Deaglio: come cambia la mappa del del potere economico

Dall’intervista: “Protagonista assoluta del cambiamento, da qualche anno a
que­sta parte, è la Cina. Perché non ha rallentato, come molti si
aspettavano?
Bella domanda, a cui non sappiamo dare tutte le risposte che servirebbero. I maligni potrebbero dire: perché è un’economia socialista. In effetti, nonostante tutte le riforme, circa quasi il 60% del prodotto cinese viene ancora dall’area statale o comun­que legata allo Stato. E l’interventismo statale, lì, è ancora molto forte. A volte compriamo titoli cinesi dell’elettronica, dell’aero­nautica o di altri settori tecnologicamente avanzati e senza saperlo diventiamo soci dell’esercito cinese… Poi sono venuti a maturazione i suoi fortissimi investimenti in capi­tale umano.
Basti pensare che la Cina sforna 500.000 laureati in materie
tecnico-scientifiche l’anno, circa il doppio dell’Europa. E questo le ha
permesso di impossessarsi rapidamente delle tecno­logie importate
dall’Occidente a partire dagli anni Settanta-Ottanta e a fare su quelle
stesse tecnologie ulteriori varianti. A tutto questo va aggiunto che la Cina ha ancora una forza lavoro agricola di dimensioni mostruose: più di mezzo miliardo di per­sone, pari al totale della forza lavoro di Stati Uniti, Europa e Giappone. In breve, una crescita mai vista nella storia
dell’economia moderna.”

L’economia americana resta la prima del mondo, seguita a distanza da quella europea. Diventato marginale il peso della Russia, la Cina sorpassa il Giappone e si pone al terzo posto. Ma in termini relativi la nuova ricchezza prodotta in Asia è già oggi superiore al 50% del totale. L’econonista Mario Deaglio ne descrive le ragioni e ne evi­denzia le criticità

[Ordinario di economia internazionale all’Università di Torino, Mario
Deaglio è da sempre uno studioso sensibile alle esigenze della comunicazione e dell’informazione. Editorialista de “La Stampa”, ha collaborato a lungo a “The Economist” ed è stato anche direttore di “Espansione” e del “Sole 24 Ore”. I suoi libri più recenti sono La nuova laorghesia la sfida del capitalismo (1991), Liberista? Liberale (1996) e Postglobal (2004). Dal 1996 redige, in tutto o in parte, il Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino. East lo ha intervistato sui temi dell’ultimo Rapporto, che descrive gli spettacolari cambiamenti in atto negli equilibri e nei rapporti di forza dell’economia mondiale.]

Le chiederei, professore, un primo, sintetico flash sui nuovi pesi e i nuovi
equilibri dell’economia mondiale. Chi sale e chi scende?

Comincerei con il dire che dagli anni Sessanta e fino al 1985 la geografia
del potere economico nel mondo è rimasta totalmente invariata. Avevamo un blocco sovietico che pesava intorno al 15% del totale, ma la prima potenza erano gli Stati Uniti, la seconda il Giappone, che consoliderà questa sua posizione negli anni Settanta, la terza posizione era occupata dai maggiori Paesi europei, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e altri. Tutti assieme gli europei superavano il Giappone. Questo era l’ordine. La somma di tutti questi faceva circa il 65% del prodotto lordo mondiale, misurato a parità di potere d’acquisto. La precisazione è importante perché, a volte, si parla dll’80% basandosi sui cambi di mercato, ma se si va a vedere che cosa effettivamente si comprava nei vari Paesi con le stesse cifre si scende al 65%.

E il resto del mondo?

Sommando Stati Uniti, Europa, Giappone e Urss si arrivava all’80% del
prodotto lordo mondiale. Il resto del mondo pesava dunque per il restante20%, quindi pochissimo.

Poi, negli anni ottanta, il quadro comincia a cambiare. Come?

