Democratico, americano o europeo?

Per quanto forte sia la scossa di terremoto provocata nei Ds e nell’intero centrosinistra dall’accelerazione di Rutelli sulla costruzione del partito democratico, non è solo in Italia che si decideranno le sorti dell’ultima versione della «casa comune dei riformisti e dei democratici». E per quanto di ripetitivo sappia l’ennesima replica dell’annoso dibattito sull’alternativa fra partito democratico e partito socialista europeo, è proprio il contesto internazionale a modificarne oggi i termini rispetto a quindici o dieci o cinque anni fa, e potrebbero essere le ricadute di quell’alternativa sul profilo del futuro partito in politica estera a diventare decisive. Certo, sul piano interno sono state le primarie a far partire l’acceleratore. La prospettiva del partito democratico sembra – almeno a tavolino – la più adatta a far quadrare il cerchio di un leader forte senza partito disegnato dal risultato di domenica scorsa; ad attrezzarsi di fronte alla nuova legge elettorale incardinata più sui partiti che sulle coalizioni; a imprimere alla «casa comune» il segno di un’egemonia non diessina ma diellina. Va da sé che appena dal tavolino ci si sposta nella politica reale il cerchio non quadra più: per quanta enfasi venga posta sul «meticciato culturale» che fra la Quercia e la Margherita si sarebbe in questi prodotto, sono sotto gli occhi di tutti i conflitti che le separano soprattutto in materie cruciali attinenti alle libertà e alla laicità. Ma se dalla scena politica italiana ci si sporge oltreconfine, le cose si complicano ulteriormente.

Walter Veltroni, cui va dato almeno il merito della coerenza nell’aver sostenuto il progetto del partito democratico fin dalla svolta del Pci nell’89, non a caso l’aveva riproposto qualche settimana fa all’interno di una «Internazionale democratica» guidata da Bill Clinton; e nell’intervista (Repubblica di giovedì) di adesione alla svolta rutelliana di oggi, torna a sottolineare il «ruolo organico» del partito democratico americano in un campo internazionale di centrosinistra. Giuliano Amato è d’accordo con lui e liquida come «organismo non particolarmente vitale» quel Pse di cui un anno fa era candidato presidente. Fassino tiene insieme socialisti e kennediani. Ma Rutelli era stato esplicito nel chiedere ai Ds, come condizione per la costruzione del nuovo partito, l’uscita dalla famiglia del socialismo europeo. E Massimo D’Alema è altrettanto esplicito nel frenare, non solo perché i partiti nuovi non nascono in tre giorni ma anche perché il nuovo partito, se sarà, sarà «un partito italiano, europeo, più probabilmente europeo che americano».

La querelle non è riducibile, come sostengono i fautori del nuovo partito, al il tasso di affezione alla famiglia socialdemocratica novecentesca: riguarda il futuro del modello sociale europeo, e la politica estera del nuovo partito non dopo l’89, ma dopo l’11 settembre e la guerra in Iraq. E a mettere meglioa fuoco queste poste in gioco, aiutano alcune reazioni internazionali, europee e americane, al progetto del partito democratico. Intervistato dal Corsera di ieri, il politologo democratico americano Charles Kupchan mette i piedi nel piatto e divide il campo così: democratico è chi guarda avanti, crede nel mercato sia pure regolato e in tempi di terrorismo tiene a portata di mano l’uso della forza, socialdemocratico chi vuole conservare il welfare, «detrsta» la globalizzazione e considera l’uso della forza «solo un’eventualità remota»: in sintesi, «qualcosa che è stato spazzato via dalla realtà». E non diversamente da lui due consiglieri di Clinton, Will Marshall e Sydney Blumenthal, intervistati da Europa e dal Riformista, pongono esplicitamente l’addio al socialismo e al modello sociale europeo come condizione per indossare l’abito democratico.

Ma la contesa non è a due. Al vertice europeo convocato per giovedì prossimo a Londra su giustizia sociale e competitività nel contesto della globalizzazione, Tony Blair sembra deciso a lanciare, contro le «resistenze all’innovazione» delle sinistre francesi, tedesche e italiane, non il modello americano né quello inglese ma – chi si rivede – quello scandinavo, in grado di rilanciare la crescita riformando le garanzie sociali e investendo sul capitale umano in formazione e ricerca. Tony Giddens anticiperà il succo della proposta oggi, in un seminario della fondazione Italianieuropei. Che ovviamente non resterà estraneo alla discussione sul futuro partito italiano. Anzi, «italiano ed europeo, e più europeo che americano». E per il quale, se Prodi può rappresentare la garanzia di una politica estera europeista e capace di fronteggiare l’aggressività americana, Rutelli e Veltroni potrebbero invece rappresentare un tandem troppo in corsa bverso l’altra sponda dell’oceano, sul modello sociale come sulla politica internazionale.