Di rigore smentire le promesse

All’inizio dell’estate, il ministro Mussi aveva minacciato le dimissioni quando il governo aveva tagliato del 10% i finanziamenti dedicati a università e ricerca, nella «manovrina» di Visco e Bersani. Non ci credette nessuno, e infatti non si dimise: il ministro PadoaSchioppa gli aveva promesso che quei settori strategici sarebbero stati risarciti in finanziaria. Ecco l’autunno, e alle prime voci di una manovra «lacrime e sangue», anche per la ricerca tornano le minacce di dimissioni di Mussi. Ma era una battuta da toscanaccio, come ammette anche lui, e non andava preso sul serio. Anzi, nelle interviste di questi giorni il ministro si dice «soddisfatto» della finanziaria appena presentata. Per risolvere il problema della dilagante precarietà negli atenei e negli enti di ricerca, Mussi annuncia trionfante che nei prossimi tre anni 3500 nuovi ricercatori verranno assunti. Il vago riferimento ad un piano straordinario di assunzioni, nella legge finanziaria, non ne specifica cifre né criteri. C’è addiritura l’ipotesi di 2000 posti da ricercatore da mettere a concorso nazionale a giugno: e poi chissà. Ma nella finanziaria non vi sono vincoli, e comunque si tratterebbe di ben poca cosa anche se le cifre sbandierate da Mussi avessero qualche fondamento: i precari della ricerca e dell’università sono già oltre cinquantamila, e nell’ultimo triennio, persino sotto il vituperato ministero Moratti, sono stati banditi 6500 posti da ricercatore. A giudicare dalle cifre messe nero su bianco dal governo, in verità sembrano chiare soprattutto le lacrime e il sangue: i finanziamenti stanziati per l’università non copriranno nemmeno gli aumenti dell’inflazione, nonostante le promesse di Padoa-Schioppa, per cui sarà difficile persino tenere in piedi l’attuale situazione attuale di emergenza. Anche negli atenei e nei laboratori, dunque, non v’è traccia di luna di miele tra governanti e governati. Le promesse elettorali sono state regolarmente smentite. La riforma Moratti, che ha precarizzato il settore della ricerca universitaria e portato in piazza lo stesso ministro Mussi, gode tuttora di ottima salute. Se non cambia quella, fra qualche anno di ricercatori non si potrà nemmeno parlare, perché verranno eliminati per legge e trasformati in lavoratori a termine. Non verrà toccata nemmeno la riforma Zecchino-Berlinguer, contro cui un anno fa gli studenti occuparono le facoltà. Non c’è traccia, dunque, di quel massiccio investimento nel settore (strategico, dicono) della conoscenza, dell’innovazione e della ricerca, cui pure l’Italia si è impegnata a Lisbona nel 2000. Anzi, i soldi non basteranno nemmeno a comprare le matite, se il loro prezzo aumenterà troppo. Ma anche fuori da atenei e laboratori non tira un’aria migliore. La lotta contro la precarietà, su cui il centro-sinistra ha fondato una buona parte della campagna elettorale, non trova spazio nel dibattito politico e viene rimandata in nome del rigore finanziario. Non c’è da stupirsi se a novembre persino una parte del sindacato più «amico» scenderà in piazza contro questo governo. Sicuramente non basterà, se non a giocarsi un pò di equilibrio all’interno della maggioranza parlamentare, in cui la tanto temuta sinistra radicale appare nel migliore dei casi impotente e nel peggiore complice. Con buona pace di chi contava sulla sua capacità e volontà di rappresentare le istanze della generazione precaria: un ruolo assegnato nella compagine governativa allo stesso Mussi, nominato in rappresentanza di un riformismo radicale di cui si sono perse le tracce. Per questo potrebbe essere, almeno in parte, utile un segnale significativo da parte dell’attuale ministro dell’Università. Che tenga fede alla promessa estiva e, per ricombinare lo slogan di un’altra prossima manifestazione contro la precarietà: Mussi dimesso davvero. Così in piazza, agli inizi di novembre, saremo in uno in più.

Giuseppe Allegri, Andrea Capocci * PreCat (Precari Attivi), nodo romano della Rete Nazionale Ricercatori Precari