Il punto di svolta, secondo la mia classificazione convenzionale, è il 1986. E’ da li che parte il processo moderno di globalizza­zione di mercato. In quell’anno avviene il “Big Bang”, ossia la liberalizzazione della Borsa di Londra e i flussi finanziari mon­diali ottengono sia una maggiore libertà giuridica sia un nuovo supporto elettronico. Si cominciano ad avere capitali che si spo­stano in ogni momento. I capitali cominciano a spostarsi istanta­neamente in ogni parte del mondo e questo, oltre alla fine dell’Unione Sovietica a cavallo degli anni Novanta, determina rapidamente il modificarsi dei vecchi pesi e dei vecchi equilibri. Cambiamento che ci porta, nel 2005, alla seguente stima: Stati Uniti al primo posto con il 28 % circa della produzione mondiale; segue l’Unione Europea, considerata come un’economia unica con una percentuale marginalmente inferiore; al terzo posto, ed è questa la grossa novità, balza la Cina con il 13%. La Cina supera il Giappone, che scende al quarto posto con un 9-10%. Il blocco sovietico, ovviamente, scompare, e i Paesi dell’ex blocco sovietico subiscono una severa riduzione della loro quota mondiale: dal 15 passano al 19% circa.

La novità è dunque l’Asia…

L’India e le cosiddette tigri asiatiche più la Cina rappresenta­no circa un
quarto dell’economia mondiale. Ma qui stiamo par­lando di una classifica in valori assoluti in termini statici. Se si guarda alle risorse aggiuntive,
cioè a come si ripartisce fra i vari Paesi il nuovo Pil prodotto nel mondo,
si scopre che le aree del Pacifico e dell’Oceano Indiano fanno insieme i1 55 % di tutte le risorse nuove. Gli Stati Uniti si fermano al 25% e l’Europa al 7%. Il resto del mondo non raccoglie quasi niente.

Scendendo più nel dettaglio. Nel Rapporto del Centro Einaudi di quest’anno, lei scrive che gli Stati Uniti sono in bilico: restano il Paese più forte del mondo, ma sono anche il Paese più indebita­to; hanno la moneta regina per gli scambi internazionali, ma i corsi del dollaro sono sostenuti dagli investimenti stranieri.

Gli Usa sono ancora il centro dei flussi monetari internazio­nali. A
differenza di quello che succedeva con la Gran Bretagna nell’Ottocento e
fino alla Prima guerra mondiale, sono però fortemente indebitati e hanno
bisogno di attirare sempre nuovi flus­si di risorse finanziarie dal resto
del mondo anche solo per restituire quelli vecchi e pagare gli interessi sul debito residuo. Questo è il loro paradosso e la loro debolezza. Ogni giorno gli Usa importano 2 miliardi di euro in più di quello che esportano.
Come pagano questo deficit? Semplicemente non lo pagano, nel senso che gli altri Paesi preferiscono che il surplus rimanga lì, investito in banca o in altre attività finanziarie. Ma è chiaro che se un giorno questa fiducia venisse meno l’economia mondiale andrebbe incontro al disastro.

Lei usa una metafora molto felice: paragona gli Usa alla Torre di Pisa,
destinata prima o poi a cadere ma che non cade mai.

Dico qualcosa di più. E cioè che, prima del rafforzamento delle fondamenta, i modelli matematici davano per certo che prima o poi la torre sarebbe caduta, anche se nessuna sapeva indicare quando. -Nel caso degli Usa è la stessa cosa: potrebbe succedere domattina o fra 200 anni nessuno lu può prevedere con certezza. Questo deficit degli Stati Uniti non può crescere indefinitamente. Un attentato, un tifone tropicale, un qualsiasi evento disastroso e non previsto può minare la fiducia negli Usa e farli precipitare in dieci minuti.

