzione si riproduce sovente in forme di memoria romantica o nell’attesa d’una conclamata “condizione oggettiva” che pare non giungere mai o, meglio: «oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente..»Non è stato facile spiegare ai tanti venezuelani che, guardandoti stupiti negli occhi, chiedevano come era stato possibile che tutto ciò accadesse. Spiegare ad un popolo che ora ben conosce la ragione per cui i proventi del petrolio finivano nelle tasche delle borghesie del paese, corrotte e vendute alle multinazionali statunitensi ed europee, che ora sa come si è prodotta quella differenza di classe tanto eclatante ed abominevole, visibile in ogni angolo delle strade venezuelane, in ogni dettaglio di vita (dall’auto al vestito): ora più che mai comprendono pienamente cosa significhi l’aggressività e la voracità dell’imperialismo. E con dignità, con rabbia e gioia assieme, disarmanti nella chiarezza degli obbiettivi e lucidità politica, s’offrono in prima linea per contrastarlo con tutte le loro forze.Credo che il Festival si sia dimostrato quale degno prodotto degli avanzamenti della Rivoluzione bolivariana sotto ogni punto di vista: le tematiche affrontate nei dibattiti rivelavano la profonda consapevolezza dei temi da discutere prioritariamente e lottare irrinunciabilmente: dalla guerra in Iraq, alle aggressioni NATO degli imperialismi “fratelli e nemici” (come ricordava il moro di Treviri), alle violazioni passate e presenti del diritto all’autodecisione dei popoli, alla lotta contro l’esproprio delle risorse nazionali e per il recupero di una cultura nazional-internazionale – identificata in Venezuela dalla figura del libertador Simon Bolivar, fautore dell’integrazione solidale dell’America Latina. Innumerevoli gli spunti di riflessione sulla necessità, improrogabile ed inaggirabile di tutelare i diritti d’emancipazione educativa e sanitaria, per la formazione di un popolo ed una gioventù realmente libera. Le sale dei partecipatissimi dibattiti (svoltisi in quattro differenti strutture, selezionate secondo la tematica specifica) si colmavano ininterrottamente della eco di fiducia, vivacità e profonda conoscenza politica degli interventi succedutisi: in prima linea la foltissima delegazione venezuelana, seguita da cubani e colombiani. Interventi di giovani d’ogni paese non risparmiavano attacchi contro i crimini dell’imperialismo, contro la devastazione dei diritti sociali, contro l’egoismo e l’individualismo di un sistema senza cuore, contro i sicari visibili ed occulti del vero terrorismo, quello attuale delle bombe in Iraq e quello indimenticato delle stragi di stato, dei massacri coloniali, dei genocidi, delle torture, dell’interventismo liberista, delle dittature imposte dalle autodichiaratesi “democrazie”, che del termine continuano ad abusare delittuosamente. É difficile passare dalle nostre pseudo-socialdemocrazie, dal nostro corrotto bipartisan e dalle nostre primarie quale sola “occasione di partecipazione diretta”, ad un popolo che si desta senza timore e grida incessantemente “patria o muerte venceremos”, un popolo di bambini che corrono verso le case di alimentazione per portare a casa i tre pasti giornalieri predisposti dal governo rivoluzionario per le famiglie indigenti, un popolo di signore anziane che sostengono dolcemente, sorridendo da quelle stesse case dei barrios in cui gratis cucinano: “solo ora comprendo cosa sia la vita”. Questo è il popolo delle misiones di alfabetizzazione, di educazione (abbiamo avuto modo di conoscere gli insegnanti di educazione fisica, di francese, inglese etc.. che gratis insegnavano sino all’ultimo bambino del quartiere più povero), di crescita culturale gratuita (con costanti distribuzioni di libri alle masse), della sanità gratuita per un’immensa popolazione devastata psicologicamente, fisicamente e moralmente da decenni di dominazione e passivizzazione capitalista. È il popolo di una gioventù che si riscatta e che ora pretende di conoscere quel che le è stato nascosto e negato, che pretende d’esser ascoltato nella denuncia del proprio secolare disagio: tutto ciò è il prodotto della solidarietà cubano-venezuelana, e questo è il popolo riscattato di Marx, di Lenin, di Bolivar, del Che: è il popolo della realtà di quel mondo enunciato come solo ‘possibile’, della conferma che la piccola ed ardita Cuba non sarà mai più sola.La gioventù progressista del mondo era tutta lì. I nostri occhi incastonavano lo spirito lucido e sincero delle parole del presidente Hugo Chavez, il nostro presidente, che parlava senza requie al suo pubblico: un pubblico attento e consapevole dei più o meno occultati piani di tentativi d’omicidio contro chi osa dire NO alla barbarie capitalista e grida la sua pretesa di un presente e futuro socialista. I nostri sguardi si incrociavano fra sorrisi solidali e promesse di lotta con chi, sapevamo, avremmo lasciato lì a contrastare un nemico tanto criminale quanto spietato. Lo stesso di sempre: muta volto, muta le proprie scuse ed il più o meno presunto nemico cui “portare la democrazia”, dall’Unione sovietica all’islamismo: ma tornano le sue atrocità di sempre, i suoi massacri indiscriminati, la sua voracità di plusvalore assassina e disumanizzante. Anche noi conoscemmo tutto ciò nelle gloriose terre d’Italia, terre di lotte operaie, studentesche e partigiane; e proprio qui torna quel gravoso, eppur splendido compito di riappropriazione di ciò che è nostro, che deve esser nostro, che troppo facilmente abbiamo disperato di riavere e troppo facilmente abbiamo dimenticato d’aver avuto. Lottiamo contro l’Imperialismo e la guerra, era il titolo del Festival di Caracas: e dobbiamo farlo qui, riecheggia l’insegnamento di Gramsci e di Lenin, nel nostro tanto sconfortato, passivizzato e devastato paese. Si tratterà inevitabilmente di denunciare ogni giorno, ogni ora, in ogni iniziativa l’imperialismo europeo sopra tutti, nelle sue tacite connivenze con quello americano e nella sua spavalda autonomia assassina. Dobbiamo farlo assolutamente ora, ancor più nella prospettiva di quelle che saranno le iniziative antisociali del prossimo probabile governo di “centro-sinistra”. Dobbiamo farlo per noi e per chi lasciamo fra quei monti e spiagge, fra quei boschi e nevi, per quei bambini dalla gote arrossate dal freddo che mai cesseranno di sognare e di cantare “Alerta, alerta, alerta che camina la spada de Bolivar por l’America Latina”.