Destra e imprese attaccano Epifani

Il sasso nello stagno lo hanno buttato in due, Luca di Montezemolo e Guglielmo Epifani, con le opposte dichiarazioni sulla berlusconiana legge 30 sulla precarietà del lavoro: la Confindustria che sostiene quella legge sfidando il futuro governo Prodi a metterla in discussione; la Cgil che con il suo segretario replica con decisione «no, ci vuole una nuova legge». Un’occasione ghiotta per la destra, che infatti ieri non si è fatta sfuggire l’occasione dell’ultima parola della Cgil per attaccare dil centrosinistra, e minacciare.
L’ex sottosegretario al welfare Maurizio Sacconi si scaglia direttamente contro il verde Paolo Cento, che ieri ha dichiarato «abolire quella legge è un atto di civiltà», per chiarire «noi siamo pronti a questo ‘scontro di civiltà’». Poi la minaccia: «La legge Biagi sarà un emblematico banco di prova per questa legislatura: sfido l’Unione a provarci, non vedo l’ora di ‘fare i conti’ al senato». Più sottile l’ex ministro leghista al welfare Roberto Maroni, che alla premessa sul «danno gravissimo ai lavoratori e alle imprese», che a suo dire provocherebbe una «cancellazione», fa seguire la coda di veleno: «Che la Cgil sia contraria non è una novità, è sempre stata pregiudizialmente ostile al nostro governo, ma confido che nella sinistra prevalga la saggezza e non la posizione di Rifondazione».
Il particolare più gustoso è l’alzata di scudi del mondo delle imprese contro l’abolizione della legge 30, giustificata con l’assicurazione che «non si sta facendo politica», non ci si ispira «ad alcun «principio ideologico», ma al puro «interesse» delle aziende. Gustoso davvero giacché, come dimostrano i dati raccolti in numerose indagini – confermate fra l’altro da un rapporto dell’ufficio studi della Confindustria – gli imprenditori la «legge Biagi» non l’hanno praticamente usata, quando non ne hanno esplicitamente diffidato.
Politicissimo, e quanto mai ideologico, dunque, lo scontro, dove si allineano accanto alla Confindustria di Montezemolo via via tutti i padroni «piccoli». Sia chiaro, c’è al fondo una concretissima ragione di «interesse»: tenere sul banco un qualche strumento di ricatto per costringere a un «dialogo» di miti pretese il futuro governo dell’Ulivo. Così se il presidente della Federmeccanica Calearo ribadisce che non va toccata la legge Biagi, punto fondamentale per la competitività delle imprese», gli fanno eco Confcommercio – «non cancellare» -, la Confesercenti – il presidente Venturi è più disponibile semmai a qualche «correzione» – , e gli artigiani, col segretario della Cna Sangalli che rincara la dose: «sarebbe un ritorno indietro del Pese, una vera sciocchezza».
Qualche problema di lettura c’è anche fra i sindacati:: il leader della Uil Angletti si preoccupa che l’incipit «duro» della Cgil possa compromettere una futura «concertazione»; il prossimo segretario della Cisl, Bonanni, sulla stessa falsariga raccomanda la «pazienza» per conquistare, nel «prossimo dialogo sociale», «maggiori tutele «per il lavoro flessibile». La Fiom taglia corto: «chiamiamolo dialogo, concertazione, o pippo», il confronto col nuovo governo dell’unione, ma se il punto comune è «una netta riduzione della precarietà», si deve iniziare da una «cancellazione della legge 30, come sostenuto da Epifani», e da «un aumento dei salari». Analoga la posizione de i sindacati di base.
Il centrosinistra regge, tutto sommato, all’urto, pure nelle differenze. Se dalla Margherita Tiziano Treu sottolinea che nel programma dell’Unione non si parla di «cancellare» ma di «superare» la legge, Cesare Damiano per i Ds – estensore di quel programma – concorda, articolando le «correzioni»: via il lavoro a chiamata, via il contratto di inserimento, via lo staff leasing, ridefinendo il lavoro a tempo indeteminato «come«il modo normale di assumere le persone» – e a tal fine un credito di imposta favorirà le imprese che si adeguano; e far sì che «il lavoro flessibile non possa costare di meno di quello stabile».
Damiano, che riduce la questione dello scontro in atto sulla cancellazione della legge a una «disputa nominalistica che non mi appassiona», dice però una parola chiara contro la Confindustria: «No, non ci limiteremo solo a ‘ritoccare’, l’Unione andrà a una riscrittura radicale di tutta la legislazione del lavoro».
Non manca, naturalmente, nel centrosinistra, la gara della coperta tirata da opposte bande. Così Alfonso Gianni, per Rifondazione, dopo la premessa, «noi eravamo per l’abrogazione», sostiene che comunque il programma dell’Unione quando parla di «superamento della legge 30», con le specificazionei sul lavoro stabile, «praticamente coincide con la cancellazione della legge, ed è in controtendenza con lo stesso Pacchetto Treu». Orizzonte retrospettivo disegnato anche da Marco Rizzo per il Pdci.