Beh, ma gliì Usa potrebbero cominciare ad affrontare il problema.
-Certamente si. La terza via tra il lasciare andare le cose come stanno
andando ora e il possibile tracollo significa importare molto di meno,
accettandone tutte le conseguenze: rallentamento dello sviluppo o
addirittura recessione, riduzioni dei consumi, eccetera. Il punto è che per l’Italia e per l’Europa tutto questo non è neutrale, le nostre economie non sono molto legate come una volta a quella americana. Fino a tutti gli anni Sessanta gli Usa si rifornivano soprattutto in Europa. Le importazioni ameri­cane di prodotti di consumo erano a livelli molto più bassi di oggi, ma quelle che c’erano provenivano in gran parte dai Paesi europei. In quegli anni anche la Fiat e la Volswagen riuscivano a esportare negli Usa. Chi non ricorda il successo di un film come Un maggiolino tutto matto? Dagli anni Sessanta in poi gli americani hanno svoltato prima in direzione del Giappone e poi del Sud-est asiatico e della Cina. I giapponesi non solo hanno sop­piantato gli europei nell’esportazione di auto ma hanno addirit­tura trasferito là molte fabbriche negli Stati Uniti.

Protagonista assoluta del cambiamento, da qualche anno a que­sta parte, è la Cina. Che lei descrive con un’altra metafora: quel­la del World Financial Center di Shanghai. L’edificio, tuttora in costruzione, sarà il più alto del mondo. Peccato che tutta l’area di Shangai stia sprofondando a causa dello sfruttamento intensivo della falda sottostante.

La crescita della Cina non dovrebbe stupire nessuno perché continua in
maniera più o meno costante da almeno 30 anni. È partita da livelli
bassissimi, quasi di povertà assoluta, 300 dollari l’anno per abitante tanto per capirci, ed è andata avanti a tassi dell’8-9% l’anno. Tutti pensavamo che a un certo punto avrebbe rallentato, ma così non è stato e, per effetto degli interessi com­posti, questa crescita, che era di poche unità nelle fasi iniziali, ha assunto nelle fasi finali una dimensione esplosiva. La Cina ha preso il volo intorno al 2000…

Perché non ha rallentato, come molti si aspettavano?

Bella domanda, a cui non sappiamo dare tutte le risposte che servirebbero. I maligni potrebbero dire: perché è un’economia socialista. In effetti, nonostante tutte le riforme, circa quasi il 60% del prodotto cinese viene ancora dall’area statale o comun­que legata allo Stato. E l’interventismo statale, lì, è ancora molto forte. A volte compriamo titoli cinesi dell’elettronica, dell’aero­nautica o di altri settori tecnologicamente avanzati e senza saperlo diventiamo soci dell’esercito cinese. Sicuramente la Cina ha approfittato di un cambio debole: dal 1992 svaluta lo yuan del 20-30% e acquista così un notevole vantaggio competitivo. Poi sono venuti a maturazione i suoi fortissimi investimenti in capi­tale umano. Basti pensare che la Cina sforna 500.000 laureati in materie tecnico-scientifiche l’anno, circa il doppio dell’Europa. E questo le ha permesso di impossessarsi rapidamente delle tecno­logie importate dall’Occidente a partire dagli anni Settanta-Ottanta e a fare su quelle stesse tecnologie ulteriori varianti. A tutto questo va aggiunto che la Cina ha ancora una Forza lavoro agricola di dimensioni mostruose: più di mezzo miliardo di per­sone, pari al totale della forza lavoro di Stati Uniti, Europa e Giappone. Questa retrovia alimenta un passaggio di manodopera all’industria e ai servizi di 10-20 milioni di unità all’anno. Riassumendo: manodopera a basso costo, associata a capitale umano in grande quantità e associata ancora a uno Stato che fa una politica attiva in tutti i campi con l’obiettivo di crescere. È questo
il mix, l’insieme di fattori che ha permesso alla Cina di salire agli
attuali livelli. Se poi consideriamo che il Paese riesce a pagare le
importazioni con le esportazioni, capiamo perché la Cina sia diventata il
produttore mondiale in una serie di settori importanti, dall’acciaio ai
televisori fino ai componenti elettroni­ci. Nel tessile, ha superato
l’Italia di un 20-30%. In breve, una crescita mai vista nella storia
dell’economia moderna.

Tuttavia, lei rileva che la Cina ha una sovra-capacità produttiva e che
questo crea più di una preoccupazione nei dirigenti cinesi.

Questo è il rovescio della medaglia. È appunto la metafora della torre di
Shanghai, record d’altezza ma suolo che sprofonda di più di 2 centimetri
l’anno. C’è una estrema precarietà. Che è da un lato una precarietà sociale: i 500 milioni di cinesi che dalle campagne bussano alla porta del benessere dovrebbero attraver­sare la porta gradualmente, mentre la pressione che viene dal basso è per un passaggio immediato. Dall’altro lato ci sono ten­denze disgregatrici che vengono dal carattere disomogeneo del Paese. Noi siamo abituati a pensare alla Cina come a un tutt’uno. È vero che lì c’è uno Stato molto forte, che funziona come catalizzatore, ma ci sono anche sei-sette etnie diverse e altrettante lingue parlate. Infine, c’è una dimensione ecologica che suscita molte apprensioni: non solo a Shanghai cede il terreno, ma quasi tutti i fiumi sono tutti inquinati, l’alimentazione forzata negli allevamenti porta a fenomeni tipo Sars. La natura alla fine si ribella e anche questo genera precarietà.

II Giappone sta tornando a crescere dopo una lunga stagnazione. Lo fa
grazie, soprattutto, alla crescita della Cina. Che casa significa questo
negli equilibri mondiali?

La ripresa giapponese è ancora abbastanza limitata, siamo intorno al 2-3% l’anno. Il fattore trainante sono gli scambi con la Cina. Non i consumi, visto che i giapponesi si ostinano a consumare poco. Né gli investimenti, che risultano stazionari. A tirare sono le esportazioni verso la Cina. La svolta c’è stata nel 2003, quando la Cina e l’area geoeconomica limitrofa (Taiwan e Corea del Sud) hanno scavalcato gli Stati Uniti come primo mercato d’esportazione. Va inoltre aggiunta una decina di Paesi che in modi diversi si stanno aggregando alla locomotiva cinese: dall’Indonesia alla Malesia, da Singapore alle Filippine. In molti di questi Paesi vi sono anche forti presenze di popolazioni di lin­gua cinese. I rapporti sinergici di questi
Paesi tra loro e tra questi Paesi e la Cina sono sempre più importanti.

Che cosa intende esattamente per area geoeconomica limitrofa?

Sono una dozzina i Paesi che in modi diversi si stanno aggre­gando alla
locomotiva cinese: dall’Indonesia alla Malesia, da Singapore a-Taiwan. Si tratta di Paesi in cui vi sono anche forti presenze di popolazioni di
lingua cinese. I rapporti sinergici all’interno di questi Paesi e tra questi
Paesi e la Cina sono sempre più importanti.

L’India cresce autonomamente, ma sta stringendo anche robusti rapporti con la Cina.

Anche in questo caso parliamo di dimensioni demografiche da brivido: l’India ha superato il miliardo di persone e, in quanto a popolazione complessiva, si sta avvicinando alla Cina, avendo però una superficie inferiore. Questo Paese ha una crescita eco­nomica meno alta di quella cinese, intorno a un 6-7%, e ha una crescita demografica maggiore, per cui la crescita del reddito pro capite è un po’ più bassa di quella cinese. Questi risultati vengo­no raggiunti con un’economia meno diretta dal centro: in India l’esercito non controlla società per azioni, c’è un piano quin­quennale ma si tratta di un piano molto flessibile ecc. D’altronde, il punto di riferimento politico e culturale del Partito del Congresso indiano è sempre stata la socialdemocrazia euro­pea. Fino a 7-8 anni fa quella dell’India’ era un’economia relati­vamente chiusa, lo sviluppo è avvenuto
prevalentemente all’interno, con meccanismi di pianificazione che hanno
rallentato molto l’afflusso di persone verso la città. A differenza della
Cina, l’India è ancora un Paese con una popolazione molto diffusa sul
territorio. La cosa interessante è il tipo di sviluppo che ne viene fuori:
se la Cina vuole diventare la fabbrica del mondo, l’India vuole diventare
l’ufficio del mondo. Al di là degli slogan e delle semplificazioni l’India
punta molto sul terziario avanzato. È un laboratorio molto interessante, che si candida a ricevere tutto la maggior parte dell’outsourcing del mondo.

Li aiuta il fatto di saper parlare e scrivere in inglese.

Certamente sì. Gli indiani studiano secondo un curriculum inglese, le loro
università sono gemellate con quelle inglesi, per cui studiano le stesse
cose e garantiscono gli stessi analoghi risultati finali. Questo
indubbiamente facilita il trasferi­mento per via elettronica in India,
soprattutto da parte dei Paesi anglosassoni, di attività di supporto alle
imprese. Mi è stato raccontato, per esempio, che alcune società di
assicura­zione americane, fatto refertare radiografie via computer da medici indiani, che guadagnano dieci volte di meno di quelli americani. Insomma, l’India sta portando avanti un suo modello di sviluppo che ha dei notevoli punti di forza.

Lei vede una complementarietà tra le economie della Cina, dell’india e del Giappone?

In un certo senso sì. Schematizzando molto: la Cina fa l’industria, l’India
il terziario, il Giappone un pò di finanza e di produzioni manifatturiere
avanzate.

In questo quadro, come si pone la Russia? Potrebbe diventare il quarto
pilastro della grande area economica asiatica?

Il problema è che la Russia è “piccola” come popolazione. Peggio, la
popolazione russa sta calando. Dopo la caduta del comunismo il saggio di natalità è diventato negativo, la vita media è diminuita di cinque anni,
molti russi muoiono giovani perché, in un clima di grande frustrazione
individuale, si fuma e si beve troppo. La Russia mantiene e ha un enorme patrimonio di risorse naturali, tutte da scoprire e valorizzare; finchè il prezzo del petrolio rimane alto, la Russia non avrà problemi immediati e potrà cominciare a pensare al futuro; anche perché ha sicura­mente un capitale umano di buon livello e tecnologie militari che possono consentirle di giocare un ruolo importante. Detto tutto questo, resto dell’idea che, dal punto di vista economico, la Russia non si possa paragonare a Cina e India.

E dal punto di vista geostrategico? E ipotizzabile un blocco asia­tico,
Russia compresa, contrapposto a Stati Uniti ed Europa?

Non credo, penso semmai che la Russia possa o potrebbe diventare un pezzo d’Europa. Noi abbiamo bisogno delle loro materie prime, offriamo loro di pagarle con euro buoni e, in cambio, loro possono comprare da noi quello che gli serve, per esempio per rifare l’intera rete delle infrastrutture. Negli ultimi anni i tre quarti dei flussi commerciali russi si sono indirizzati verso l’Europa. Con l’Asia i russi hanno avuto lunghi periodi di diffi­coltà e soltanto adesso si stanno ricucendo i rapporti. Ma non credo a una evoluzione di tipo strategico di tali rapporti. Piuttosto, nella Russia asiatica vi sono tendenze disgregatrici che potrebbero determinare ulteriori cambiamenti nella composizio­ne della federazione russa, a vantaggio della Cina ovviamente.

Tra Russia e Cina è scoppiata la pace.

La vera notizia, infatti, è che in tutta la regione, senza che noi ce ne
accorgessimo, è scoppiata la pace. Il confine russo-cinese, una volta
militarizzato, è ora tranquillo e valicabile: ogni giorno migliaia di
lavoratori cinesi lo attraversano per andare a lavorare in Russia.
Nell’estate 2005, Cina e Russia hanno svolto imponen­ti manovre militari in comune; India e Cina, che si erano fatte la guerra, non solo hanno firmato un trattato di pace ma, come detto, hanno intrecciato rapporti economici di vario genere. India e Pakistan stanno a loro volta costruendo la pace. I Paesi dell’Asean, infine, cooperano sempre di più tra di loro. Insomma, le zone di tensione si sono molto ridotte e questo facilita lo svi­luppo dei rapporti reciproci.

E Paesi come Brasile e Sudafrica?

Sono Paesi che possono diventare leader nelle loro aree e gio­care un ruolo autonomo come potenze regionali. Ma stiamo par­lando di un futuro con molte incognite. L’India ha alle spalle 150 anni di buona amministrazione inglese, la Cina ha una storia di qualche migliaia di anni … in Brasile e Sudafrica non abbiamo delle realtà consolidate, abbiamo degli sprazzi di grande vivacità, ma è difficile immaginare evoluzioni spettacolari nei prossimi dieci anni.

Lei ha accennato più volte a due fattori: quello demografico e quello
dell’energia. Come giocano questi fattori nello spostamen­to dei rapporti di forza mondiali?

L’andamento demografico è la vera tendenza di fondo con cui fare i conti. Quando l’Europa colonizzava il mondo aveva alle spalle una forte crescita della propria popolazione. Nel lungo periodo, le tendenze demografiche non possono non condizionare le tendenze economiche. L’idea, soprattutto americana, di poter continuare a dominare il mondo grazie alla superiorità tecnologi­ca mostra la corda. Gli americani stessi si rendono conto che la loro posizione dominante ha davanti non più di vent’anni e per questo stanno cercando di giocare d’anticipo in termini sia politici sia strategici. Per quanto riguarda il fattore energetico: sicura­mente i nostri figli vedranno la fine del petrolio, ma è difficile dire quando questo avverrà esattamente e come avverrà. Cominciano a vedersi alcuni possibili sostituti, ma nessuno di questi potrà permettere tutte le cose che fa il petrolio. Il petrolio serve per produrre carburanti, energia elettrica, materie plastiche e un enorme numero di altri prodotti chimici. Nessuno degli attuali sostituti è in grado di fare le tre cose insieme. Tutto dipen­derà dall’andamento del costo del petrolio e dai tempi che avremo a disposizione per riconvertire economie che sono largamente dipendenti dal petrolio.

Vorrei chiudere chiedendole un’opinione sul tipo di capitalismo verso cui
stiamo andando.

Le locomotive asiatiche, India, Cina e Giappone hanno modelli politici, sociali ed economici molto diversi fra loro. Usa ed Europa
hanno una solida base comune ma si differenziano per il sistema del welfare e delle relazioni sociali in genere. Russia, Brasile, Sudafrica sono ancora, pirandelliana­mente, in cerca d’autore.
Stato e mercato sono i due ingredienti fondamentali di qualunque modello economico e sociale, ma il mix fra i due può variare molto da un Paese all’altro. Il tipo di capitalismo che abbiamo in Italia è diverso non solo rispetto a quello americano, ma anche rispetto a quelli francese e tedesco.
Oggi i francesi stanno pensando di fare una legge che impedisca agli
stranieri di lanciare un’Opa su una parte delle loro imprese. Gli italiani
hanno ancora un modello in cui il capitalismo familiare gioca un ruolo
importante. Gli Usa hanno quasi azzerato il ruolo dello Stato in economia
ma, all’occorrenza, lo Stato americano può essere efficacissimo. La Cina è ancora un ibrido di difficile inter­pretazione… Non c’è un unico modello, le mescolanze ci saranno sempre e le combinazioni tra Stato e mercato assumeranno nel tempo forme diverse. Anche in economia siamo un po’ tutti meticci.